29 dicembre 2014

Il Marmo di Hochstegen e la Geologia Strutturale dei Tauri

"Ho il desiderio, che taluni, che proseguiranno con l´investigazione della struttura delle Alpi, possano provare una simile o più profonda gioia, che questa ricerca ha suscitato in me,…[]"
AMPFERER, O. (1924): Über die Tektonik der Alpen. Die Naturwissenschaften, Heft 47:1007-1014

La finestra dei Tauri fu per lungo tempo una delle più intriganti curiosità geologiche delle Alpi. Con le prime carte geologiche delle Alpi centrali ben presto geologi notarono una struttura simmetrica, composta da una successione di mica-scisti, scisti carbonatici con anfiboliti e un nucleo centrale composto da gneiss.
 
Il geologo austriaco Christian Leopold von Buch (1774-1853) fu uno dei primi a formulare una spiegazione per questa successione. Secondo Buch i strati (metamorfizzati poi in scisti) erano stati depositati orizzontalmente, ma poi innalzati a forma di cipolla da una intrusione magmatica (il gneiss centrale).
 
Fig.1. Carta e sezione geologica dei Pirenei, immagine ripresa dall´opera "Kosmos" (1845-1862) del naturalista Alexander von Humboldt. Humboldt era un Plutonista, cioè geologo che considerava intrusioni e movimenti magmatici i fattori più importanti nella formazione delle catene montuose - il granito centrale ha sollevato e deformato la successione stratigrafica, formando come una bolla la montagna. In modo simile il gneiss centrale avrebbe sollevato e deformato le Alpi.

Lo gneiss centrale é il nucleo della finestra dei Tauri è formato da Meta-graniti (Carbonifero-Permiano in età), intruso e inglobato in dei sedimenti paleozoici (il cosiddetto vecchio tetto). 

Una formazione caratteristica di questo tetto è il marmo di Hochstegen, composto da una transizione da marmo dolomitico a marmo carbonatico impuro, con colorazione biancastra a giallognola.
 

Fig.2. Marmo di Hochstegen

Fig.3. Contatto tra Marmo di Hochstegen e Gneiss Centrale.

L'età di questa formazione era per lungo tempo un mistero geologico e variava a secondo dell´autore tra Paleozoico a Triassico - in ogni caso la successione sedimentaria sembrava completa, cioè sul Paleozoico seguiva il Mesozoico.
 

Il marmo di Hochstegen (dalla località austriaca di Hochstegen nella valle di Ziller) è stato intensamente deformato e metamorfizzato durante una prima fase dell´orogenesi alpina, in seguito innalzato per più di trenta chilometri ed esposto dall'erosione. La tettonizzazione era cosi intensa che quasi tutte le strutture sedimentarie e fossili macroscopico furono distrutti. 

Fig.4. Marmo intensamente deformato e foliato.

Di fatti fino al 1957 esiste solo un fossile di ammonite Perisphinctes sp., molto deformato e scoperto dal geologo R. v. Klebelsberg per caso in un blocco usato per la costruzione di una strada, che suggeriva una età Giurassica. Solo più tardi furono scoperti un rostro di belemnite e una microfauna (radiolari e spicule di spugne) che confermarono questa posizione stratigrafica. Questa scoperta pose un grosso problema, secondo il modello di innalzamento magmatico i strati non dovevano essere stati deformati notevolmente (il modello ammetteva solo locali dislocamenti) e non doveva esistere una tale lacuna (l´intero Triasssico sembra mancare). A complicare l´osservazione era la successiva scoperta che i scisti monotoni del "vecchio cristallino" che racchiudono la finestra dei Tauri su tutti i lati erano databili al Paleozoico inferiore - cioè sedimenti piú giovani, del Giurassico superiore, erano a loro volta coperti da sedimenti metamorfosati più antichi, secondo il principio di successione stratigrafica formulata da Steno una impossibilità.

Fig.5. Vista verso la finestra dei Tauri (successione più giovane) dall´unità del vecchio cristallino (successione più antica).

Continua...
 

Bibliografia:

KIESSLING, W. (1992): Palaeontological and facial features of the Upper Jurassic Hochstegen Marble (Tauern Window, Eastern Alps). Terra Nova, 4: 184-197

8 dicembre 2014

La Caccia al Moa

I primi europei avvistarono la Nuova Zelanda in 1769 e quattro anni più tardi il grande capitano Cook esplora le due isole. Cook era molto interessato alla natura dei luoghi visitati e raccolse anche delle strane storie di  grandi uccelli, che si nascondevano nelle paludi e foreste e che venivano cacciati con un strano metodo: grandi sassi venivano scaldati nel fuoco - l' uccello li ingeriva e cotto dall'interno, era facile preda dei cacciatori!
 
Poi nel 19° secolo furono scoperte delle grandi ossa, che in parte mostravano ancora dei tessuti molli attaccati a esse. I reperti sembravano cosi freschi che si pensava che provenissero dai misteriosi uccelli. Il geologo Ernst Dieffenbach (1811-1855), che studiò la storia naturale della Nuova Zelanda, ritenne pero che si trattava di materiale sub-fossile. Nel 1839 un osso fu consegnato al naturalista vittoriano Richard Owen, che per primo lo ritenne di cavallo o bovino, ma notando la struttura spugnosa lo descrisse alla fine come fossile di un grande "uccello terribile" - il genere Dinornis (oggigiorno il termine Moa comprende varie specie di uccelli terricoli, con dimensioni che variano tra grandezza tacchino a giganti di quasi 2 metri d'altezza).
 
Walter Mantell, figlio del famoso paleontologo Gideon Mantell, nel 1847 scopre un gigantesco giacimento di questi fossili. Motivato da questa straordinaria scoperta e dalle leggende Maori si mise alla ricerca - se un Moa vivente ancora esisteva, l' avrebbe scoperto. Mantell, pur recuperando molti altri fossili e degli artefatti Maori prodotti da ossa e piumaggio di Moa, ben presto si arrese.
 
Il primo naturalista amatoriale che attivamente promosse l'idea che i Moa erano ancora presenti sull' isola era il missionario William Colenso. Comunque Colenso non poté presentare null'altro che alcuni aneddoti di presunti avvistamenti per supportare quest'affermazione.
 
È curioso notare che la descrizione dei presunti incontri con uccelli giganti non corrisponde alle sembianze di diverse specie di Moa, ricostruiti basandosi sui resti sub-fossili disponibili. Nelle classiche stampe del 19° secolo il Moa viene rappresentato come grande uccello, con collo lungo ed eretto, coperto completamente dal suo piumaggio. Molte classiche storie di presunti incontri rispecchiano esattamente questa immagine - grandi uccelli, collo eretto, stranamente tranquilli alla vista di uomini (pur essendo sennò animali cosi elusivi) e completamente silenziosi!
 
Fig.1. Ricostruzione di Moa da parte del zoologo Bernard Heuvelmans (1916-2001), basandosi sulle descrizioni di presunti avvistamenti e arte rupestre dei Maori. Heuvelmans immaginava l´animale coperta da un fitto piumaggio, che copriva anche le grandi zampe, inoltre una sorta di cresta di piume in testa. Moderne ricostruzioni limitano l´area coperto dal piumaggio, che appariva anche più corto, inoltre il collo eretto dell´animale e stato rimpiazzato da una andatura più orizzontale dell´intero animale.

Ricostruzioni moderne vedono invece il Moa come uccello che teneva il collo basso, anche per spostarsi più agilmente tra la fitta vegetazione del sottobosco.
 
Dai reperti disponibili emerge il seguente scenario: I primi coloni polinesiani arrivarono, secondo recenti datazioni, sull'isola sud della Nuova Zelanda verso il 1300-1314. In poco meno di 150 anni (le ultime ossa datate di Moa risalgono al 1435) i grandi uccelli si estinsero, con gli ultimi rifugi collocati sulla parte orientale dell'isola. Il modello mostra anche che un relativamente piccolo gruppo di coloni, da 400 ad appena 2.500 persone, era più che sufficiente per spingere nove specie di uccelli terricoli oltre l'orlo d' estinzione - tramite caccia, raccolta uova e distruzione di habitat.

Bibliografia:

HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677

29 novembre 2014

Il Vello d'Oro - tra Geologia e Mitologia

La ricerca degli argonauti del vello d'oro nell' antico regno di Colchide (collocato sulle coste orientali del Mare Nero) è un avventura leggendaria, ma forse si basa su alcuni osservazioni reali. Infatti Omero riporta la spedizione alla ricerca della pelle d' oro di un montone come storia reale nella sua “Odissea” (redatta nel VIII-VII secolo a.Chr.) e il poeta Apollo di Rodo nel III secolo avanti cristo dedica il suo poema "Argonautica" ai prodi avventurieri e offre una dettagliata descrizione del regno di Colchide, abitato dalle tribù dei Calibi, Tibareni e Mossineci (culture reali). 

Per spiegare la figura mitologica del vello d’ oro varie ipotesi sono state proposte nel tempo – tra cui un simbolo o stemma reale, oppure la memoria di una sconosciuta razza di pecora (con manto giallo), ma l' ipotesi più accreditata è che si tratta di una iconografia ispirata da una antica tecnica di estrazione dell’ oro con l' aiuto di pelli d’ animale.


Fig.1. Figurina in bronzo di un “montone-uccello”, scoperto in scavi archeologici nei pressi del villaggio di Khalde, Caucaso. Questo ibride forse si basa sa una iconografia ancora più antica, una pelle di montone (con testa e corna) usata per l’ estrazione dell’ oro (immagine da OKROSTSVARIDZE et al. 2014).


Tuttora delle pelli d’ animale vengono usate per l’ estrazione d’ oro nelle montagne del Caucaso. L' erosione nelle montagne del Caucaso è molto forte, dato che si tratta di una zona tettonicamente ancora molto attiva. I fiumi trasportano perciò grandi quantità di sedimento aurifero, per estrarre l’ oro l’ acqua viene versata su una pelle d’ animale e le piccole, ma pesanti, pepite d’oro si impigliano nella lana, mentre i ciottoli e la sabbia, materiale leggermente più leggero, vengono lavate fuori

Una tecnica che data indietro nel tempo, cosi scrive lo storico Strabo (44 a.Chr. - 23 d.Chr.) 

"Nei fiumi montani di questa regione ci sono grandi quantità d' oro, raccolto dai barbari tramite contenitori perforati e pelle di pecora". 

Anche se il vello d’ oro in un certo senso è reale, non è chiaro se davvero fu mai organizzata una spedizione greca per recuperare l’ oro o la tecnica d’ estrazione usato nel Caucaso. Dal tempo in cui viene collocato il leggendario viaggio – circa XI secolo a.Chr. – non esistono reperti archeologi che testimoniano una estrazione industriale del metallo prezioso che avrebbe potuto fare gola alle culture del mediterraneo. Nientedimeno racconti o descrizioni delle tecniche usate nel Caucaso a livello locale avrebbero potuto raggiungere anche l' antica Grecia e essere tramandate poi in tempi classici tramite racconti mitologici.


Bibliografia:


OKROSTSVARIDZE, A.; GAGNIDZE, N. & AKIMIDZE, K. (2014): A modern field investigation of the mythical “gold sands”of the ancient Colchis Kingdom and “Golden Fleece” phenomena. Quaternary International, In Press: 9

16 novembre 2014

Vivere tra le rocce - il camoscio alpino

Fin dall´antichità le zone alpine furono semplicemente identificate come le montagne di ghiaccio.
Le vette innevate, i desolati ghiaioni e le parete di roccia nuda d´alta montagna - erano ambiente contrapposto ai fiumi, laghi e fertili vallate alpine. Mentre gli ultimi facevano parte del regno umano, le zone d´alta quota erano terra di nessuno, o al massimo regno di animali reali e spiriti sovrannaturali. Un essere, che in certi casi era una via di mezzo tra questi due regni, era il camoscio alpino.


Il camoscio é un ungulato con aspetto tozzo e compatto, con mantello brunastro d´estate e scuro-nero d´inverno - caratteristico sono i disegni del muso con le redine nere (le fasce facciali) - tipico dell´ambiente montano. I camosci si trovano spesso al di sopra del limite del bosco, in ambienti ripidi e ricchi di rocce o con pareti rocciosi, che in caso di pericolo fungono da sicuro rifugio. Gli zoccoli robusti, larghi e divaricabili, con bordi duri e pianta di consistenza gommosa, facilitano l´arrampicata. Una plica cutanea tra le due dita aumenta la superficie d´appoggio e agevola lo spostamento su neve e ghiaccio d´inverno.
 
Il nome camoscio deriva probabilmente dal greco "kemas", che indicherebbe una capra selvatica (anche se non é chiaro se si riferiva all'odierno camoscio), termine che deriva a sua volta dal sanscritto "kamp", che significa saltellare, balzare. Il termine si evolve poi da camutium a camoccia nel medioevo a chamossius a chamosslus negli ultimi secoli al moderno camoscio. Il nome del genere Rupicapra - letteralmente capra delle rocce - fu ripreso da Carlo Linneo nel 1758 e il genere descritto scientificamente dallo zoologo francese Henri-Marie Ducrotay de Blainville nel 1816, anche se stranamente il camoscio fu considerato una peculiare specie di antilope europea invece che un animale imparentato con le capre vere e proprie.
 
Nella mitologia delle Alpi il camoscio gioca un ruolo come accompagnatore delle Saligen - le donne spirito, custode delle ricchezze e delle forze della natura alpina. Erano animali, in particolare individui bianchi, sacri alle Saligen e il cacciatore sprovveduto avrebbe pagato a caro prezzo il sacrilegio di abbatterne uno.


Comunque il camoscio era una preda troppo ambita e ricercata, dato che la caccia era difficile, per via dell´abitudine dell´animale di rifugiarsi in pareti rocciose, ma poteva essere molto redditizia. Il sangue del camoscio appena ucciso, cosi il grande naturalista Svizzero Conrad Gesner (1516-1565) "veniva consumato da alcuni cacciatori come fresco sgorga dalla ferita, come peculiare medicina contro ogni forma di vertigine." La bile era considerata medicina contro ogni problema della vista, anzi, era cosi efficace che rendeva possibile la visione notturna. Il trofeo più ambito era di gran lungo la roccia bezoar. Nello stomaco di questo ruminante i resti vegetali non digeriti, insieme a capelli, resina e sali, possono formare una palla dura. Al bezoar, recuperato dallo stomaco del camoscio, veniva attribuito un potere magico e curativo contro ogni male delle viscere. 


Fig. 2.& 3. Il camoscio e rocce bezoar, tratti da Lebenwaldt, A. von (1730): Damographia: oder Gemsen Beschreibung.

Si narra che il camoscio in fuga usava le sue corna ricurve per arrampicarsi sulle pareti più ripide e se non c'era più possibilità di fuga, preferiva la morte, buttandosi nel dirupo… (la scienza moderna sembra non confermare questa abitudine).

 


Bibliografia:

TRAAß, V. & LIECKFELD, C.-P. (2005): Mythos Berg - Götter, Gipfel und Geschichten. BLV-Verlag: 208

24 ottobre 2014

Il Granito di Bressanone - Un'indagine petrografica

"Noi abbiamo rapiti i fulmini al cielo, ma quel che è a poca profondità sotto questa terra che tutti calpestano è ancora un gran mistero"
 

Macedonio Melloni (1798-1854), primo direttore dell´Osservatorio del Vesuvio

La teoria della differenziazione magmatica spiega anche le osservazioni pratiche in campo.
 
Il Granito di Bressanone é stato descritto per la prima volta dal geologo Adolf Pichler, che includeva anche un ammasso tonalitico, denominato da lui "Schisto oligoclasico", in questa unita geologica. Oggigiorno vengono suddivise nel Granito/Plutone di Bressanone e la Lamella Tonalitica di Mules, dato che separate sia tettonicamente che temporalmente (Il granito è datato al Permiano, mentre la tonalite all'Oligocene).
 
Il Granito di Bressanone è petrograficamente prevalentemente un Granodiorite. Datato a circa 200 milioni di anni, è l'equivalente plutonico (cioè raffreddatosi e cristallizzato in un profondità di 12 chilometri) dell'Ignimbrite di Bolzano (raffreddatosi, cristallizzato e depositato in superficie). L'intrusione magmatica appare a prima vista molto omogenea, partendo dai dintorni di Brunico nella Val Pusteria, raggiunge il suo massimo spessore apparente nella conca di Bressanone, per poi proseguire in direzioni Merano. Verso nord è delimitata tettonicamente dalla Faglia Periadriatica, mentre verso ovest e nord si può osservare un contatto metamorfico, dove la roccia magmatica incandescente ha alterato le Fillade di Bressanone.

Un' osservazione più attenta rivela che questo plutone e composto da diversi tipi di rocce ignee, che si differiscono sopratutto nel loro contenuto di cristalli mafici (di colorazione scura, come pirosseni, anfiboli e miche) - si possono trovare granito a due miche, granodiorito biotico-anfiboliche, locali varietà di graniti leucocratici e gabbri, pegmatiti e apliti.
 
Fig.1. Diagramma di Streckeisen, in onore del geologo Svizzero Albert Streckeisen (1901-1998), a cui si devono importanti contribuiti per la classificazione petrologica moderna. In questo diagramma triangolare, delimitato dai minerali principali  - quarzo - plagioclasio - feldspato potassico -  si possono inserire tutte le rocce ignee supersature di silicio (cioè rocce acide, in cui si può formare del quarzo cristallino libero).
 
Il Granodiorito, tipo di roccia dominante, si presenta composto da quarzo, feldspati, mica chiara e scura, da grana media o medio-grossa, variamente disarticolato da giunti e fratture.


Il Gabbro a grana media è caratterizzato dalla dominanza dei feldspati, la pressoché assenza di quarzo che viene rimpiazzato da pirosseni di colorazione grigio-verdi.


La Quarzo-diorite è composta da feldspati, anfiboli e quarzo libero, che danno alla roccia un colore grigio-chiaro.


Le diverse litologie sono state generate in fasi successive, con diversi gradi di differenzazione e in diversi episodi di intrusione-magmatica, anche se non è ben chiaro l'origine del magma primario.

L'intrusione del Granito di Bressanone coincide con il formarsi del supercontinente di Pangea. Questo avrebbe, come una coperta isolante, causato un aumento delle temperature alla base della crosta continentale e la fusione del mantello. Il mantello comunque si sarebbe fuso solo incompletamente, generando diverse tipologie di magma primario, da basaltico a grano-dioritico. 

In alternativa il mantello avrebbe potuto produrre solo magma di composizione basaltica, che risalendo si sarebbe differenziato per via di cristallizzazione frazionata o essere stato contaminato dalla fusione parziale di rocce della crosta continentale.

Bibliografia:
 
BARBARIN, B. (1999): A review of the relationships between granitoid types, their origins and their geodynamic environments. Lithos 46: 605-626
BISTACCHI, A.; DAL PIAZ, G.V.; DAL PIAZ, G.; MARTINOTTI, G.; MASSIRONI, M. ; MONOPOLI, B. & SCHIAVO, A. (2003): Carta Geologica e Note illustrative del transetto Val di Vizze - Fortezza (Alpi Orientali). Memorie di Scienze Geologiche Vol.55: 169-188
CLERICI, A. (2013): Passeggiate Geologiche in Valle Isarco. Casa Editrice A. Weger, Bressanone: 363
SANDER, B. (1906): Geologische Beschreibung des Brixner Granits. Jahrbuch d. k.k. geol. Reichsanstalt. Bd. 56 (3+4): 707-743
STINGL, V. & MAIR, V. (2005): An introduction to the geology of South Tyrol. Office of Geology and Material Testing, Cardano (BZ-Italy): 80
YOUNG, D.A. (2002): Norman Levi Bowen (1187-1956) and igneous rock diversity. From OLDROYD, D.R. (ed.); The Earth Inside and Out: Some Major Contributions to Geology in the Twentieth Century. Geological Society, London, Special Publications Nr. 192: 99-111

11 agosto 2014

Come Darwin sbufalo la Sirenetta

"Le sirene esistono ma ce lo nascondono"
Una politica italiana nel 2013

Ha fatto il giro dei soliti siti di fuffa la recente notizia del ritrovamento di un corpo di sirenetta sulle spiagge di Lampedusa. Nel miglior caso la solita bufala d´estate (si tratta di foto del 2011 riprese sul set di "Pirati dei Caraibi"), nel peggiore caso un esempio del pessimo gusto dei fuffologi, poiché alla notizia è stata data "veracità" affermando che la scoperta è stata fatta durante il recupero di naufraghi al largo della costa italiana!
 
Ma non sarebbe la prima volta che il grande pubblico rimane incantato da una sirena.
 
Da sempre l´uomo è affascinato da presunti mostri, ma solo nel 17° secolo la scienza comincio a occuparsi di questo fenomeno. Nel 1792 il naturalista inglese Robert Plot scrive nella sua "Natural History of Oxfordshire"
 
"Devo considerare, come primo, oggetti naturali, qualora abbiano ritenuti la loro forma primaria o nell´ambito del loro sviluppo siano rimasti normali, come animali, pianti e strutture del mondo naturale. Come secondo, l´estravagante e con difetti, causato sia dalla deformazione del tessuto o limitazioni o malformazioni, come visto nei mostri."
 
Lo zoologo Étienne Geoffroy Saint-Hilaire é ancora più preciso a riguardo, le malformazioni dei mostri non sono casuali, ma rispecchiano certe regole - studiando mostri e le loro deformazioni si può scoprire le regole naturali che governano lo sviluppo della vita sulla terra.
 
"I mostri non sono scherzi della natura; la loro organizzazione e sottoposta a regole; a precisi leggi, e queste regole, questi leggi, sono identiche a quelle che controllano il sviluppo della serie animale; in una parola, i mostri sono creature comune, o meglio, non esistono mostri, dato che la natura e tutt'una."
 
Per Saint-Hilaire certe deformazioni individuali rispecchiavano semplicemente un passo più primitivo della linea evolutiva di una specie. Un individuo di tetrapode nato senza arti rispecchia semplicemente una presunta "fase di pesce", che in un tempo remoto la linea evolutiva in soggetto aveva dovuto passare.
 
Non sorprende, conoscendo l´interesse dei naturalisti per questo soggetto, che anche il grande pubblico ne rimase affascinato.
 
L´Inghilterra vittoriana era ossessionata dai mostri e fiere e collezioni di strane creature abbondavano nella Londra di quei tempi. I mostri più celebri erano strani ibridi tra uomo e animale, come la sirena - meta donna e per meta un pesce. Ritenute creature inverosimili da taluni, altri naturalisti, forse meno esperti in anatomia, consideravano la loro esistenza possibile e anche il grande pubblico era abbastanza ottimista (o abbastanza interessato alla cosa da pagare per visitare le rispettive esposizioni nei "freak shows").
 
Nel 1822 a Londra in una piccola esposizione apparve quello che fu ritenuto la più tangibile prova per l´esistenza delle sirene.  In una vetrinetta era esposto un essere con una lunga coda di pesce e le braccia e il cranio dall´aspetto antropomorfico, con tanto di lunghi capelli e piccoli capezzoli sul petto. Il reperto era stato acquistato dal capitano Samueal Barrett Eades per una cifra equivalente a una nave mercantile (aveva venduto la nave che gestiva per comprarlo) in Batavia (Indonesia). Per rifarsi del denaro investito, fu allestita un'esposizione con tanto di annunci pubblicitari in diversi giornali londinesi. 

Fig.1. La sirenetta del capitano Eades in una stampa pubblicitaria del 1822.

E curioso notare che Eades si mise in contatto con un noto chirurgo per confermare la veracità del reperto come nuova specie, questo confermo solo che si trattava di un falso composto da parti di salmone e orango! 
Eades non si arrese e ben presto in un giornale inglese apparve un articolo che, basandosi anche sulla lunga lista di avvistamento di sirene nel passato e l´apparente mancanza di linee di sutura nel reperto (nascosto dai falsi seni), dichiaro che si trattava di una scoperta scientifica genuina. La discussione continuò fino al 1823, ma il pubblico perse rapidamente l´interesse nel reperto, sta di fatto che per quasi venti anni non si seppe quasi più nulla, a parte periodiche affermazioni che qualcuno aveva scovato uno strano essere tra le curiosità esposta in diverse fiere locali.
Nel 1842 riappare negli Stati Uniti, ora venduto dal famoso imprenditore Phineas Taylor Barnum come sirenetta delle Feejee, con tanto di naturalista fasullo che l´aveva raccolta durante una delle sue avventurose spedizione nel Pacifico. La sirenetta, cosi la pubblicità, era l´anello mancante tra uomo e pesce, come il pesce volante era l´anello mancante tra uccelli e pesci !
 
La pubblicazione della teoria sull´evoluzione di Darwin nel 1859 fu un duro colpo per questa credenza. Darwin spiegava che l´evoluzione era un processo lento e che occorreva tramite minuscoli cambiamenti degli organismi - ma le creature mostrate nei "freak show" erano quelle più deformati e inverosimilmente sarebbero potuti sopravvivere in natura tanto a lungo da trasmettere le loro deformazioni alla prole. Inoltre erano organismi ibridi tra diverse linee evolutive, come pesci e mammiferi, linee evolutive che si erano separate in tempi geologici troppo remoti e non potevano perciò più incrociarsi.
 
Ma ucciso un mostro ne appare subito un altro. Ben presto le rispettive esposizioni presentavano al pubblico pagante un nuovo mistero della scienza, il presunto "missing link" - un strano ibrido tra uomo e scimmia, con postura bipede e grande cervello, ma sembianze scimmiesche.

Fig.2. "Cos´é ?", una stampa pubblicitaria dell´American Museum, pubblicata nel 1860. "È un essere inferiore dell´uomo, o il prossimo passo evolutivo della scimmia? oppure é entrambi in combinazione?"

L´uomo scimmia sembrava un concetto supportato dalla teoria dell´evoluzione, almeno un´evoluzione vista come predefinita e lineare, in cui le odierne scimmie e l´uomo moderno formano i punti terminali. Già Darwin riconobbe l´errore in questo mito popolare e ripetutamente nelle edizioni del suo "Origin of Species" ricorda che l´antenato comune di due specie non deve necessariamente assomigliare a una di queste o apparire come una loro combinazione. 

Purtroppo il concetto prevale anche ai tempi nostri… continua ….

Bibliografia:

ASMA, S.T. (2001): Stuffed Animals and Pickled Heads. The Culture and Evolution of Natural History Museums. Oxford University Press: 319
BLUMBERG, M.S. (2009): Freaks of Nature. What anomalies tell us about development and evolution. Oxford University Press: 341
BONDESON, J. (1999): The Feejee Mermaid and other Essays in Natural and Unnatural History. Cornell University Press: 315
DA COSTA, P.F. (2000): The understanding of monsters at the Royal Society in the first half of the eighteenth century. Endeavour Vol. 24(1): 34-39
GOODALL, (2005): Performance and Evolution in the Age of Darwin. Out of the Natural Order. Routledge edition: 288

8 agosto 2014

Il mistero del Granito II - La nascita delle Rocce Ignee

Dopo l'avvento del Plutonismo (una teoria geologica che assume che le rocce ignee si formano dalla cristallizzazione del magma) nel 19° secolo ben presto si cerco di capire l' esatto meccanismo della formazione dei componenti/cristalli che compongono le rocce solidificate. È chiaro che il magma, la roccia fusa, deriva dal mantello terrestre, che dovrebbe (per motivi termodinamici) essere chimicamente molto uniforme. Questo pone un grande problema, da un mantello cosi monotono si potrebbero - in teoria - derivare solo un limitato numero di rocce, più precisamente:
 
- Le rocce plutoniche, formandosi dalla lenta cristallizzazione del magma in profondità  sono caratterizzate da cristalli di grandi dimensioni.
- Le rocce effusive, raggiungono velocemente la superficie terrestre, dove il rapido raffreddamento forma materiale vetroso o solo piccoli cristalli.

Fig.1. Un singolo cristallo di feldspato in una matrice composta da cristalli molto piú piccoli e meno sviluppati - plutone di Terlano.
 
Ma le rocce ignee terrestri non mostrano solo una variazione della loro tessitura, ma anche una notevole varietà nei minerali che le compongono.
 
Nel 1851 il chimico Robert Wilhelm E. Bunsen (1811-1899) propose che di fatto esistono almeno due varietà di magma nella crosta terrestre - le "pirrosseniti", con una composizione basica (con un basso contenuto di silice), e le "trachiti", con una composizione acida (alto contenuto di silice). Tutte le restanti rocce ignee terrestri si formano quando queste due varietà si mescolano nella crosta terrestre. Bunsen comunque non riuscì a spiegare come queste due riserve di magma potevano restare separate nel mantello terrestre.
 
Il giovane geologo Charles Darwin propose una teoria alternativa -  un magma uniforme e primario perdeva o acquistava dei minerali grazie al loro peso specifico variabile. Darwin basa quest´idea intrigante sulle sue osservazioni geologiche effettuate durante il viaggio attorno al mondo a bordo del "Beagle", soprattutto dopo aver visitato l' isola di origine vulcanica La Ascension.
 
"Credo che non vi possano essere dubbi che in questi casi i cristalli decantino in ragione del loro peso. Il peso specifico del feldspato varia da 2,4 a 2,58, mentre l'ossidiana sembra essere di solito tra 2,3 e 2,4; in una condizione di fluidità il suo peso specifico sarebbe probabilmente minore, il che dovrebbe facilitare la sedimentazione dei cristalli di feldspato. … La decantazione dei cristalli all'interno di una sostanza viscosa come quella delle rocce fuse, come è avvenuto in maniera inequivocabile nel caso dell'esperimento di Drée, merita un esame più attento, perché il fenomeno chiarisce il problema della separazione delle serie laviche trachitiche e basaltiche."
 
Ma solo grazie agli esperimenti sulla cristallizzazione condotti dal geologo Norman Levi Bowen (1887-1956) si riuscì a spiegare l'esatto meccanismo della formazione delle rocce ignee.
Nel 1913 Bowen pubblicò uno dei più famosi diagrammi nelle scienze della terra - la reazione continua tra i due termini estremi dei plagioclasi - Anortite - Albite, che avviene durante la cristallizzazione di un magma. 

Fig.2. Il diagramma della cristallizzazione dei feldspati, da Bowen "The Melting Phenomena of the Plagioclase Feldspars" (1913).

Raffreddandosi, da un magma si differenziano continuamente cristalli, la cui composizione varia rispetto al fluido primario (il meccanismo funziona in entrambi le direzioni, cioè se si fonde un cristallo si possono formare diverse fluidi). Se sia il magma, sia i cristalli rimangono in contatto a fine cristallizzazione la roccia risultante avrà la stessa composizione sommaria del magma primario. Se pero i cristalli sono esportati dal sistema, il magma restante avrà una composizione impoverite di certi elementi (che si trovano ora nei cristalli) e sarà a sua volta arricchito relativamente di altri elementi. Da questo magma residuo si potranno generare altri minerali e cosi anche nuovi tipi di rocce ignee.

Primo passo: Generazione di un magma, tramite fusione parziale delle rocce del mantello, se questo magma primario risale nella crosta terrestre, comincia a raffreddarsi e cristallizzarsi

Secondo passo: I meccanismi della differenziazione magmatica successiva, che separano cristalli e fluido, comprendono:
 
-    Segregazione tramite gravità e peso specifico (come proposta in parte da Darwin)
-    Segregazione tramite correnti di convenzione nei corpi magmatici
-    Segregazione di magma non mescolabili tra di loro

Possibile terzo passo: A questi si aggiungono successivi meccanismi che possono contaminare il magma primario e residuo:

-    Se magma già in parte differenziati si mescolano, possono formarsi nuove variazioni di magma, da cui si possono cristallizzare nuove rocce ignee
-    Assimilazione e contaminazione con rocce preesistenti
 
Continua…
 
Bibliografia:
 
CHIESURA, G. (2013): Isole di Darwin - Un curioso in mezzo al mare. CD-Rom
YOUNG, D.A. (2002): Norman Levi Bowen (1187-1956) and igneous rock diversity. From OLDROYD, D.R. (ed.); The Earth Inside and Out: Some Major Contributions to Geology in the Twentieth Century. Geological Society, London, Special Publications Nr. 192: 99-111
YOUNG, D.A. (2003): Mind over Magma - The Story of Igneous Petrology. Princeton University Press, Princeton - Oxfordshire: 693

6 giugno 2014

La Grande Guerra nelle Dolomiti

"Poiché quando, siano in tempi antichi o moderni, sono stati raggiunti tali grandi prodezze da parte di cosi pochi contro cosi tanti,...[]"
Hernando e Pedro Pizzarro, 1532
 
La conformazione di un paesaggio può influenzare notevolmente sulle strategie da adottare durante una campagna militare.
Fiumi e paludi rallentano un esercito in avanzamento e profonde gole o falesie possono fermare perfino l´avanzamento delle truppe.
Punti prominenti - come montagne o ammassi rocciosi - possono fungere da punti d´osservazione e con l' avvento della mitragliatrice e artiglieria pesante un singolo punto situato abbastanza in alto e fortificato poteva fermare una intera armata.
 
Nel 1915 la Grande Guerra raggiunse uno dei campi di combattimento più estremi dal punto geologico  - gli atolli fossili delle Dolomiti. Mai prima d'ora la guerra meccanizzata era stata combattuta in un ambiente cosi estremo - difatti a fine conflitto valanghe, freddo e frane avranno causato più vittime che le stesse operazioni di guerra. La conformazione topografica rese impossibile attacchi diretti, come si era abituati nelle pianure.

Le creste delle montagne sovrastanti le valli e i passi tra il regno d' Italia e l' impero Austro-Ungarico  erano di vitale importanza strategica, e ben presto si adottò la guerra di trincea e le montagne furono trasformate in roccaforti naturali.  Una di queste fu il massivo del  Lagazuoi (2.700m), la cui ripide parete sovrasta il passo di Falzarego (2.105m). Il passo si sviluppa nei sedimenti marnosi e facilmente erodibili della formazione di San Cassiano, mentre il Lagazuoi e formato dalla Dolomia di Cassiano, un' antica struttura di reef che progradà nei sedimenti di bacino.
 
Fig.1. Il massiccio del Lagazuoi, le trincee austriache erano situate sulla piattaforma sommitale, le postazioni italiane a circa meta parete, sopra il passo di Falzarego.

Le linee di difesa della armata austriaca erano situate sulla cresta del monte, mentre gli italiani attaccarono dal basso, riuscendo ad installarsi a meta parete sulla cinta di Martini, formata da una faglia di sovrascorrimento che spacca in due il nucleo del reef. Questa spaccatura naturale fu scavata e ampliata dagli italiani per stabilirci una linea di attacco, mentre gli austriaci cercarono di stanare gli soldati avversari con granate e bombe gettate dall' alto - ma invano, nessuna delle parti riuscì nell' intento e
 
Fig.2. Trincea austriaca sopra il precipizio della parete del Lagazuoi.

Per sbloccare la situazione di stallo tra le due armate si cerco di causare delle frane artificiali oppure di scavare delle galleria fino al di sotto delle rispettive trincee nemiche, per poi farle saltare in aria. Nel luglio 1916 gli austriaci iniziarono a scavare una galleria per raggiungere la cinta di Martini, ma gli italiani risposero con due gallerie proprie, è riuscirono ad avanzare più velocemente. In risposta gli austriaci cominciarono a scavare in direzione di queste due galleria di attacco e nel gennaio del 1917 brillarono una mina, che fece  franare le due linee scavate dagli italiani.
Gli austriaci ripresero gli scavi alla galleria principale, che era alta 1,8 - e ampia 0,8 metri, il minimo indispensabile per far passare e lavorare i minatori. I minatori riuscirono ad avanzare 0,3 a 1,7 metri al giorni, in parte con trapani meccanici e più lentamente con scalpello e martello. Il 22 maggio dell' anno 1917 la mina di 24.000 chilogrammi di esplosivo fu brillata, la risultante esplosione e frana distrusse completamente la posizione nemica.

Fig.2. La fotografia, scattata dal maggiore Karl von Raschin, cinque minuti dopo l´esplosione della mina austriaca il 22 maggio 1917 al Lagazuoi.

Fig.4. La cicatrice - alta 200 metri e ampia 136 - sul Piccolo Lagazuoi causata dall' brillamento della mina nel 1917.
 
Ancora per settimane dalla montagna sventrata materiale continuerà a  franare, portando con se i resti dei soldati caduti …

La guerra d´alta montagna combattuta nelle Dolomiti non sarà decisiva per il fato della Prima Guerra Mondiale, che termina 1918 - resta la memoria e la cicatrice sulla montagna, silenzioso monito della follia umana.
 
Bibliografia:
 
LANGES, G. (2012): Die Front in Fels und Eis - 1915-1918. Verlagsanstalt Athesia, Bozen: 232
ROSE, E.P.F. & NATHANAIL, C.P. (eds.) (2000): Geology and Warfare: Examples of the Influence of Terrain and Geologists on Military Operations. The Geological Society : 501
TROMBETTA, G.L. (2011): Facies analysis, geometry and architecture of a Carnian carbonate platform: the Settsass/Richthofen reef system (Dolomites, Southern Alps, northern Italy). Geo.Alp, Vol.8: 56-75

2 giugno 2014

Alla Ricerca del Serpente marino

Nel corso del 19° secolo nessun altro presunto criptide raggiunse tale fama quanto il "Serpente marino". L' atteggiamento possibilista non solo del pubblico e i media, ma anche dei naturalisti, verso l' esistenza di una grande rettile marino ancora sconosciuto alla scienza fu alimentato dalla scoperta dei primi rettili marini fossili nell' Inghilterra vittoriana. Nel 1812 la giovane Mary Anning insieme a suo fratello Joseph scopri uno dei più completi scheletri di Ittiosauro, seguito nel 1821 dal fossile di un Plesiosauro.

Fig.1. La descrizione di un' strano incontro con un serpente marino nel 1817 nel porto di Gloucester (Massachusetts), 5 anni dopo la descrizione dei primi rettili fossili dell' Inghilterra- la divulgazione della notizia sarà seguita da un improvviso  picco di presunti avvistamenti di mostro marini nei mari americani…

Nel 1827 il botanico e amico di Darwin, Sir William Hooker, riferendosi ai Ittiosauri e Plesiosauri, conclude in una nota:
 
"le recenti scoperte di Plesiosaurus e Megalosaurus hanno richiesto ben più grande fede che quella del serpente, la descrizione dell' ultimo ha ricevuta poca credibilità, perfino ridicolizzata..."
 
Nell' opera del geologo Robert Bakewell "Introduction to Geology" (1833) viene introdotta una idea che diverrà molto popolare per spiegare un presunto criptide 100 anni più tardi:
 
"la congettura intrigante di Mr. Bakewell, che potrebbe trattarsi di un sauro, coincide ben meglio con l' assunzione che si tratti di un Plesiosauro che non di un Ittiosauro, dato che il corto collo del secondo non coincide con il generale aspetto del serpente marino."
 
L' ipotesi Plesiosauro fu anche applicata ad un dei più spettacolari e noti incontri con un mostro marino - il presunto serpente avvistato dalla ciurma del "HMS Daedalus", che risulto in una disputa furiosa nel  "The Times", in cui alzo la sua voce perfino il grande zoologo Richard Owen.
 
Nel 1849 l' editore del giornale "The Zoologist" - Edward Newman  - pubblico un resoconto di seconda mano di un avvistamento di mostro la cui descrizione coincide con la ricostruzione di Plesiosauri popolare al tempo :
 
"Capitano George Hope afferma, che quando a bordo del HMS Fly, nel golfo della California, il mare era perfettamente calmo e trasparente, vide in fondo un grande animale marino, con la testa di generale conformazione di alligatore, eccetto che il collo era molto più lungo e invece di arti la creatura aveva quattro grandi pinne, simili a quelle delle tartarughe.. la creatura era ben visibile, e i movimenti poterono essere osservati con gran' facilità, sembra che facesse caccia a delle prede sul fondo del mare."

Fig.2. Ricostruzione in vita di Plesiosauro e Ittiosauro, da TOULA "Lehrbuch der Geologie" (1900), curioso che questi rettili marini sono mostrati come animali terrestri nell' immagine, sta di fatto che nel 1933 fu descritto un presunto incontro con Nessie sulla terra ferma ! - il primo avvisatmento moderno del presunto mostro di Loch Ness, che fu descritto come sauro e che una generò un ondata di avvistamenti di "Plesiosauri d' acqua dolce"...
 
 Nel 1845 il geologo Charles Lyell, durante un viaggio negli Stati Uniti, si imbatté in un strano cartello che pubblicizzava la scoperta ed esposizione di un scheletro di serpente marino lungo quasi 30 metri. Lyell era molto interessato ai racconti ed avvistamenti di mostri marini - perfino include una serie di presunti avvistamenti nella sua opera "Second Visit to the United States of North America", pubblicata nel 1849. Lyell oggigiorno è famoso per la formulazione dell' uniformatismo - cioè la teoria che le forze naturali che scolpiscono la terra oggigiorno sono le stesse che operavano nel passato geologico.
Basandosi su questa premessa per Lyell era anche impossibile l' estinzione di una specie, dato che anche oggigiorno non si osserva l' improvvisa apparizione di nuove specie (Darwin pubblicherà il suo libro sulle origine delle specie appena nel 1859), cosi doveva essere in passato. La presunta esistenza di mostri marini - identificati come sopravvissuti rettili marini - sarebbe una prova biologica indipendente che avvallerebbe la sua teoria geologica.
 
Il presunto scheletro di serpente marino - "descritto scientificamente" come Hydrarchos sillimani - ben presto sarà esposto come falso composto dai resti fossili di vari animali preistorici. Senza alcuna prova biologica e tangibile, alla fine dei conti Lyell rinuncerà di includere mostri marini nelle sue restanti opere geologiche.
 
A fine secolo l' interesse del pubblico per serpenti marini velocemente diminuisce, anche se vengono pubblicati ancora alcuni interessante opere che riassumono molti  casi o cercono di spiegare gli avvistamenti con incontri con squali o calamari giganti (GOULD 1886; OUDEMANS 1892; LEE 1883).
 
Solo dal 1930 in poi inizierà una nuova ondata di avvistamenti - con il Cadborosaurus willsi negli Stati Uniti e Nessiteras rhombopteryx nella Scozia - anch' essi interpretati come sopravissuti relitti del passato… sopratutto Nessie com Plesiosauro...
 
Bibliografia:
 
LOXTON, D. & PROTHERO, D.R. (2013): Abominable Science! - origins of the Yeti, Nessie, and other Famous Cryptids. Columbia University Press, New-York: 368

25 maggio 2014

Le piramidi di terra di Terento

Seguendo il Rio di Terento sul lato orografico sinistro ci s'imbatte ben presto in delle strane piramidi e colonne, spesso con un buffo capello di pietra in punta. Si tratta delle piramidi di terra di Terento, seconda località nella Val Pusteria (dopo Perca) con questi fenomeni geomorfologici. In seguito a un violento nubifragio e inondazione nel 1837, i depositi morenici dell´ultima glaciazione sono stai erosi del rio e la pioggia sta lentamente dilavando e formando le piramidi.
 
Questi depositi morenici mostrano un'interessante suddivisione - la parte inferiore e di colorazione più chiara, dato la composizione prevalentemente di origine granitica. Solo nella parte superiore s´incontrano materiali scistosi e gneiss, che danno all´ammasso di breccia una colorazione grigiastra. 

A dispetto di tipiche morene glaciali, che non mostrano nessuna suddivisione dei componenti, nelle piramidi di Terento si nota una debole stratificazione inclinata verso valle. Questa osservazione fa pensare che si tratta di fatto di materiale morenico rimaneggiato, trasportato dai pendii tramite colate di fango.

Bibliografia:

CLERICI, A. (2013): Passeggiate Geologiche in Valle Isarco. Casa Editrice A. Weger, Bressanone: 363

16 maggio 2014

Recensione Libro - Lost Animals

L' intera storia della terra è segnata dall' estinzione di specie

A testimoniare la loro passata presenza rimangono solo i fossili, le tracce del loro passaggio e in tempi molto più recenti le testimonianze scritte da storici, le raffigurazioni pittoriche, le moderne illustrazioni scientifiche e da poco più di 150 anni le immagini fotografiche (il primo libro naturalistico con delle fotografie - The Pencil of Nature - fu pubblicato nel 1844).
Stranamente una fotografia può risultare molto più sconfortante rispetto  a un un disegno , forse perché l' inconscio ci suggerisce che l'immagine creata da una macchina risulta definitiva e fredda, non influenzata dai preconcetti, forse perfino da rimorsi o speranze, dell' artista umano, dato che molte delle specie immortalate su fotografie si sono estinte a cause direttamente o indirettamente legate all' attività umana.
 
"Lost Animals - Extinction and the Photographic Record" dell' autore Errol Fuller è una raccolta di fotografie d' epoca, in parte inedite o conosciute perlopiù solo ai specialisti, di 28 specie estinte. Fuller è un autore inglese cha ha già scritto diversi libri dedicati agli uccelli estinti e anche in questo libro si è concentrato soprattutto sugli uccelli , di fatti 21 delle schede sono dedicate a volatili. In parte questa discrepanza risulta anche dal fatto che i fotografi preferivano immortala i più variopinti uccelli che non i più sbiaditi mammiferi - come il tilacino o il cervo di Schomburgk.
Ogni fotografia, o serie di fotografie, presentate nel libro è accompagnato da un breve testo che riassume quello che si sa sulla storia e i fattori della sua estinzione (se è possibile ricostruirli), l' autore delle immagini e le circostanze in cui sono state scattate queste.
Ironicamente alcune di queste vicende avrebbero potuto scaturire dalla mente di un sceneggiatore di una telenovela, talmente tanti sono gli elementi tragi-comici incontrati.
 
Il lento declino dello svasso dell'Atitlán (Podilymbus gigas) fu minuziosamente documentata dalla naturalista amatoriale Anne LaBastille (1935-2011), che pubblico articoli e immagini di questa specie endemica del lago di Atitlán (Guatemala) nella speranza di suscitare l'interesse pubblico per la sua salvaguardia. La locale industria di fatto sfruttava il lago per la canna palustre e la pesca, distruggendo il habitat della specie e introducendo delle specie di pesce aliene, causando un crescente competizione tra gli uccelli e i pesci per le col tempo sempre più limitate risorse del lago. Un collaboratore di LaBastille, un uomo di nome Edgar Bauer, fu perfino assassinato da ignoti, forse perché la loro attività ambientalista era malvista dai locali uomini d' affare.
Al danno la beffa, quando nel 1970 un terremoto fece abbassare il livello d' acqua nel lago a tal punto che le restanti zone di canna palustre si seccarono completamente. Nel 1978 la specie fu dichiarata praticamente estinta, anche se forse alcuni rari esemplari sopravvivevano, la loro diversità genetica oramai era troppo ridotta per garantire un recupero.
 
Alcune ultime foto furono scattate per caso. Una colonia di anatre testarosa (Rhodonessa caryophyllacea), specie nativa dell' India, sopravisse nel parco inglese di Foxwarren fino al 1926, quando il naturalista e fotografo David Seth-Smith (1875-1963) scatto alcune immagini, più per curiosità propria che documentazione zoologica. Nel periodo 1936-1945 la specie si estinse completamente.
 
Il rallo dell' isola di Wake (Gallirallus wakensis) fu letteralmente mangiato dai soldati americani, e poi giapponesi, rimasti isolati sull' isola durante le confuse operazioni militari che segnarono la guerra dell' Indo-Pacifico tra il 1941 al 1945. Le uniche fotografie esistenti furono scattate dai operari che costruirono la pista di atterraggio dell' isola, annoiati dalla monotonia del tempo libero su di una isola spoglia e incuriositi dalla vivacità degli uccelli indaffarati nella caccia ai granchi.
 
Simile destino per la schiribilla di Laysan (Porzana palmeri), originaria dalle isole Hawaii, sopravisse in una colonia artificiale sull' Isola di Pasqua, finche le attività della marina americana sull'isola rilascio una invasione di ratti che sterminarono i pulcini della colonia, che a fine conflitto mondiale si estinse.
 
Di alcune specie, come il pappagallo dal paradiso (Psephotus pulcherrimus, considerato estinto dal 1928) o il più conosciuto tilacino (Thylacinus cynocephalus, considerato estinto dal 1936) circolano ancora rumori sulla loro sopravivenza e vari tentativi sono stati intrapresi per riscoprirli, ma senza appezzabile risultati.
 
Di molte specie esistono solo singole fotografie (come del pipistrello Mystacina robusta, nativo della Nuova-Zelanda, la cui unica immagine risale appena al 1965), di molte altre solo foto in bianco-nero, sbiadite o mosse o di scarsa qualità. Fa eccezione il delfino dello Yangtze (Lipotes vexillifer, estinto dal 2002), di cui esistono molte foto di buona qualità, che però perlopiù rappresentano un solo esemplare tenuto in cattività a Wuhan e morto di vecchiaia nel 2002. Simile vale per il Quagga (Equus quagga quagga), di cui le uniche cinque immagini conosciute e datate al periodo 1860-1870 mostrano una femmina dello zoo di Londra. 

L' aspetto dello cervo di Schomburgk (Cervus schomburgki, considerato estinto dal 1930) è conosciuto praticamente solo da un unico esemplare imbalsamato della collezione del museo naturale di Parigi e da una fotografia scattata nel 1911 allo zoo di Berlino. Curiosamente nel 1991 in una farmacia di rimedi tradizionali e medicinali cinesi fu scoperto un palco di cervo che era simile al palco del Cervus schomburgki e che proveniva da un' animale abbattuto appena un anno prima - purtroppo anche di questo  palco sopravvive solo una fotografia di dubbio valore per l' identificazione inequivocabile.

Lost Animals non si sbilancia su colpe del passato, aspetti di conservazioni recenti o futuri e fantastici progetti di clonazione per riportare in vita specie estinte. Il libro, correlato purtroppo solo di una bibliografia molto limitata e senza ulteriori riferimenti nel testo stesso, presenta una risorsa fotografica per ogni appassionato di zoologia/paleontologia, sopratutto per specie estinte da meno di 100 anni (dato che su quelle più vecchie il diritto d'autore è scaduto, queste sono facilmente reperibili online).

22 aprile 2014

La lezione ecologica dell´Isola di Pasqua

La storia dell´ecocidio - il collasso di un'intera civiltà a causa del degrado ambientale e delle risorse naturali - dell´isola di Rapa Nui, meglio conosciuta come Isola di Pasqua - è stato reso popolare dal film "Rapa Nui" (1994), varie documentazioni (tra cui molte pseudoscientifiche) e dal libro del biologo americano Jared Diamond "Collapse - How societies choose to fail or survive" (2005).

Secondo lo scenario proposto la civiltà di Rapa Nui avrebbe deforestato l´intera isola per la costruzione delle statue dei Moai. La terra spoglia ben presto fu erosa, i raccolti dei campi non erano sufficienti per sfamare una popolazione cresciuta a dismisura - guerra, carestia e collasso furono le conseguenze. Una società destinata all´estinzione, confinata su una minuscola isola nel bel mezzo dell´oceano, per la sua stessa avidità e stupiditá - il confronto con l´odierna crescita illimitata della specie Homo sapiens su un pianeta confinato e limitato, disperso nell'infinita dello spazio, viene naturale.


Ma ci sono diversi problemi con questo scenario. I siti paleontologici, con i resti delle piante, studiati sull´isola sono molto limitati, le carote di sedimenti recuperati sono incompleti e spesso la datazione è dubbia. Non è perciò chiaro quando l´isola ha perso completamente le sue foreste native. Secondo le analisi più recenti l´isola durante l´Olocene era caratterizzata da un clima umido e le foreste si estendevano su 70% della superficie dell´isola, almeno fino all´arrivo dei primi uomini verso il 300 all' 800 d.C. Sfortunatamente dopo l´800 il clima s'inaridisce è perciò non si sono depositati sedimenti di questo periodo nei pochi laghi perenni o paludi. Non è perciò ben chiaro se la popolazione veramente ha deforestato in un breve periodo l´intera isola - come postulata dall´ipotesi del collasso improvviso -  o se la siccità ha causato un lento, ma continuo, declino della foresta. 
Contro l´ipotesi della deforestazione veloce e catastrofale sta l´osservazione che non sono mai stati trovati significanti resti o strati carbonizzati, dato che molte civiltà antiche per sgomberare terra per uso agricolo usavano dei incendi controllati, sembra strano che lo stesso metodo non siá stato adottato anche sull´Isola di Pasqua. Inoltre i reperti archeologici che mostrerebbero cannibalismo (esiste inoltre anche il cannibalismo culturale in tempi pacifici) e ferite di combattimento sono pressoché nonesistenti.
 

Quando l´isola fu scoperta dagli europei nel 1722 fu descritta di fatto spoglia, ma con agricoltura più che sufficiente per sfamare la popolazione endemica. La foresta scomparsa era stata rimpiazzata da cespugli piantati e copertura dei campi con rocce laviche, che diminuivano l´erosione del suolo da parte del vento e proteggevano la terra dal sole incandescente. Gran parte dell´erosione e distruzione osservabile tutt'oggi sull´isola fu causata dal pascolo di grossi animali (capre, pecore, vacche e cavalli) introdotti dagli europei negli ultimi 150 anni.
 
Fig.1. Nel 1786 l´isola fu raggiunta da una spedizione scientifica francese (1785-1788) sotto il commando di Jean-François de La Pérouse. Le immagine realizzate degli artisti di bordo mostrano una civiltà stabile e le statue ancore  intatte, il che contradice l´ipotesi di guerre, anche con sfondo religioso, tra la popolazione indigena.
 
Dalla documentazione archeologica emerge un'immagine molto più complessa - un declino lento della vegetazione primordiale, causato da vari fattori, tra cui il clima e probabilmente aiutato anche dall´uomo - un cambiamento a cui gli abitanti di Rapa Nui riuscirono ad adattarsi all´inizio.
 

Rimane comunque un´importante lezione da imparare dalla storia dell´isola di Pasqua: anche se la perdita dell'ecosistema dell´isola non è da imputarsi esclusivamente all´uomo, un ambiente impoverito ha privato la società locale di molte possibilità future (su un´isola spoglia é difficile costruire navi e sviluppare la navigazione) - ogni civiltà, progredita o no, dipende dall´ambiente circostante e alla fine e nei propri interessi tutelarlo.

Bibliografia:

HUNT, T.L. (2007): Rethinking Easter Island’s ecological catastrophe. Journal of Archaeological Science 34: 485-502
HUNT, T.L. & LIPO, C.P. (2007): Chronology, deforestation, and “collapse:” Evidence vs. faith in Rapa Nui prehistory. Rapa Nui Journal 21(2): 85-97
HUNT, T.L. & LIPO, C.P. (2009): Revisiting Rapa Nui (Easter Island) “Ecocide”. Pacific Science 63(4): 601-616
HUNT, T. & LIPO, C. (2011): The Statues that Walked: Unraveling the Mystery of Easter Island. Counterpoint: 256
THOMSON, W.J. (1891): Te Pito Te Henua, or Easter Island. Report of the National Museum 1888-89, Smithsonian Institution, Washington: 552
RULL, V.; CANELLAS-BOLTA, N.; SAEZ, A.; GIRALT, S.; PLA, S. & MARGALEF, O. (2010): Paleoecology of Easter Island: Evidence and uncertainties. Earth-Science Reviews 99:50-60
MANN, D.; EDWARDS, J.; CHASE, J.; BECK, W.; REANIER, R.; MASS, M.; FINNEY, B. & LORET, J. (2008): Drought, vegetation change, and human history on Rapa Nui (Isla de Pascua, Easter Island). Quaternary Research 69:16-28
MIETH, A. & BORK, H.-R. (2010): Humans, climate or introduced rats – which is to blame for the woodland destruction on prehistoric Rapa Nui (Easter Island)? Journal of Archaeological Science 37: 417-426
MIETH, A. & BORK, H.-R. (2005): History, origin and extent of soil erosion on Easter Island (Rapa Nui). Catena 63: 244-260

21 aprile 2014

L'Uovo gigante tra Leggenda e Realtà

Nell´anno 1658 l´ammiraglio Ètienne de Flacourt pubblico la sua "Histoire de la Grande Isle de Madagascar", una dettagliata cronaca storica e naturalistica dedicata al Madagascar e frutto della sua esperienza come governatore dell´isola tra il 1648 al 1655. In quest'opera menziona anche uno strano uccello, che si nascondeva nelle foreste impervie dell´entroterra:
 
"Vouronpatra, un´grande uccello che abita gli Ampatres* e depone le uova come lo struzzo: a qualora la gente locale non lo catturi, si ritira nelle regioni più desolate."
*Ampatres significa "zona paludosa" nella lingua nativa, Vouronpatra è un termine combinato tra Vorona, che significa uccello, e Patra, appunto palude

Fig.1. Uovo indeterminato del Madagascar.
 
Altri resoconti aggiungevano ulteriori inquietanti dettagli, le uova di questo misterioso uccello erano descritte otto volte più grandi di quelle dello struzzo (che raggiunge un'altezza di due metri e mezzo) e venivano usate dai nativi come serbatoi d´acqua potabile. Di fatto nel 1832 il naturalista Victor Sganzin osserva un mezzo uovo usato come scodella dai nativi. Nel 1848 il capitano M. Dumarele raccontava di uno strano incontro sulla propria nave. I nativi avevano portato un uovo vuoto con una capienza di tredici bottiglie di vino (e che volevano aver riempito con il Rum) a bordo. A richiesta d´acquisto dello strano oggetto, rispondevano che un uovo cosi grande e completo era merce troppo rara per essere venduta e ancora più raro era l´uccello che lo deponeva.

Poiché a parte di questi strani racconti mancavano prove tangibili, queste storie furono ritenute dai naturalisti del vecchio continente perlopiù leggende o fiabe. Già nel tredicesimo secolo Marco Polo aveva raccontato di aver visto alla corte del Kublai Khan uova gigantesche, che provenivano da un'isola a largo dell´Africa. Le uova - cosi i naturalisti di quei tempi - provenivano dal mitico Roc, un uccello rapace talmente grande che riusciva a cacciare gli elefanti - ovviamente una impossibilita zoologica.
 
Nel 1840 un esploratore mando frammenti di alcune grandi uova allo zoologo francese Paul Gervais, che però gli identifico come proveniente da un tipo di struzzo. Solo nel 1851 l´esistenza di un grande uccello endemico del Madagascar divenne ufficiale, con tre uova (con una lunghezza fino a 34 centimetri e con una capienza sei volte superiore a un uovo di struzzo) recuperate e presentate insieme a dei frammenti di ossa alla Académie des Sciences di Parigi. Appena dodici anni prima il naturalista britannico Richard Owen aveva descritto una specie di uccello gigante fossile dalla Nuova Zelanda - il Moa - , basandosi solamente su reperti frammentari. Il naturalista Geoffrey-Saint-Hilaire denominerà l´uccello del Madagascar Aepyornis maximus. Solo quindici anni più tardi si scoprirà uno scheletro completo di questa specie fossile, anche chiamata "uccello elefante" per via delle dimensioni delle ossa recuperate.
 
Fig.2. Ricostruzione di Aepyornis maximus da BURIAN 1972.

Il racconto del Vouronpatra pone un interessante quesito - potrebbe il mito essere basato su incontri dei nativi con una specie di uccello elefante sopravvissuta fino ai tempi moderni?
 
Un´ipotesi verosimile. Esiste un caso simile abbastanza ben documentato. Nei miti dei Maori della Nuova Zelanda i Moa giocano un importante ruolo ed esistono anche storie di caccia da parte dei Maori a queste creature. Anche basandosi sulla "freschezza" delle leggende raccolte dai primi coloni europei, si ha ipotizzato che alcune specie di Moa sopravvissero fino al 1800. Reperti archeologici supportano in parte questa ipotesi, poiché datano l´esistenza di alcune specie di Moa fino al 1600.
 
Nel caso dell´uccello elefante la situazione è un po' più incerta. La mitologia sul Vouronpatra, come riportata da Flacourt, sembra essere molto meno sviluppata e molto più vaga che nel caso dei Moa e dei Maori.
 
Rimangono tre ipotesi verosimili:
 
-    L´uccello era visto come una preda - anche se preda molto rara - di un comune animale, non come un elemento mitologico. Ipotesi più intrigante, poiché sposterebbe la data dell´estinzione di questa specie in tempi storici.
 
-    Potrebbe trattarsi di un mito primordiale molto antico, di cui si sono persi nei secoli gran parte degli elementi, il che spiegherebbe la sua struttura molto semplice. I dati archeologici più recenti della convivenza tra uomini e uccelli elefanti datano difatti indietro quasi 2.000 anni.
 
-    Potrebbe trattarsi di un mito basato anche solamente sul ritrovamento delle uova fossili, il che spiegherebbe il perché l´animale "viveva" in zone inaccessibili (e perciò non era mai stato visto da vivo) dell´isola.
 
Bibliografia:
 
HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677