23 dicembre 2012

The Thing - Una Recensione Geologica

"Sono costretto a parlare perché gli uomini di scienza hanno deciso di ignorare i miei avvertimenti senza approfondirne le ragioni. Contro la mia volontà, dunque, esporrò i motivi per i quali mi oppongo alla prevista invasione dell'antartico, e in particolare alla ricerca di fossili su larga scala,alla fusione delle antiche calotte polari e all'interruzione della sterminata monotonia di quelle regioni. La mia riluttanza è acuita dalla consapevolezza che, con tutta probabilità, i miei avvertimenti cadranno nel vuoto."
"Le Montagne Della Follia" di H.P. Lovecraft (1931/1936)

Uno dei mostri più classici nel cinema e la mummia, perlopiù con sembianze umane e sepolta in un antica tomba egiziana. Comunque l´ambiente naturale offre varie possibilità di conservare materiale organico: cadaveri possono essere conservati in torbiere, in ambiente desertico oppure nel permafrost o ghiaccio.

Mummie naturali conservate nel permafrost sono conosciute fin dal 1799, con la scoperta di uno scheletro di mammut con tessuto molle ancora attaccato alle ossa. Questa scoperta suscitò grande interesse e l´immagine del mammut imprigionata in un blocco di ghiaccio é tuttora popolare (anche se sbagliata). Ad oggigiorno 16 specie di grandi mammiferi dell´era glaciale sono conosciuti in forma di mummia.

Tra le carcasse meglio conservate si trovano diversi esemplari giovani di mammut, rispettivamente "Dima" (scoperta nel 1977) "Lyuba" (2007) e "Khroma" (2009), datati a 40-50.000 anni d´età. La loro eccezionale conservazione ha causato molte speculazioni, che hanno trovato anche via nell'immaginario cinematografico.

Nella carcasse di Khroma furono scoperti batteri fossili e ben conservati, che sono stati identificati come specie associate al antrace e alla peste - in seguito a questa scoperta Khroma fu sottoposta ad un trattamento ai raggi gamma per uccidere ogni possibile fattore patogeno. L´idea di un patogeno sconosciuto che sopravive all´interno di una delle sue vittime é un classico del genere horror. 

Nella produzione per TV "The Thaw" (2009) un team di paleontologi scopre una carcassa di mammut nella tundra canadese. L´innalzamento delle temperature globali sta lentamente scongelando il mammut (l´idea di animali preistorici conservati in un ghiacciaio è ripresa per esempio nei film "The Beast from 20,000 Fathoms" del 1953, con il Rhedosaurus -  il più conosciuto  rappresenta però senza dubbio e "Godzilla" del 1954, seguito nel 1957 da "The Deadly Mantis", con una mantide volante gigantesca). Durante lo scavo e l´autopsia dell'animale alcuni membri della spedizione vengono contagiati da un organismo che teme il freddo e si cela all´intero del suo ospite, divorandolo dall´interno.
 
La trama è indubbiamente ispirata dal molto più celebre "The Thing" del 1982. Un gruppo di scienziati in una remota base nell'Antartica viene attaccata da un organismo sconosciuto. Il parassita - come si scoprirà in seguito - è un'entità aliena, probabilmente senziente, che usa il corpo e la mente della sua vittima come involucro per celare la sua vera identità. 
Ghiaccio e freddo giocano anche un importante ruolo per confinare il gruppo di scienziati nella loro base e isolarli da qualunque aiuto - sembra che non ci sia speranza di scappare dalla creatura che può assumere qualunque forma desideri. 

The Thing fu ispirato dalla produzione del 1951 "The Thing  from another World", che a sua volta si basa sul racconto "Who goes there" (1938). Sorprendentemente "The Thing" è molto più vicino alla fonte originale che il film intermedio, in cui il mostro alieno è il classico umanoide degli anni cinquanta. 

 Fig.3. "Who Goes There" - le prime pagine del racconto di Don. A. Stuart, pubblicato nel 1938.

"The Thing" del 2011 era stato ideato come prequel del film del 1982, ma non contribuisce nulla alla storia in se e viene ampiamente ritenuto una mediocre copia dell´originale.

Uno dei film più strani ispirati sia dalle mummie di mammut sia da "The Thing" è la produzione TV "Mammoth" (2006), in cui una forma di vita aliena assume le sembianze di un mammut esposto nel museo di una piccola città… 

Ultima menzione a "Wyvern", produzione TV del 2009, con un drago (o dinosauro mutante ?) come protagonista che viene rilasciato da un ghiacciaio canadese.

Bibliografia:

HARINGTON, C.R. (2007): Late Pleistocene Mummified Mammals. In ELIAS, S.A. (ed.): Encyclopedia of Quaternary Science. Elsevier: 3197-3202
STONE, R. (2001): Mammoth - The Resurrection of an Ice Age Giant. Perseus Publishing, Cambridge USA: 271

25 novembre 2012

Un mondo senza storia

L'età della terra non si rivela a una prima superficiale osservazione - di fatto il filosofo Aristotele (384-322) proponeva un eterno mondo senza storia -  ma abbondanti indizi sono nascosti nelle rocce.

Uno dei primi a mettere in dubbio questo concetto di mondo immutevole fu l'anatomo e naturalista danese Nicolaus Steno (1638-1686), che introdusse il concetto di ciclo - e anche tempo - nella stratigrafia. Studiando le formazioni geologiche della Toscana, Steno dedusse che un singolo strato sedimentario si era depositato sul fondo marino. Quando il mare retrocede, l'erosione destabilizza i sedimenti finche avviene un crollo (per Steno la spiegazione di strati inclinati osservabili nella campagna toscana), nel bacino cosi formatosi affluisce il mare e si possono depositare nuovi strati. 


Fig.1. Il concetto stratigrafico di Steno, come pubblicato nel 1669 nel suo “Prodromus - la disposizione a ciclo della figura - sedimentazione - erosione -collasso - riempimento con nuovi sedimenti - non é casuale, ma voluto per esprimere il concetto di tempo dietro alla stratificazione osservabile negli affioramenti della Toscana.

Steno non specifica quanto tempo era necessario per formare tutti gli strati osservabili, ma sembra che si accontenta della cronologia biblica - che assumeva alcune migliaia di anni per l'età del mondo umano. Steno tenta una argomentazione naturalistica - cita fonti storiche e rovine di edifici antichi, che dimostrano che da almeno 4.000 anni la Toscana non era stata più invasa dal mare. Considerando che la maggior parte dei filosofi di quei tempi assumevano un´età della terra di 6.000 anni, rimaneva un lasso di tempo sufficiente per spiegare la stratificazione delle rocce sedimentarie.

Tra gli anni 1680 e 1690 il reverendo anglicano Thomas Burnet pubblica  "The Sacred theory of the earth : containing an account of the original of the earth and of all the general changes which it hath already undergone, or is to undergo, till the consumation of all things", una delle più belle opere che cercavano di riconciliare la fede nel resoconto biblico della creazione del mondo e i primi studi naturalistici di quei tempi. 

Fig.2. T. Burnet "The Sacred theory of the earth...[]".
 
L´immagine nel frontespizio riassume perfettamente il concetto della storia geologica di quei tempi: la creazione e la distruzione della terra inizia e si conclude in dio - la figura che sovrasta l´intero ciclo. La terra primordiale - il mitico giardino dell´Eden - è una sfera perfetta. La prossima immagine mostra la terra scaraventata nel caos durante il diluvio universale. Le acque impetuose spaccano la crosta terrestre, formando i continenti e le catene montuose. La terra attuale secondo Burnet era un mondo imperfetto, i ruderi del paradiso. Le ultime immagini mostrano la terra consumata durante la fine dei tempi dal giudizio universale e l´avvento di un nuovo paradiso. 

Burnet riconcilia la visione di un tempo finito e di un intervento divino con la fisica di Newton (1642-1726), che aveva scoperto le leggi che governano il moto delle stelle. Il concetto sovrannaturale di "Dio" usa ed è legato a delle leggi naturali.
 
Quasi 100 anni più tardi l´agronomo James Hutton (1726-1797) formulerà una nuova teoria della terra basandosi in parte su simili concetti come proposti da Steno, ma a dispetto dei suoi predecessori vedrà in questi il segno di un lasso di tempo praticamente incalcolabile. La terra secondo Hutton era un meccanismo perfetto che crea e distrugge rocce e sedimenti di continuo, in cicli (quasi) eterni (anche lui considera il giudizio universale come punto finale in cui si dirige il creato) simili ai cicli osservabili e soprattutto calcolabili delle stelle e i pianeti del firmamento. Cercare di comprendere questi cicli e periodo necessari per completare anche solo un singolo di essi, resta al di fuori delle possibilità della mente umana.
 
Solo dall´inizio del 19° secolo in poi naturalisti e soprattutto geologi - incitati dalla lentissima modificazione della vita animale come prevista nell'opera "L'origine delle specie" (1859) di C. Darwin - cominciarono a speculare apertamente sull'età della terra - e ben presto si aprì un abisso davanti ai loro occhi...

Fig.3. "E se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te" (da “Al di là del bene e del male“ di Friedrich W. Nietzsche, 1844 – 1900).

BIBLIOGRAFIA:

CUTLER, A.H. (2009): Nicolaus Steno and the problem of deep time. In Rosenberg, G.D. (ed.) The Revolution in Geology from the Renaissance to the Enlightenment. Geological Society of America Memoir 203: 143-148
DALL´OLIO, N. (2004): Vedere il tempo. L´interpretazione dei fossili e degli strati nella scienza tra ´600 e ´700. Monte Universitá Parma Editore: 257

22 ottobre 2012

Il terremoto dell´Aquila: il Verdetto

Una raccolta di resoconti, articoli e opinioni sul Verdetto dell´Aquila nei media nazionali/internazionali:

22.10.2012 - lithics (blog) - "The insanity of the Italian legal system"
22.10.2012 - paleoseismicity (blog) - "L’Aquila trial: Italian scientists guilty of manslaughter – up to six years in prison"
22.10.2012 - Earth - "Hazardous Living: Italian seismologists tragically convicted of manslaughter"
22.10.2012 - Scientific American - "Italian Scientists Sentenced to 6 Years for Earthquake Statements
22.10.2012 - Nature - "Italian court finds seismologists guilty of manslaughter"
23.10.2012 - The Trembling Earth (blog) - "Conviction of Italian seismologists – a nuanced warning
23.10.2012 - AGU - "Conviction of Italian Scientists May Hinder Open Discussion of Seismic Risk"
23.10.2012 - La Gazzetta del Sud - "Quake risk body chief quits over L'Aquila verdict"
23.10.2012 - The Guardian - "In praise of … Italian seismologists"

Il verbale della riunione Commissione Grandi Rischi é disponibile sul sito di Focus


22 settembre 2012

Prometheus - Una Recensione Geologica

"Prometheus" è l´ultima fatica del regista Ridley Scott (che in ambito di Sci-Fi ha diretto nel 1982 "Blade Runner" e nel 1979 l´originale "Alien") ambientato nell´universo degli xenomorfi più conosciuti nella storia cinematografica.

La trama: Nel 2093 una spedizione scientifica raggiunge la luna rocciosa LV-223, che orbita l´unico pianeta - un gigante gassoso - di un sistema planetario collocato in un ammasso stellare molto simile ai Pleiadi (distanti 330-390 anni luce dalla terra). La "Prometheus", un prototipo di nave interstellare, è stata inviata nello spazio profondo dopo che un team di archeologi ha scoperto varie "mappe stellari" terrestri, antiche in parte di millenni, che mostravano strane creature (presumibilmente di origine aliena) puntare proprio su quest'ammasso stellare (anche se non è ben chiaro come gli scienziati abbiano capito quale stella in particolare sia intesa - assumo che le altre stelle non abbiano pianeti).



La Prometheus atterra nei pressi di una montagna con conformazioni troppo geometriche -  indubbiamente di origine artificiale - e l´equipaggio presto scoprirà che, in effetti, si tratta di una costruzione di origine aliena, costruita millenni prima per nascondere un terribile segreto (la storia di certo non spicca per originalità...).

Il film vive in parte degli effetti speciali, tra cui notevole sicuramente anche l´ambientazione e il senso di desolazione della luna rocciosa. Abbiamo poche informazioni disponibili per ricostruire la geologia di questo mondo extraterrestre. Durante l´avvicinamento è menzionato che la luna possiede catene montuose alte il doppio di quelle terrestri (è citato il Mount Everest con i suoi 8.848 metri, che pero, in effetti, non è la montagna singola più alta della terra, primato che appartiene al Mauna Kea con i suoi 10.205 metri misurati dalla base). L´altezza menzionata delle montagne farebbe pensare che la gravità di questa luna è minore di quella terrestre, ma gli attori si muovono normalmente. Più interessante l´osservazione che le catene montuose potrebbe essere indizi per attività tettonica recente, poiché l´atmosfera della luna sembra essere abbastanza densa da consentire attività erosiva eolica  - più tardi nel film la Prometheus è investita da una tempesta di sabbia di grande potenza e la struttura aliena è fortemente corrosa - che su un mondo inattivo avrebbe certamente eroso o modificate queste montagne (che sembrano abbastanza fresche).
L´atmosfera é composta di nitrogeno, 20% di ossigeno e 3% di monossido di carbonio, che la rende tossica per noi umani. Ossigeno e un elemento molto reattivo che tende a legarsi con altri elementi - sembra strano che su un pianeta senza vita (dato che sulla terra la fotosintesi contribuisce la maggior parte dell' ossigeno libero in atmosfera) ci siano perciò talmente alti valori per ossigeno.
Non è anche ben chiaro se nell'ambiente di LV-223 esiste biossido d'idrogeno nella forma liquida, si fa riferimento che all´interno della costruzione aliena esistono condizioni particolari che consentono la presenza di acqua liquida, questo farebbe pensare che siano condizioni eccezionali e non di norma.

Fig.1. Il punto d´atterraggio della Prometheus, mentre il fondovalle è stato filmato nell´Islanda, la montagna all´orizzonte é localizzata nella regione del Wadi Rum, Giordania.

Tra gli scienziati si trova anche un geologo, che pero non contribuisce molto né alla trama o all´esplorazione geologica di questo mondo. 

Le scene dell´atterraggio dell´astronave sono state filmate in Islanda, nei pressi dell´ammasso vulcanico dell'Hekla. Nel mondo reale il suolo su cui appoggia l´astronave e si muovono più tardi gli scienziati è costituito da depositi vulcanici - colate di lava basaltica ricoperte da ceneri e pomice vulcanica. Parti dell´ammasso roccioso visibile all'orizzonte, con tanto di stratificazioni sedimentarie, invece sono state filmate nella Giordania - il tutto alla fine è stato combinato grazie alla computer graphic, per creare l´ambientazioni desolata di LV-223. 

Bibliografia:

MASON; J.W. (2008): Exoplanets Detection, Formation, Properties, Habitability. Springer: 314
WATTERS, T.R. & SCHULTZ, R.A. (2010): Planetary Tectonics. Cambridge University Press: 518

12 settembre 2012

Il "Rio delle Foglie"

La gola del Bletterbach - il "Rio delle Foglie" - comune di Aldino/Radegno -  è considerato ( o almeno dovrebbe essere …) un sito fossilifero di fama globale, dato che ha restituito l´insieme più completo di orme di rettili del Permiano superiore, con 8 icnogeneri e 9 icnospecie classificati finora (di cui - tra l´altro - si parla anche in questo post).
La storia comincia nel 1946, quando il paleontologo Piero Leonardi si mette sulle tracce della flora permiana dell´Arenaria della Val Gardena, conosciuta già dal 1877. Incuriosito da un resoconto sui fossili di piante ritrovati nel Bletterbach, si mette in contatto con l´autore dell´articolo, l'ingegnere Leo Perwanger. Insieme scoprono ulteriori fossili e alcune lastre con delle impronte di rettili. Dopo alcune stagioni di scavo, nel 1951 Leonardi pubblica i risultati, e realizza l´importanza del sito. Le ricerche nel sito del Bletterbach sono stati proseguiti dal 1973 fino ai giorni nostri. 

La risalita della gola che il rio ha scavato nel fianco della montagna del Weißhorn (2316 m) offre la possibilità di attraversare l´intera successione sedimentaria del Permiano superiore (circa 250 milioni di anni). Le impronte fossili provengono da una successione di arenarie e strati di argille, depositate in una vasta piana fluviale con un clima semidesertico. Strati di gesso sono indicatori di locali o temporali  trasgressioni marine e lo sviluppo di un ambiente di playa o sabkha

Fig.1. La profonda ferita inflitta dal´erosione al Weißhorn (2316 m).

 Fig.2. La successione stratigrafica del Permiano superiore (circa 250 milioni di anni), formazione della Arenaria della Val Gardena.

 Fig.3. Strati di gesso formati in un ambiente con forte evaporazione (simili alle odierne sabkha) e superimposti da sabbie di dune eoliche.
L'ambiente fluviale era colonizzato da vegetazione sparsa, come dimostrano orizzonti pedogenetici con riconoscibili impronte di radici di piante. Resti macroscopici di piante sono rari e perlopiù frammentari, spesso recuperabili solo come patina carboniosa localizzata in singoli strati. Ma l'aspetto superficiale può ingannare, dato che la conservazione a livello microscopica è eccellente. Nelle cuticole delle piante preservate è riconoscibile la struttura del tessuto, inoltre la successione sedimentare ha restituito una ricca associazione di pollini preservati col materiale organico originale.

 Fig.4. Orizzonti pedogenetici con strutture riconoscibili, interpretate come impronte di radici di piante.

Fig.5. Gesso e materiale organico di un presunto paleosuolo.

 Fig.6. Dettaglio di frammenti vegetali.

 Una recente pubblicazione descrive ora in più dettaglio l´associazione di piante rinvenuta durante le ultime fasi di scavo (Communicato stampa del Museo di Storia Naturale di Bolzano) - 15 specie, tra cui spicca una foglia attribuita a Ginkgoales  - che se confermata, risulta il più antico reperto finora rinvenuto di questo gruppo.

BIBLIOGRAFIA:

AVANZINI, M. & WACHTLER, M. (1999): Dolomiti La storia di una scoperta. Athesia S.a.r.l. Bolzano: 150
AVANZINI, M. & TOMASINI, R. (2004): Giornate di Paleontologia 2004 Bolzano 21-23 Maggio 2004 Guida all´escursione: la gola del Bletterbach. Studi Trentini di Scienze Naturali - Acta Geologica Supplemento al v.79 (2002):1-34
LEONARDI, G. (2008): Vertebrate ichnology in Italy. Studi Trent. Sci. Nat., Acta Geol., 83 (2008): 213-221

16 luglio 2012

L'attacco del Dinosauro Atomico!

Luglio 16, 1945 fu sperimentato con successo la prima bomba atomica della storia durante il progetto "Trinity". L´impiego di queste armi nucleari nell´agosto dello stesso anno segno l´inizio di una corsa a sempre più effettivi meccanismi di distruzione. L´energia nucleare e la sua forza (proclamata nella propaganda dei tempi) suscitò grande interesse - e timori - nella popolazione americana, una paura che ben presto fu sfruttata da Hollywood. 

"The Beast from 20,000 Fathoms" usci nelle sale cinematografiche nel 1953, otto anni dopo la prima bomba atomica americana e quattro anni dopo i primi test nucleari russi - all´inizio della fase calda dell´armamento di queste due superpotenze. Questo film è particolare sotto diversi punti. Fu il primo film a introdurre il tipico scienziato degli anni sessanta e il "techno-babble", elemento caratteristico di ogni science -fiction da allora, ma ancora più notevole e il primo film con un "mostro" - o meglio - "dinosauro atomico". 
La trama: Durante l´operazione "Esperimento" la radiazione di un test nucleare risveglia il "Rhedosaurus", creatura con sembianze dinosauriane che decide di visitare New York - con risultato catastrofico...
"The Beast from 20,000 Fathoms" sara il primo dinosauro di una nuova stirpe, che culminerà nel re dei mostri - Godzilla (1954). Mentre nella prima parte del 20° secolo i dinosauri si trovavano su remote isole o sperduti altopiani della foresta pluviale (idea generata dal "Mondo Perduto" di Arthur Conan Doyle), ora e l´uomo e l´improprio uso della scienza a riportarli in vita.

17 giugno 2012

Richard Owen - L´ammazza Mostri

Il professor Richard Owen oggigiorno é spesso e volentieri ricordato come arcinemico bigotto, sostenitore del creazionismo, della celebre figura di C. Darwin. Ma questo ruolo nella storia li fu attribuito appena nella seconda meta del 19°secolo e sopratutto dopo la sua morte nel 1892. Owen non fu un ottuso creazionista (nel senso odierno) che negava i fatti osservabili per via di una dottrina religiosa. Osservo e accetto morfologie simili tra diversi gruppi di vertebrati - ma ipotizzò una sorte di trasmutazione da un archetipo animale ancestrale, anche se negava il ruolo decisivo dell´ambiente nella selezione naturale (come postulato da Darwin).

Fig.1. Richard Owen (probabilmente nel 1848) con tanto di ossa di Dinornis (da "Yearbook of Facts in Science and Art"; 1852).

Owen nacque il 20. luglio 1804 nella città di Lancester (Yorkshire) in una famiglia di borghesia come secondo figlio. La sua gioventù all´inizio non fu caratterizzata da grandi e promettenti eventi. Concluse un'educazione di base, in cui fu descritto come "pigro e ribelle". Dopo appena mezzo anno di università a Edinburgo, lascio i studi per praticare attivamente come chirurgo in vari ospedali.  Esercito per un breve periodo come medico, ma ben presto (e per via di fortunate circostanze) entro nell'ambiente dei musei, dove sviluppo il suo interesse per l´anatomia comparata (in rapido sviluppo grazie al paleontologo francese Cuvier). E in questo ruolo come curatore e organizzatore di musei ed esposizioni  che divenne celebre al grande pubblico.

Il carattere di Owen è descritto dai suoi contemporanei come in bilico tra due estremi. Particolarmente ambizioso (carattere che lo aiuto nella sua rapida carriera) Owen poteva essere soprafatto facilmente dall'invidia, dai successi di altrui, sopratutto se la sua autorità veniva messa in dubbio nelle loro ricerche. Tra il grande pubblico e sostenitori era conosciuto invece come persona colta e gentile, disposta a occuparsi dei soggetti più svariati - tra cui rane incastonate in pietra, i primi fossili di dinosauri, resti frammentari degli uccelli giganti della Nuova Zelanda e anche i mostri marini!
Per via della sua popolarità Owen fu un richiesto esperto in tema di strani animali e incredibili avvistamenti; ma mostro anche un attivo interesse al soggetto.
Tra il 1830 e il 1870 Owen compila un libretto d'appunti privato, in cui raccoglie lettere e notizie su presunti avvistamenti di serpenti marini. La sua opinione sui mostri marini diventa pubblica nel 1848, in risposta ad uno dei più spettacolari e pubblicizzati avvistamenti di serpenti marini nella storia moderna. 
Il 9 ottobre 1848 il giornale "The Times" pubblico il resoconto del capitano Peter M' Quahe e della ciurma della nave "HMS Daedalus". Nell´agosto 1848 la Daedalus si trovava in rotta tra l'isola di St. Helena e il Capo di Buona Speranza (Sudafrica), quando qualcuno noto una sagoma strana in mare aperto.

"...il diametro del serpente era di 15 oppure 16 pollici dietro al capo, che era senza ombra di dubbio quello di un serpente:...colore di un scuro bruno, bianco giallastro sopra il mento. Non aveva pinne, ma qualcosa simile alla criniera di un cavallo o alghe marine, attaccate sul suo dorso"
La creatura fu osservata da almeno cinque persone per quasi 20 minuti. L´alto rango dei ufficiali involti - uomini al di sopra di ogni dubbio - sembrava confermare la veracità dell´avvistamento.

La storia suscita grande interesse mediatico e viene ripresa dalla celebre rivista gossip "The London Illustrated News", che la rende famosa anche per via degli accattivanti disegni del serpente marino - creati appositamente da un artista basandosi sulla descrizione del capitano M' Quahe.

Fig.2. L´avvistamento della "HMS Daedalus", una delle tre raffigurazioni pubblicate nel 1848 dal "The London Illustrated News", immagine presa da LEE, H. (1883): Sea monsters unmasked. La reale natura dell´avvistamento della Daedalus rimane tuttora sconosciuto, comunque la celebre figura del serpente marino si basa più sulla fantasia dell´artista del "The London Illustrated News" che sui fatti. Lo schizzo del primo ufficiale Edgar Drummond, eseguito probabilmente poco dopo l´incontro, è molto meno dettagliato e più ambiguo sulla possibile interpretazione.

Il 11. Novembre venne pubblicata la lettera di risposta di Richard Owen nel "The Times":

"Contiene in sostanza la spiegazione che sono stato spinto a formulare in risposta a numerose richieste, al Hunterian Museum e altri, e dato che continuo a ricevere richieste sulla mia opinione del "Grande Serpente Marino."
Owen inizia cautamente, argomentando che la descrizione e la rappresentazione del mostro escludono un rettile (una teoria molto celebre ai tempi, influenzata dalla scoperta dei primi rettili marini fossili) - soprattutto per la posizione degli occhi. Owen continua "non sono insensibile all'emozione per la scoperta di un animale raro o sconosciuto" - ma conclude che in questo e altri casi si trattava di errate identificazioni di animali, come foche, elefanti marini o squali (l´intera conversazione tramite lettere per e contro i mostri marini é state ripubblicata anche in OUDEMANS, A.C. "The Great Sea-Serpent"; 1892). La principale argomentazione di Owen si basa sulla mancanza di evidenze fisiche dei presupposti mostri o serpenti marini "é la cosa che a me sembra più strana, assumendo che forse ci sono più di 300 articolazioni che compongono la lunga colonna vertebrale di ogni dei migliaia di individui, non una singola vertebra mi e stata inviata per l' ispezione da un area costiera, e non conosco nessun esemplare inviato ad un museo."

Owen visse in un periodo di rivoluzioni per la studio del mondo naturale. Appena cinquanta anni prima il mito delle ossa di gigante era stato sfiatato dal nuovo campo scientifico dell´anatomia comparata. Owen era convinto che questa nuova scienza si dovesse basare solo su evidenze tangibili, collezionate, custodite e analizzate in un museo (lui stesso fu custode dell'Hunterian Museum di anatomia e una delle menti dietro il museo di storia naturale di Londra).
Owen criticava un approccio al mondo naturale basato solo su storie e aneddoti, un metodo secondo lui più appropriato per una sala da corte - l´avvistamento della Daedalus era perciò un caso esemplare.

Anzi, mitiche chimere - parte mammifero e parte rettile, come sembravano essere i serpenti marini - subirono un durissimo colpo nella loro plausibilità con la formulazione della teoria darwiniana nel 19°secolo. L'idea della trasmutazione in piccoli passi rese impossibile incroci di specie moderne con un miscuglio di carattere appartenenti a diversi rami dell'albero evolutivo.

La pubblica critica da parte di Owen avrà un sorprendente epilogo. Dove Owen aveva proposto solo scetticismo verso l´evidenza presentata, ben presto naturalisti assunsero un atteggiamento denigrante verso tutte le storie di creature marine sconosciute. Owen aveva ucciso (solo per il momento) i mostri marini.

Bibliografia:

LYONS, S.L. (2009): Species, Serpents, Spirits, and Skulls: Science at the Margins in the Victorian Age. Univ of New York Press: 245
REGAL, B. (2012): Richard Owen and the sea-serpent. Endavour Vol. 36(2): 65-68
RUPKE, N. A. (2009): Richard Owen. Biology without Darwin. University of Chicago Press: 344

10 giugno 2012

L'isola dei mostri

Nei tempi antichi creature diverse dalla norma o controcorrente alle convenzioni, erano considerati come segni divini - mostri, dal termine "monere" - che significa mettere in guardia. Questi presupposti mostri non comprendevano solamente organismi deformi, ma anche animali reali di lontane terre e isole sperdute, ma che differivano nelle loro dimensioni dagli "animali comuni". Nell´anno 1528 l´astronomo e cartografo italiano Benedetto Bordone per esempio pubblico la sua opera "Isolario", un resoconto universale della cultura e geografia delle isole del Mediterraneo. In essa menziona la peculiarità di alcune di queste isole, su cui si trovano intere montagne costituite solamente da ossa di animali - e forse anche di giganteschi umani! Anche lo storico cipriota Leontios Machairas nella sua "Cronologia di Cipro" descrive questi accumuli di ossa e aggiunge che si tratta dei resti dei primi missionari cattolici, che dopo l´arrivo sull´isola furono massacrati dalla locale popolazione.
Il naturalista francese Cuvier tra il 1804 e 1824 esamina i presunti resti umani nella collezione del muso di Parigi e li identifica come ossa di diverse specie d'ippopotami. Sorprendentemente dopo questi primi promettenti risultati la paleontologia dedicata alle faune delle isole del Mediterraneo farà pochi progressi, anche per via della difficoltà di visitare le singole isole, che spesso non possiedono neanche porti per grandi navi e tantomeno infrastrutture per i pochi visitatori che ci approdano.
Solo nei primi decenni del 20° secolo un'intrepida naturalista amatoriale rivoluzionerà le conoscenze sulle peculiare specie di mammiferi che si sono evolute ed adattate ad un ambiente isolato com´é una isola. 
La scozzese Dorothea Bate era nata nel 1878 nel piccolo paese di Carmarthen nel South Wales. La sua famiglia incoraggiò l´interesse naturalistico della giovane ragazza, soprattutto per i fossili. Ma a quei tempi non céra la possibilità per una donna di intraprendere una vera e propria carriera accademica - la Bate finanzio gran parte de suoi studi e ricerche di tasca propria. Nel 1904 fu invitata da conoscenti sull´isola di Cipro. In questo periodo visito anche l´isola di Creta. Scopri diverse specie fossili ed endemiche di queste isole - tra cui una specie di cervo - Candiacervus - e di roditore - Mus minotaurus. Dorothea fu la prima a notare e investigare alcune peculiarità di queste e alter specie endemiche d'isole. Le specie di proboscidati Elephas cipriote ed Elephas creticus erano animali di dimensioni ridotte se comparati alle specie dello stesso genere, ma viventi sulla terraferma.

"Varie forme di elefanti nani, di ippopotami e di cervi si svilupparono in certe aree della regione mediterranea durante la prima fase del Pleistocene. Quando si formarono le isole di Malta, Creta e Cipro, la popolazione animale, che si trovò circoscritta entro precisi limiti geografici e sottoposta e obiettive restrizioni, finì con lo sviluppare diversi esemplari piccolissimi. Verso la fine del Pleistocene, quando Malta era completamente circondata dal mare, si sviluppò una forma locale di elefante nano il Loxodonta falconeri alto meno di un metro e non più grosso di un pony." da SPINAR 1976. Interessante anche la scoperta pubblicata nel 2012 di Mammuthus creticus.
 


In contrasto la specie di ghiro Hypnomys morpheus, specie estinta delle isole Baleari, era un gigante con i suoi 20 cm di lunghezza corporea. I motivi evolutivi di questo nanismo/gigantismo insulare non sono ancora ben chiari. Una spiegazione assume per animali grandi un adattamento alle limitate risorse di un´isola, poiché un organismo piccolo richiede meno cibo. Animali piccoli invece sfruttano la mancanza di predatori o concorrenza con altri organismi su un'isola, e crescono in dimension - in alternativa il gigantismo o nanismo insulare non dipende cosi strettamente dalle dimensioni degli antenati, ma più generalmente dalla tendenza evolutiva in direzione del uno, o dell'altro estremo, specifica del gruppo animale.

Anche le isole italiane in passato ospitavano delle peculiari specie endemiche con esempi di nanismo e gigantismo insulare. Nel 1830 il parroco Sciná decide di scavare i sedimenti della Caverna di San Ciro, vicino a Palermo, per determinare se veramente, come alcuni credevano, contenevano le ossa di giganti. Anche qui fu il grande Cuvier a determinare  l´origine fossile delle ossa  di elefante e di ippopotamo. Un anno dopo il naturalista irlandese Joseph Pentland pubblica i primi resoconti scientifici sui fossili siciliani, descrive ossa d'ippopotamo della Caverna dei Ben Fratelli (Palermo) e suggerisce che si tratta di una specie sconosciuta. Il tedesco Christian Hermann Von Meyer dedicherà questa specie al naturalista irlandese e la chiamerà Hippopotamus pentlandi.
Un interessante sito fossilifero sarà studiato nel 1859 - la Caverna di San Teodoro, nei dintorni di Acquedolci, che restituisce resti di elefante nano e della sub-specie di iena C.crocuta subsp. spelaea, Goldfuss 1832. La caverna di San Teodoro e l´ultima bastione di questi animali sul continente europeo alla fine del Pleistocene.

Anche la Sardegna ospitava peculiari mammiferi - tra cui Prolagus sardusspecie di lagomorfo estinto descritto nel 1829-1832 sulla base di materiale fossile proveniente da Cagliari, dal zoologo tedesco Rudolf Wagner. Alcune note storiche lasciano supporre che questa specie potesse essere sopravvissuta in piccole isole prossime alla Sardegna (come Tavolara) fino a 300 anni fa, o addirittura fino alla seconda metà dell' '800....il prete e naturalista amatoriale Francesco Cetti (1726-1778) descrive nel 1774 un´ "isola abitata da ratti giganti."

Bibliografia:

BURNESS, G.P.; DIAMOND, J. & FLANNERY, T. (2001): Dinosaurs, dragons, and dwarfs: The evolution of maximal body size. PNAS Vol. 98(25): 14518-14523
GEER, A.v.d.; LYRAS, G.; VOS, J.d. & DERMITZAKIS, M. (2010): Evolution of Island Mammals - Adaption and Extinction of Placental Mammals on islands. Wiley-Blackwell: 479+26 plates

KURTÈN, B. (1968): Pleistocene Mammals of Europe. Weidenfeld and Nicolson, London
SHINDLER, K. (2007): A knowledge unique: the life of the pioneering explorer and palaeontologist, Dorothea Bate (1878-1951). In BUREK, C. V. & HIGGS, B. (eds) The Role of Women in the History of Geology. Geological Society, London, Special Publications 281: 295-303
SMITH, F.A.; BOYER, A.G.; BROWN, J.H.; COSTA, D.P.; DAYAN, T. et al. (2010): The Evolution of Maximum Body Size of Terrestrial Mammals. Science 26 Vol.330 (6008): 1216-1219
SPINAR, Z.V. (1976): Quando l´uomo non c´era. Fratelli Fabbri Editori, Milano: 228

20 maggio 2012

Il terremoto nell´Emilia

Fonte: U.S.G.S.
Questa mattina, alle 04:04 ora locale un terremoto di magnitudo 5.1-6.1 (ipocentro a soli 6-7 chilometri) ha colpito una zona situata tra le provincie di Ferrara e Modena, provocando ingenti danni, almeno 50 feriti e la morte di almeno 6 persone. Questa scossa era preceduta da un evento con magnitudo 4.0 tre ore prima. Al momento sono segnalate ancora diverse scosse di assestamento, con valori tra magnitudo 4.0 - 5.2.

Dal punto geologico il terremoto sembra essere collegato a delle strutture appenniniche (perlopiù sovrascorrimenti), sepolte sotto i sedimenti della Pianura Padana. Anche se la zona non era soggetta a forti scosse in tempi storici (un evento simile è conosciuto dal Medioevo), dal punto strutturale un tale evento era potenzialmente considerato possibile, modello confermato da ricerche sulla paleo-sismicità della regione. 

Fig.2. Carta molto semplificata della situazione tettonica della Pianura Padana con l´epicentro del terremoto del 20.05.2012.

19 maggio 2012

Gli Immortali

Dei carotaggi e sondaggi in sedimenti dell´oceano Pacifico hanno rilevato un´attività biologica finora sconosciuta ai ricercatori. Misurando la concentrazione d´ossigeno in diversi livelli nei sedimenti sul fondo marino, è stato osservato che ancora in 20-30 metri di profondità avviene un debole consumo di ossigeno, probabilmente causato dall´attività di microorganismi.  
A differenza di microorganismi delle sorgenti idrotermali o che erano già conosciuti dai fondali marini, questa nuova comunità di batteri e archei dipende ancora da ossigeno, anche se il consumo di questi organismi è 10.000 volte inferiore a quello di cellule al contatto sedimento - colonna d´acqua.
La sedimentazione in questa regione - in mare aperto e lontano da sorgenti di sedimenti come fiumi e aree costiere - é di poco meno di un millimetro in 1.000 anni. Pertanto é possibile che gli organismi osservati in 30 metri di profondità siano stati isolati per milioni di anni dal mare aperto, poiché dopo avere colonizzato il fondale sono stati lentamente inglobati dai sedimenti. 
Al momento non é chiaro se i microorganismi semplicemente si riproducono con un tasso molto lento o se il loro metabolismo é talmente basso e/oppure efficiente che possono superare un tempo d´arco cosi vasto - probabilmente migliaia e forse milioni di anni- senza input di nuove sostanze nutritive. 

Immortali ? - I ricercatori dovranno mettere alla prova il nome attribuito a questi organismi dai media….


Bibliografia:

ROY, H.; KALLMEYER, J.; ADHIKARI, R.R.; POCKALNY, R.; JORGENSEN, B.B. & D´HONDT, S. (2012): Aerobic Microbial Respiration in 86-Million-Year-Old Deep-Sea Red Clay. Science Vol. 336 No. 6083: 922-925

28 aprile 2012

Tafonomia Vulcanica

"Posteri, Posteri
Si tratta del vostro bene
Un dì è all'altro foriero di luce:
il vegnente al susseguente
State attenti
Per venti volte da che brilla nel firmamento il sole a testimonianza della storia
Arse il Vesuvio
Ai perplessi di spirito d'esterminio feral apportator perenne
Perchè in avvenire non ci colga titubanti
"
In seguito alla disastrosa eruzione del 1631, per la posterità, il viceré di Napoli ordinò che una lapida commemorativa venisse apposta a Portici. Il testo, da molti attribuito a Padre Orsi, era scritto in latino e nel 1878 fu così tradotto per incarico del comune del sacerdote Giovanni Colucci.

Nel maggio dell´anno 1902 la città di Saint-Pierre (Isola Martinique, Caraibidi) fu distrutta da un fenomeno vulcanico sconosciuto ai geologi dell´epoca. 28.000 persone uccise, solo tre testimoni superstiti, il resoconto di uno di questi - una bambina scaraventata in mare e salvata alcuni giorni dopo - offri i primi indizi di quello che era successo:

"Mi girai, e vidi l´intero fianco della montagna rivolta verso la città, aprirsi e travolgere la gente urlante. [Io stessa] fu bruciata da rocce e ceneri che erano state scaraventate in aria."

Si cerco di rintracciare i presunti flussi di lava dell´eruzione del locale vulcano di "La Pelée", ma non si scopri nessun deposito classico vulcanico - solo un caotico miscuglio di rocce e detriti. La distruzione era localizzata, su alcuni alberi si osservo perfino una linea netta tra la corteccia bruciata e quella rimasta intatta. Nelle macerie della città furono scoperti artefatti di vetro fuso, mentre tubature in rame erano rimaste intatte, da questo si dedusse che qualunque cosa fosse successo, gli oggetti erano stati esposti a una temperatura tra i 700 e 1.000°C.

Pochi mesi dopo la catastrofe due geologi - Tempest Anderson e John S. Flett - osservarono il fenomeno di persona:

"La nube aveva forma sferica ed era ricoperta da protuberanze tondeggianti che si dilatavano e si moltiplicavano con terribile energia"

Il vulcanologo francese Alfred Lacroix (1863-1948) studio per mesi questo tipo di nuvole di ceneri, frammenti di rocce e gas incandescenti e pubblico un resoconto, denominando il fenomeno  "nueé ardente" - conosciuti oggigiorno con il termine moderno di flussi piroclastici.
Fig.1. Flussi piroclastici fotografati nel Dicembre 1902 sui fianchi di La Pelée, immagini prese da Lacroux (1904) "La Montagne Pelée et ses éruptions".

La pericolosità di un'eruzione vulcanica dipende fortemente dal tipo di eruzione e la distanza a cui ci si trova. Eruzione di carattere esplosivo, causati dal contatto con il magma con la falda acquifera, oppure i flussi piroclastici, sono sicuramente tra le più pericolose. Il comportamento dei flussi piroclastici è ancora poco compresa - dopo una fase in cui i gas incandescenti tendono a salire, il raffreddamento causa un collasso della nube formatasi. La miscela di gas, ceneri e frammenti di rocce laviche segue poi la forza di gravità e discende i  rilievi topografici, coprendo con grande velocità grandi aree. La pericolosità di questi fenomeni risulta dall´elevata temperatura (700-1.000°C), l´impatto meccanico della massa in movimento, l´effetto soffocante della cenere e possibilmente gas velenosi.
Per capire meglio gli effetti mortali di un futuro flusso piroclastico, geologi hanno studiato noti disastri del passato, ricostruendo come persone, oggetti e edifici reagiscono a un tale fenomeno. Una ricerca tafonomica pubblicata da MASTROLORENZO et al. nel 2010 ha ricostruito come furono uccisi gli abitanti di Pompei dall´eruzione e i flussi piroclastici del Vesuvio - quasi 2.000 anni fa.


Fig.2. Il ritrovamento (casuale?) di resti umani a Pompei durante la visita di Giuseppe II (raffigurazione da parte di Jean-Claude Ricard de Saint-Non; 1781-1786).

Sono stati eseguiti esperimenti termici su ossa recenti, studiati i segni del calore sulla ossa recuperate a Pompei e rilevato la posizione dei scheletri delle vittimi in relazione ai depositi vulcanici. A Pompei si possono distinguere due tipi di depositi di origine vesuviana - spessi strati di ceneri e lapilli, caduti sulla città da una nube vulcanica, e sei strati centimetrici di depositi piroclastici. Nei depositi di cenere sono stati scoperti finora più di 390 scheletri, il 90% di queste persone fu uccisa dal collasso degli edifici per il peso degli depositi stessi. Nei depositi del quarto surge piroclastico vesuviano (il primo a raggiungere le mura della città) sono stati scoperti 650 vittime, il 73% apparentemente immobilizzati nel pieno atto di movimento (fenomeno descritto nella ricerca come "freezing"). Le ossa mostrano microfratture sulla superficie e una ricristallizzazione della struttura ossea all´interno. Gli stessi fenomeni sono stati osservati se si scaldavano ossa moderne a una temperatura di 300 a 600°C. L´elevata temperatura vaporizzo la carne delle vittime e le ceneri inglobarono direttamente le ossa, fissandole nel tempo. In alcuni casi, se la temperatura era minore, la vittima rimase intatta e fu inglobata completamente. Dopo che il materiale organico si era decomposto, i vuoti rimanenti oggigiorno possono essere riempiti col gesso, tecnica che ha prodotto i celebri calchi di Pompei.
Queste ricerche hanno gettato nuova luce sugli effetti devastanti di un'eruzione caratterizzata da flussi piroclastici. La morte a Pompei non é avvenuta in prima linea per soffocamento, come ipotizzato in passato, né per forze meccaniche, ma per le temperature elevate che erano mortali anche a una distanza di dieci chilometri dal Vesuvio - e da cui non esisteva scampo, neanche dentro ad un edificio.

Questi risultati sono importanti per meglio definire una mappa della pericolosità dei dintorni del Vesuvio. Una simulazione di un ipotetico impatto di un'eruzione di medie dimensioni (comparabile all´eruzione del 1631) e stata presentata di recente da vulcanologi italiani dell´ INGV.
Come in passato, il più grande pericolo risulta dai flussi piroclastici, che potrebbero scendere dal Vesuvio fina ad una distanza di sette chilometri, zona rossa abitata oggigiorno da più di 300.000 persone.




Bibliografia:

DE CAROLIS, E. & PATRICELLI, G. (2003): Vesuvio 79 d.C. la distruzione di Pompei ed Ercolano. L´ERMA di BRETSCHNEIDER: 129
GIACOMELLI, L.; PERROTTA, A.; SCANDONE, R. & SCARPATI, C. (2003): The eruption of Vesuvius of 79 AD and its impact on human environment in Pompeii Episodes. Vol. 26, No. 3
LEWIS, T.A.(ed) (1985): Volcano (Planet Earth). Time-Life Books: 176
LUONGO, G.; PERROTTA, A. & SCARPATI, C. (2003): Impact of the AD 79 explosive eruption on Pompeii, I. Relations amongst the depositional mechanisms of the pyroclastic products, the framework of the buildings and the associated destructive events. Journal of Volcanology and Geothermal Research 126: 201-223 doi:10.1016/S0377-0273(03)00146-X
LUONGO, G.; PERROTTA, A.; SCARPATI, C.; DE CAROLIS, E.; PATRICELLI, G.; CIARALLO, A. (2003): Impact of the AD 79 explosive eruption on Pompeii, II. Causes of death of the inhabitants inferred by stratigraphic analysis and areal distribution of the human casualties. Journal of Volcanology and Geothermal Research 126: 169-200 doi:10.1016/S0377-0273(03)00147-1
 
MASTROLORENZO, G.; PETRONE, P.; PAPPALARDO, L. & GUARINO, F.M. (2010): Lethal Thermal Impact at Periphery of Pyroclastic Surges: Evidences at Pompeii. PLoS ONE 5(6): e11127. doi:10.1371/journal.pone.0011127

22 aprile 2012

I terremoti nel mondo sono in aumento - parola di giornalista

I terremoti nel mondo sono in aumento - un chiaro segno che lentamente ma inesorabilmente la fine del mondo si sta avvicinando. I segni sono inequivocabili - intere orde di giornalisti non possono sbagliarsi e i social - media pubblicano queste storie nella rubrica "notizia", allora qualcosa di vero ci sarà! Ma gli ultimi dubbi sono spazzati via dall'approccio scientifico dei giornalisti, che citano numeri e … altri numeri, giacché non è mai citata esplicitamente una fonte dei supposti dati misurati. Ecco i fatti: Il numero di terremoti di magnitudo 3 è incrementata in soli dieci anni di 6 volte rispetto all' intero secolo precedente! 


Poco importa che magnitudo 3 è praticamente il limite per terremoti che possono essere percepiti dall' uomo. Visitando direttamente il sito dell'U.S.G.S. (ente menzionata nello stesso testo) questo mistero inspiegabile trova una breve risposta: il numero rilevato dei terremoti di magnitudo inferiore ai 6 è incrementata grazie a una rete più fitta di sismometri, apparecchi sempre più sensibili e una più veloce comunicazione tra enti grazie ai moderni sistemi telematici. Entrambi queste tecnologie si sono diffuse soprattutto negli ultimi venti anni. Da notare anche che il U.S.G.S dal 2009 non registra più le scosse sotto i 4.5 di magnitudo. 
Da dove i giornalisti copia-incolla allora abbiano ricevuto la "notizia" dei terremoti in aumento ? - da un post anonimo su un sito d'intrattenimento che ruba contenuti da youtube.

18 marzo 2012

I Giganti tra leggenda e realtà

Prima e anche durante il XVII secolo la scoperta di scheletri di gigante era un evento abbastanza comune. Nel gennaio del 1546, e poi nel 1564, 1580 e 1613 ossa furono dissotterrate nei pressi del castello di Chaumont (Francia) e nel 1577 delle singole ossa furono scoperte sotto un albero a Lausanne (Svizzera). Nel 1643 ossa furono dissotterrate nel Belgio. Boccacio infine descrive il ritrovamento di un scheletro di gigante alto 100 metri in Sicilia nel 1371.
Molte di queste ossa furono esposte nelle locali chiese come prova di demoni o santi, altri divennero parte dei gabinetti di curiosità o fiere ambulanti.
Le ossa ritrovate nel 1546 furono identificate come ossa del gigante Teutobocus, re dei popoli del nord, ed esposte in tutta la Francia.
Un testo pubblicitario formulato dal gesuita Jacques Tissot riporta:

"La vera storia della vita, e delle ossa del gigante Teutobocus, re dei Teutoni, Cimbri e Ambroni, sconfitto 105 anni primi di cristo. Fu sconfitto insieme alla sua armata di 100.000 uomini da Mario, consolo romano, poi fu ucciso e sotterrato nei pressi del castello conosciuto una volta come Chaumont e ora come Langon, nei pressi della città di origine romana di Daulphiné.
In questo sito la sua tomba fu scoperta, lunga trenta passi, con il nome scritto con lettere romane, le ossa in essa superavano i 25 passi, un solo dente pesava più di 11 libbre, tutti mostruosi in dimensioni e forma, come potrai vedere in città."

Simili testi descrivevano le ossa ritrovate e la gigantesca tomba, inoltre anche due placche d´argento con le iniziali del console romano!

L´esposizione delle ossa in Parigi fu un grande successo, ma comunque esistevano anche voci scettiche che chiedevano altre prove per avvalorare l´affermazione che si trattasse di ossa di gigante - soprattutto le placche d´argento. Inutile dire questa prova non è stata mai più ritrovata, inoltre le ossa recuperate cominciavano a disintegrarsi esposti all´aria e la luce.

Con l´avvento dell´anatomia comparata, proposta dal paleontologo francese Georges Cuvier (1769-1832), le misteriose ossa ben presto sono identificate come i resti di mammiferi dell´era glaciale, soprattutto proboscidati. 

 Fig.1. Varie generazioni di giganti, immagine tratta dal "Mundus subterraneus" di Athanasius Kircher (1678). Il gigante più grande é basato sulla descrizione di resti di ossa scoperti in Sicilia, da sinistra a destra seguono un uomo comune, il leggendario Golia, il gigante di Lucerna e il gigante della Mauritania.

Ma apparentemente i giganti non sono estinti - Nel 1869 uno strano fossile fu scoperto in Cardiff nello stato di New York: un uomo pietrificato alto tre metri! Anche questa scoperta ben presto fini in fiera e con 50 centesimi si poteva ammirare quello che si ritentava i resti di uno dei mitici giganti descritti dalla bibbia.
Il grande showman Phineas Taylor Barnum prese in prestito il reperto per ben tre mesi e commissiono una replica di gesso. Ben presto fu rilevata la verità, lo scopritore del gigante "originale", George Hull, aveva prodotto e sotterrato un falso per ridicolizzare le credenze bibliche di quei tempi.
Nel 1895 fu pubblicata una strana foto nella rivista "The Strand" (vedi figura a lato), che sembrava mostrare la copia irlandese del gigante di Cardiff, alta perfino più di quattro metri. Il "fossilized Irish Giant" scomparve poco dopo e non fu mai più rinvenuto - importante da notare che "The Strand" era una rivista dedicata alla fiction e storie fantastiche, non proprio una fonte da considerare troppo seriamente.

Tuttora le immagini di presunti ritrovamenti di uomini giganteschi circolano in rete e interi episodi di documentari dedicati al paranormale parlano delle prove dell´esistenza di queste creature mitiche. Nel 2008 circolo perfino un'immagine che mostrava uno scavo scientifico di uno scheletro umano, ma d'incredibili dimensioni di alcune decine di metri! Ben presto questa immagine si rivelo un falso creato al computer per un concorso dedicato alla manipolazione d´immagini - come molte altre presunte prove "inconfutabili", che vengono volentieri usati per vendere "libri" contro l´evoluzione o il "dogma scientifico" attuale (ma sopratutto per fare soldi con la stupiditá umana).

A parte che non esiste nessuna prova a riguardo dell´esistenza di giganti in preistoria, anche le leggi della biologia rendono impossibile l´esistenza di giganti nel senso classico dell´immaginario popolare (cioè con proporzioni umane ma di dimensioni molto maggiori).

Già nel 1638 Galileo Galilei realizza i principi di base della biomeccanica. Nella sua opera "Discorsi e Dimostrazioni Matematiche intorno a due nuove Scienze Attenenti alla Meccanica & i Movimenti Locali" descrive le limitazioni meccaniche a cui sono sottoposti organismi: le ossa di animali di diversa massa non sono semplice copie più grandi o più piccole, ma l´intera struttura deve essere modificata per adattarsi alle nuove esigenze.
Per sostenere gli stessi sforzi, cilindri grandi devono essere relativamente più spessi di quelli piccoli (vedi figura a lato). Questo vale anche per le ossa - un animale grande non possiede semplicemente un osso in scala maggiore, ma lo spessore aumenta molto più velocemente che la lunghezza del relativo osso. Un gigantesco gigante non avrebbe mai le stesse relazioni degli arti di un uomo con dimensioni "normali", ma arti spessi adatti a sostenere la sua massa e le forze meccaniche esercitate su di essi - sarebbe un mostro e come si sa, i mostri non esistono ;)

Bibliografia:

PROTHERO, D. (2003): Bringing Fossils To Life: An Introduction To Paleobiology. McGraw-Hill Science: 512

9 marzo 2012

La vita negli abissi

Il più grande ecosistema terrestre é anche quello meno studiato - un paragone spesso citato afferma che conosciamo meglio il lato oscuro della luna che il 54% della superficie del nostro globo - un'area che comprende piani abissali e fosse marine sotto i 3.000 metri di profondità. 
Fino a 150 anni fa si riteneva che non poteva esistere vita sotto i 200 metri, dato che la luce solare, necessaria per la fotosintesi delle piante, veniva assorbita completamente dalla colonna d´acqua. Quando furono posati i primi cavi telegrafici negli oceani alla fine del 19° secolo e durante le regolari ispezioni tecniche, fu scoperto con grande stupore che i cavi erano stati colonizzati da piccoli bivalvi. Le prime investigazioni scientifiche della vita negli abissi sono state condotte durante la spedizione della "Challenger", nave britannica che dal 1872-76 circumnavigò la terra e colleziono 240 campioni del fondale marino.
Una sensazione fu la scoperta di campi e sorgenti idrotermali nelle profondità marine nei pressi delle isole Galapagos nel 1977. I fluidi che sgorgano dalle sorgenti possono raggiungere 400°C e sono colorati neri per via dei minerali dissolti in essi. Questi composti chimici sono usati da batteri per ricavare tramite chemosintesi energia, i batteri formano a loro volta la base di una catena alimentare che comprende molluschi, policheti, artropodi e pesci. Il primo ecosistema conosciuto completamente indipendente dalla luce solare.
Un'altra rivoluzione avvenne nel 1983, quando nel golfo del Messico furono scoperte delle sorgenti di fluidi freddi (con temperature di pochi gradi sopra lo 0), composti d'idrogeno solforato, metano e idrocarburi. Anche qui si era sviluppata una comunità di organismi particolari. Successive ricerche, soprattutto negli ultimi due decenni, hanno rilevato almeno undici tipi di comunità con diverse specie di organismi, una diversità determinata apparentemente dall´isolamento geografico e forse anche dal tipo di sorgente colonizzata. 

Fig.1. Classificazione dei campi idrotermali conosciuti in undici classi, secondo una ricerca pubblicata da ROGERS et al. 2011.

Osservazioni suggerivano che campi di sorgenti, anche se vicini geograficamente, avevano in comune non più del 20% delle specie.
Una ricerca pubblicata di recente aggiunge un nuovo tassello e suggerisce che i limiti tra le diverse comunità abissali sono molto più "fluidi" di quanto finora ritenuto.
LEVIN et al. 2011 descrivono un campo di sorgente fredde (la presenza di fluidi caldi è dubbia) di metano al largo della Costa Rica, con specie conosciute da altre sorgenti fredde, ma anche specie ritenuto più tipiche di sorgenti calde. Diversi generi di batteri - Thiomicrospira, Sulphitobacter, Sulphurimonas e Arcobacter - erano conosciute solo da sorgenti idrotermali e la loro presenza è abbastanza sorprendente. La comunità macroscopica é dominata dal polichete Lamellibrachia barhami e dal genere di bivalve Bathymodiolus, entrambi specie comuni in tutti i tipi di sorgenti.
Vari generi di molluschi, come Lepetodrilus, Bathyacmaea e Fucaria, erano stati associati in passato a sorgenti idrotermali, e i generi Margarites, Neolepetopsis e Provanna a sorgenti fredde. Nel mare del Costa Rica tutti questi organismi sono stati trovati convivere nelle medesimi condizioni.
La ricerca descrive anche una nuova specie di bivalve - Bathymodiolus sp., di polichete Neovermilia sp. e una nuova possibile specie di pesce del genere Pachycara.

Fig.2. Immagini (tratta da LEVIN et al. 2012) della fauna esplorata nel campo idrotermale del Costa Rica, a) nuova specie del bivalve Bathymodiolus tra tane/tubi del polichete Lamellibrachia barhami, b) bivalvi del genere Lepetodrilus, c) bivalve Archivesica gigas e granchi del genere Munidopsis, d) il pesce Pachycara si nasconde in un "cespuglio" di policheti e) nuova specie del polichete Neovermilia e f) un branco di oloturie.

Bibliografia:

LEVIN, L.A. et al. (2012): A hydrothermal seep on the Costa Rica margin: middle ground in a continuum of reducing ecosystems. Proc. R. Soc. B. doi:10.1098/rspb.2012.0205
ROGERS, A.D. et al. (2011): The Discovery of New Deep-Sea Hydrothermal Vent Communities in the Southern Ocean and Implications for Biogeography. PLOS Biology 10(1): e1001234. doi:10.1371/journal.pbio.1001234

4 marzo 2012

La strana storia di come un vulcano estinto salvo un insetto dall´estinzione

Fig.1. La piramide di Ball
Nel 1918 la nave "S.S. Makambo", proveniente dall´Inghilterra, naufrago nei pressi dell´isola di Lord Howe - isola situata a 600 chilometri dalla costa dell´Australia nell´Oceano Pacifico. I superstiti riuscirono ad arenare la nave danneggiata sulla costa, dove fu riparata in nove giorni, ma durante questa forzata permanenza rilasciarono sull´isola un mortale invasore, che da li in poi avrebbe cambiato la sorte di molte specie endemiche dell´isola - ratti neri. I nuovi arrivati causarono l´estinzione accertata di sei specie di uccelli e una particolare specie d'insetto stecco - Dryococelus australis. Questi insetti che potevano raggiungere quindici centimetri di lunghezza erano talmente comuni che venivano usati come esche per la pesca, ma già nel 1920 fu avvistato l´ultimo esemplare vivo e poco dopo la specie fu ritenuta estinta.

44 anni più tardi un team di scalatori cerco di scalare la Piramide di Ball, situata a più di ventitré chilometri sud-est dell'Isola di Lord Howe. Il nome è appropriato: la piramide è un faraglione inaccessibile e spoglio, alto 562 metri - i resti erosi di un vulcano che si estinse sette milioni di anni fa, lasciando intatto solo il condotto vulcanico centrale.
La prima spedizione falli dopo cinque giorni, ma gli scalatori affermarono di aver scoperto un corpo senza vita, ma che sembrava relativamente recente, di un grande, sconosciuto insetto.  Altri insetti morti furono osservati durante seguenti spedizioni (la vetta della piramide fu raggiunta nel 1965), ma mai un esemplare vivo catturato.

Nel 2001 due zoologi, David Priddel e Nicholas Carlile, insieme a due assistenti decisero di indagare questi strani avvistamenti. Si concentrarono su alcune chiazze verdi nelle pareti a strapiombo, ma in un primo momento scovarono solo alcuni esemplari di grilli. Decisi a rinunciare, s'imbatterono in un singolo arbusto di Melaleuca, un genere di pianta della famiglia delle Mirtacee abbastanza comune nell´area pacifica. L´esemplare era cresciuto in una fessura della parete, circa 200 metri sopra il livello del mare, e aveva formato uno spesso strato di humus. I ricercatori notarono degli escrementi d'insetto tra il detrito vegetale ma nessun insetto era visibile. Dato che si sapeva che l´insetto stecco dell'Isola di Lord Howe era notturno, si decise di ritornare durante la notte, armati con lampade e apparecchi fotografici. Insieme a una guardia forestale locale, Dean Hiscox, Carlile ritorno sul sito, dove scopri due grandi insetti muoversi sui rami. Attente osservazioni rilevarono ulteriori ventidue esemplari di Dryococelus australis nell´ombra del singolo cespuglio - in pratica l´unica fonte di cibo nella parete rocciosa. Una scoperta sensazionale - ma si potevano prelevare degli esemplari di un organismo di cui non si sapeva quasi nulla da una cosi piccola popolazione? Dopo due anni fu deciso di raccogliere due coppie per iniziare un progetto di allevamento - ma si scopri che una frana si era staccata nella parete con il sito. Fortunatamente il cespuglio e gli insetti erano ancora li.
Dopo vari tentativi - una delle prime coppie d'insetti prelevati mori poco dopo - finalmente si riuscì a far schiudere diverse uova. Oggi la popolazione di questa specie raggiunge i centinaia di esemplari in diversi zoo e collezioni private, e forse un giorno, se l´isola di Howe potrà essere ripulita dai ratti, si cercherà di rimpatriare queste strane creature. 

Fig.2. Dryococelus australis, immagine presa da Wikipedia.

Bibliografia:

HONAN, P. (2008): Notes on the biology, captive management and conservation status of the Lord Howe Island Stick Insect (Dryococelus australis) (Phasmatodea). Journal of Insect Conservation Vol.12 (3-4): 399-413