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31 gennaio 2016

Tra Mito e Geologia: La Bestia del Gévaudan

Nel estate del 1764 sui monti del Massiccio Centrale francese, oggi dipartimento del Lozére, al tempo regione del Gévaudan, apparve una misteriosa creatura. La sua prima vittima fu Jeanne Boulet, una ragazza di 14 anni ritrovata mezzo divorata sui altopiani nei pressi di Ètienne-de-Lugdarés. Un mese dopo fu sbranata un´altra  ragazza a Puylaurent. Le autorità locali avvertite si organizzarono per delle battute di caccia per stanare la bestia e avvertirono la popolazione del pericolo con una precisa descrizione dell´animale:

di colore marrone-rossastro con una striscia scura lungo tutto il dorso, simile a una via di mezzo tra una iena e un lupo, grande come un asino, spesso con la bocca aperta, con sei artigli per zampa, orecchi diretti, coda lunga molto pelosa e agile come un gatto.”
La bestia del Gévaudan in una stampa dell´epoca, il paesaggio visibile sullo sfondo e la geologia gioceranno un ruolo importante nel mito della bestia.

Gli attacchi ed uccisioni tra il 1764 al 1767 da parte della misteriosa bestia si concentrarono perlopiú tra il confine del Gévaudan (oggi Lozére) vero e proprio e l´Auvergne, famosa per i suoi vulcani estinti.

Dopo ulteriore vittime e aggressioni il panico si diffuse e perfino il re fu obbligato a inviare nella regione i suoi cacciatori migliori. Il cacciatore scelto D´Enneval de Vaumesle, dopo un primo sopralluogo constato che “Questa bestia non sará affatto facile da prendere.“ Infatti la bestia fu scovata ripetutamente ma riusci sempre a sfuggire, approfittando del terreno impervio della regione, caratterizzato  da ripide montagne, boschi e paludi, burroni e caverne. 

Carta di una parte dell´Auvergne con riconoscibili antichi coni vulcanici (cosidetti Puy) e flussi di lava. Una delle prime rappresentazioni della topografia di un paesaggio di orgine vulcanica, pubblicata nel 1774. Il regno della bestia si trovava in fondo a destra, ai piedi del massiccio di Cantal nei pressi di St.-Flour.

L´aspro territorio del Gévaudan, che includeva ai tempi aree dei odierni dipartimenti di Lozére e Auvergne, e formato da antichi massicci vulcanici e basamento cristallino. Le dure rocce (perlopiú basalti), resistente all´erosione, formano montagne isolate con pareti ripidi e spazi angusti tra di loro, e i pochi spazi liberi sono coperte da dense foreste. Le rocce massicce del sottosuolo formano una copertura impermeabile, favorendo la formazione di acquitrini e paludi, in cui i cacciatori a dorso di cavallo non potevano seguire la bestia. Antichi condotti di vulcani si sono riempiti col tempo con le acque superficiali, formano laghi molto profondi e dall´aspetto curiosamente circolare, scavati dalle esplosioni prodotti dal contatto tra magma e acqua. Altri coni vulcanici, estinti da appena 10.000 anni, sono meno erosi e ancora riconoscibili nel paesaggio.
 
Paesaggio nei pressi della palude di Narse, con riconoscibili antichi coni vulcanici.
 
Lac Pavin, un´ antica caldera vulcanica, ora un tranquillo e cupo lago.

Cava di basalto nei pressi del villaggio di Le Pont de Alleray, si riconoscono le tipiche colonne di basalto che si formano col raffreddamento dei flussi di lava.
Le Pont de Alleray.
Le Pont de Alleray.

Questo era il territorio della bestia del Gévaudan, che tra il 1764 al 1767 uccise almeno 116 
bambine e donne. 

La cattedrale di Saint-Flour, costruita con rocce basaltiche estratte dalle cave locali. La bestia del Gévaudan fu al tempo anche considerata una punizione sovrannaturale, anche se l´opinione generale dei cacciatori e naturalisti incaricati di stanarla era che si trattava di un lupo di straordinari dimensioni. Aggressioni da parte di lupi erano comuni ai quei tempi.

Il Puy Mary (1.785 m) che domina il massiccio di Cantal, il piú imponente edificio vulcanico del Massiccio Centrale francese. Trovandosi in mezzo alla Francia, l´area possiede un clima continentale, con lunghi e duri inverni, anche su elevazioni piú basse.

Nel corso degli anni furono abbattuti diversi esemplari di grandi lupi nei monti del Margérid, ma solo con l´uccisione di un grosso esemplare nella foresta di Teynazére nel 1767 l´incubo fini una volta per tutte.
 
Durante l´autopsia il grande canide fu descritto come segue:
 
...La testa era mostruosa, di una forma quadrata, molto più larga e più lunga di quella di un lupo ordinario, il muso era un poco ottuso, gli orecchi diritti e larghi alla loro base, gli occhi neri e caratterizzato da una membrana molto singolare. L´apertura della bocca era molto grande, I denti incisivi simili a queste di un cane, i grossi denti stretti e impari, il collo molto largo e forte, ricoperto di un pelo rude, estremante lungo e folto, con una banda trasversale nera discendente fino alle spalle, il treno posteriore abbastanza somigliante a quello di un lupo, eccetto l´enorme grossezza, le gambe davanti più corte di quelle di dietro.”

La bestia era morta ma un mito era nato...

Bibliografia:
 
DESMAREST, N. (1771): Mémoire sur l’origine et la nature du basalte à grandes colonnes polygones, determinées par l’histoire naturelle de cette pierre, observée en Avergne In: Mémoires de l’Académie Royale des Sciences à Paris pour 1771.
LEWIS, T.A.(ed) (1985): Volcano (Planet Earth). Time-Life Books: 176
MIALLIER, D. ; MICHON, L. ; EVIN, J. ; PILLEYRE, T. ; SANZELLE, S. & VERNET, G. (2004) : Volcans de la chaine des Puys (Massif central, France): point sur la chronologie Vasset-Kilian-Pariou-Chopine. C.R. Geoscience 336 : 1345-1353
RUDWICK, M.J.S. (2008): Worlds before Adam – The Reconstruction of Geohistory in the Age of Reform. The University of Chicago Press: 614
SMITH, J.M. (2011): Monsters of the Gévaudan – the Making of a Beast. Harvard University Press:378

27 settembre 2015

Il diluvio universale nella storia della geologia

“[...] le scritture sacre non possono insegnare nulla ai filosofi della natura, e riempiono la mente con pregiudizi, mentre ci insegnano le vie per le sfere celesti, e non i fenomeni del mondo."
Antonio Vallisneri
È un mito moderno – la scoperta della biblica Arca di Noè, ma a parte sensazionali affermazione mai nessuna prova concreta é emersa. Comunque  vale la pena di approfondire la tematica dell´antico mito del diluvio universale e il ruolo che questa spiegazione - un’inondazione mondiale - ha giocato nella storia della geologia.

La storia del diluvio universale della bibbia si basa su un racconto ancora più antico, Il "poema epico di Gilgamesh" fu scoperto nel 1850 inciso su tavolette di argilla datate tra il 2.900 e 1.530 a.C. In questo mito si racconta come  i dei infastiditi  dal rumore degli uomini mandarono una inondazione, da cui solo un uomo di nome Utnapischtim, insieme alla moglie e degli animali, riuscì a salvarsi imbarcandosi su una grande nave. Dalla cultura mesopotamica il mito si é diffuso poi sia in storie orientali che occidentali.
 
È noto che già Leonardo da Vinci (1452-1519), basandosi su osservazioni di fossili completi nelle colline di Milano, rifiuta l´ipotesi di un’alluvione, che avrebbe distrutte e disperse le fragili conchiglie. Da Vinci non pubblica le sue osservazioni e cosi fino alla meta del 19° secolo I depositi della glaciazione furono interpretate come le prove tangibili del diluvio, da cui prese anche il nome della prima divisione stratigrafica dei sedimenti in pre-diluviali e diluviali.
Ma già nel 18° secolo molte controversie emergono sulla tematica. Il medico e naturalista Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733) interpreto sia fossili che le rocce sedimentarie osservati sui monti come prova del diluvio universale. Scheuchzer era in contatto con il naturalista italiano Antonio Vallisneri (1661–1730) che però reinterpreto le varie prove presentate. Perché fossili potevano essere trovati solo in certi strati e località ? Valisneri riporta l´esempio delle montagne toscane, in cui aveva osservato conchiglie simili a quelle che possono essere trovate nel mare, mentre nelle Alpi - cosi Valisneri - non si potevano trovare tali conchiglie. Vallisneri, pur considerando la spiegazione biblica, postula che si trattava di depositi di diverse inondazioni, spiegazione che pero portava a un´altro problema. 
Se si trattava di più episodi, questi dovevano succedersi nel corso del tempo e la terra essere molta antica, il che non combaciava con la presunta cronologia biblica. Anche I spessi strati di rocce osservate ponevano un grande problema per l´idea di un singolo diluvio ma una terra giovane (stimata in alcuni migliaia di anni al massimo).
Il problema non fu veramente risolto fino al 19° secolo. Il naturalista Georges Cuvier (1769–1832) assumeva che il diluvio universale era l´ultima di una serie di rivoluzioni globali, che si erano susseguite in tempi remoti. Il geologo britannico Charles Lyell (1797-1875) postulò che eventi catastrofici erano l´eccezione e non la regola sulla terra, catastrofi globali impossibili e perciò il diluvio una spiegazione inutile. Il punto più importante era la reinterpretazione dei depositi diluviali, non come sedimenti depositati da acqua, ma sedimenti glaciali.
 
Per quanto riguarda la "scoperta" dell´Arca … nel 1829 il medico tedesco Friedrich Parrot, primo scalatore dell'occidente a salire sull´Ararat (in turco Agri Dagh, la montagna del castigo e un vulcano attivo) poté ammirare una croce del monastero di Echmiadzin (distrutto da una eruzione vulcanica nel 1840) che secondo leggenda era costruita con il legno dell´Arca. Nel 1919 l´aviatore russo Roskowistzki riprese una strana formazione nel ghiacciaio dell´Ararat, che però con successivi studi si rivelò una semplice formazione geologica.
 

Nel 1955 un industriale francese, Ferdinand Navarra, di ritorno da una terza spedizione sul luogo, affermò di avere recuperato una trave di legno di quercia dal ghiacciaio dell´Ararat a 4.000m (nei pressi della gola Ahora, dove sorgeva il monastero, sul lato nord-est del vulcano). Una datazione risulto in un´eta di 5.000 anni, ma la storia inverosimile dell´archeologo dilettante e dubbi di come una trave di legno si potesse preservare in un ghiacciaio in movimento per 5.000 anni, fece nascere seri dubbi sulla veracità del reperto.
 

Negli anni ottanta e novanta gli arceologi, come si auto-riferiscono i ricercatori dilettanti, si misero a interpretare le foto disponibili di aerei di spionaggio russi e americani, senza risultato concreto e con solo molte speculazioni su delle macchie nel ghiaccio.
 
Per la tradizione del corano l´arca si é arenata nell'odierna Turchia, sull´altopiano di Dogubayazit a 2.300m di quota e a 300 chilometri a sud dell´attuale monte Ararat. Questo territorio si trova ai confini di quella regione che storicamente era chiamata Ararat. Esplorando la zona nel 1910, l´archeologa inglese Gertrude Bell scopri una conformazione geologica, che naturalmente fu interpretata come i resti dell´arca pietrificata ! Nel 1994 David Fasold dell´Università del New York presento i risultati di sei anni di ricerca sulla presunta arca e affermó che strati di ossido di ferro rappresentavano i resti delle fasce di ferro dello scafo e delle pietre trovati nella zona erano state usate come ancore o stabilizzatori. Ma I geologi Lorence Collins e Ian Pilmer, che visitarono il sito, smentirono le strambe teorie di Fasold che dovette pubblicamente ritirare le sue affermazioni. La struttura non era altro che una grande piega geologica, erosa dal sottosuolo.
 
Bibliografia:
 
KÖLBL-EBERT, M. (ed.) Geology and Religion: A History of Harmony and Hostility. The Geological Society, London, Special Publications, 310: 77–81

23 giugno 2015

Fossili o Mostri?

Jurassic World é appena uscito e già considerato uno dei film con maggior´successo di sempre - dal punto strettamente economico. Infatti la pellicola soffre dei soliti problemi dei sequels, nessuna idea o contenuto originale, effetti speciali di qualità inferiore al primo (che era del 1993!) e dinosauri che oramai sono più mostri cinematografiche che creature plausibili (anche se il primo film adottò non poca libertà artistica). Ma la raffigurazione dei dinosauri in Jurassic World come veri e propri “meme d´internet” pone la domanda … la ricostruzione di animali estinti si basano sulla storia naturale o sulla natura di noi esseri umani? 

Può sorprendere realizzare che le ricostruzioni di dinosauri, almeno nella cultura popolare, sono fortemente influenzate dall´ambiente politico prevalente. Durante la guerra fredda i dinosauri appaiono come mostri atomici o come creature del passato, incapaci di adattarsi e cosi autori della loro stessa estinzione (idea sicuramente influenzata dalla inquietante possibilità di una guerra nucleare al tempo e l´estinzione della specie umana). Ma l´influsso della cultura sui fossili precede di molto i dinosauri cinematografici...
 
Forse il più antico tentativo di ricostruire un´animale fossile é la raffigurazione su un vaso greco (datato ad almeno 2.600 anni) della battaglia tra  Perseo e Ceto. Adrienne Mayor, che ha studiato la relazione tra antiche culture e fossili, propone che la strana testa del mostro sia basato sul cranio fossile di una specie di giraffa estinta, che emerge dai sedimenti miocenici che ricoprono gran parte dell´area greca. Gli antichi sicuramente conoscevano fossili, conchiglie e ossa furono sicuramente notate per la loro forma e in parte interpretate come resti organici – anche se di mitologici mostri.
Fig.1. Cranio di elefante nano della sicilia... oppure mitico ciclope?

Nel medioevo la situazione diviene più confusa. Molti resti fossili giocano un´importante ruolo nei miti, storie e fiabe medievali – cosi I denti fossili di squalo erano ricercate come “glossopetrae”, pietre abili di neutralizzare ogni veleno. Questi reperti erano considerati in ogni caso come d´origine sovrannaturale oppura magica. 
Ossa fossili avevano una spiegazione piú naturale. Durante scavi e costruzione non era inusuale scoprire delle grande ossa e ancora oggi in molte chiese sono esposta questi “resti di giganti” o ´“unicorno”.  È curioso notare che l´unicorno fossile era considerato superiore nelle sue qualità magiche al´unicorno falso e recente”, che si sapeva essere il dente sovra-sviluppato del narvalo.
La scultura del drago di Klagenfurt, realizzata nel 1590 dal scultore Ulrich Vogelsang, pone un´interessante quesito. Verosimilmente la scultura é basata sul ritrovamento nel 1335 di un cranio di rinoceronte lanoso fossile. Pur modellando la testa seguendo I contorni del teschio reale, Vogelsang parte dal presupposto che si tratta di una creatura fantastica – il risultato finale rispecchia perciò più l´opinione dell´artista che la realtà. 

È facile deridere oggigiorno Vogelsang, che comunque era incaricato di creare una scultura ornamentale, non una ricostruzione anatomica. Solo nel 18° secolo compareranno le prime  ricostruzione basato su concetti scientifici, anche se preconcetti continueranno (e continuano) a giocare un´importante ruolo.

Continua...

13 aprile 2015

Animali nelle Miniere: Ossa e Sangue sono il Prezzo del Progresso

La vita é difficile nell´antro della terra, ancora di più per organismi non adatti alle condizioni proibitive incontrate laggiù. 

Ma fin´dall´antichità le ricchezze nascoste – prima selce e molto piú tardi metalli preziosi - hanno attirato l´interesse degli uomini. Nell´eta classica a lavorare nelle miniere erano sopratutto schiavi o prigionieri, durante il medioevo con la sempre più grande domanda per metalli si sviluppo la professione del minatore. Durante la rivoluzione industriale esplose la domanda per il carbone. Il materiale estratto raggiunse tali volumi che non era più possibile trasportare fuori il materiale scavato a mano. Cosi nel 1760 per la prima volta furono usati degli pony nelle miniere di carbone inglesi. Cavalli avevano alimento già nel medioevo ingranaggi per pompare l´acqua e aria, tirare su secchi di minerale o macinare pietre. 

Fig.1. & 2. L´uso del cavallo in una miniera, dall´opera di Georgius Agricola "De re metallica libri XII" (1556). Cani venivano usati per trasportare sacchi (vuoti) verso le miniere in zone montagnose.
Ma ora i piccoli cavallini venivano usato nelle gallerie, dove tiravano dei vagoni minuti di ruote che correvano su dei binari dalla miniera ai moli di carico. Ma animali avevano anche altri importanti ruoli in una miniera.
Fig.3. Trasporto dei carrelli con un pony.

Nei giacimenti di carbone si poteva formare il grisú, un gas incolore e inodore per noi umani, composta prevalentemente da metano e perciò molto pericoloso per la sua infiammabilità. Per scoprire il gas venivano usati dei canarini, che rimanevano asfissiati se la concentrazione del grisú superava livelli pericolosi.
Fig.4. Un canarino per individuare il grisú.

Nelle miniere di carbone dello Yorkshire i minatori tenevano dei cani terrier, che dovevano tenere sotto controllo i topi di miniera. Cani della razza yorkshire, per le loro dimensioni e agilità, venivano usati anche per trovare o raggiungere minatori dispersi.

Gatti venivano usati per individuare la presenza di pozzi o gallerie. Grazie al loro acuto udito erano capaci di individuare nella totale oscurità la provenienza di rumori di scavo o l´eco di una cavità, perfino attraverso la roccia viva. Erano in grado anche di localizzare minatori dispersi o isolati dal crollo della galleria.

Molti di questi animali erano nati e morivano nelle miniere, vittime del profitto e progresso. Il medico e alchimista tedesco Philippus Theophrastus Aureolus Bombastus von Hohenheim (1493-1541), meglio conosciuto come Paracelsus, riassume in sagge parole:

"Le circostanzi sono tali, che nulla di buono può essere acquisita senza un prezzo ... per ottenere ciò che si vuole, è necessario affrontare anche quello che non si vuole."

Nelle miniere moderne molto é cambiato in meglio, macchine trasportano il materiale estratto e sensori controllano la qualità´dell´aria, ma quello del minatore rimane un mestiere duro. E tuttora esistono miniere, sopratutto in paesi poveri, dove uomini e animali lavorano e anche muoiono sotto condizioni primitive.

8 dicembre 2014

La Caccia al Moa

I primi europei avvistarono la Nuova Zelanda in 1769 e quattro anni più tardi il grande capitano Cook esplora le due isole. Cook era molto interessato alla natura dei luoghi visitati e raccolse anche delle strane storie di  grandi uccelli, che si nascondevano nelle paludi e foreste e che venivano cacciati con un strano metodo: grandi sassi venivano scaldati nel fuoco - l' uccello li ingeriva e cotto dall'interno, era facile preda dei cacciatori!
 
Poi nel 19° secolo furono scoperte delle grandi ossa, che in parte mostravano ancora dei tessuti molli attaccati a esse. I reperti sembravano cosi freschi che si pensava che provenissero dai misteriosi uccelli. Il geologo Ernst Dieffenbach (1811-1855), che studiò la storia naturale della Nuova Zelanda, ritenne pero che si trattava di materiale sub-fossile. Nel 1839 un osso fu consegnato al naturalista vittoriano Richard Owen, che per primo lo ritenne di cavallo o bovino, ma notando la struttura spugnosa lo descrisse alla fine come fossile di un grande "uccello terribile" - il genere Dinornis (oggigiorno il termine Moa comprende varie specie di uccelli terricoli, con dimensioni che variano tra grandezza tacchino a giganti di quasi 2 metri d'altezza).
 
Walter Mantell, figlio del famoso paleontologo Gideon Mantell, nel 1847 scopre un gigantesco giacimento di questi fossili. Motivato da questa straordinaria scoperta e dalle leggende Maori si mise alla ricerca - se un Moa vivente ancora esisteva, l' avrebbe scoperto. Mantell, pur recuperando molti altri fossili e degli artefatti Maori prodotti da ossa e piumaggio di Moa, ben presto si arrese.
 
Il primo naturalista amatoriale che attivamente promosse l'idea che i Moa erano ancora presenti sull' isola era il missionario William Colenso. Comunque Colenso non poté presentare null'altro che alcuni aneddoti di presunti avvistamenti per supportare quest'affermazione.
 
È curioso notare che la descrizione dei presunti incontri con uccelli giganti non corrisponde alle sembianze di diverse specie di Moa, ricostruiti basandosi sui resti sub-fossili disponibili. Nelle classiche stampe del 19° secolo il Moa viene rappresentato come grande uccello, con collo lungo ed eretto, coperto completamente dal suo piumaggio. Molte classiche storie di presunti incontri rispecchiano esattamente questa immagine - grandi uccelli, collo eretto, stranamente tranquilli alla vista di uomini (pur essendo sennò animali cosi elusivi) e completamente silenziosi!
 
Fig.1. Ricostruzione di Moa da parte del zoologo Bernard Heuvelmans (1916-2001), basandosi sulle descrizioni di presunti avvistamenti e arte rupestre dei Maori. Heuvelmans immaginava l´animale coperta da un fitto piumaggio, che copriva anche le grandi zampe, inoltre una sorta di cresta di piume in testa. Moderne ricostruzioni limitano l´area coperto dal piumaggio, che appariva anche più corto, inoltre il collo eretto dell´animale e stato rimpiazzato da una andatura più orizzontale dell´intero animale.

Ricostruzioni moderne vedono invece il Moa come uccello che teneva il collo basso, anche per spostarsi più agilmente tra la fitta vegetazione del sottobosco.
 
Dai reperti disponibili emerge il seguente scenario: I primi coloni polinesiani arrivarono, secondo recenti datazioni, sull'isola sud della Nuova Zelanda verso il 1300-1314. In poco meno di 150 anni (le ultime ossa datate di Moa risalgono al 1435) i grandi uccelli si estinsero, con gli ultimi rifugi collocati sulla parte orientale dell'isola. Il modello mostra anche che un relativamente piccolo gruppo di coloni, da 400 ad appena 2.500 persone, era più che sufficiente per spingere nove specie di uccelli terricoli oltre l'orlo d' estinzione - tramite caccia, raccolta uova e distruzione di habitat.

Bibliografia:

HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677

11 agosto 2014

Come Darwin sbufalo la Sirenetta

"Le sirene esistono ma ce lo nascondono"
Una politica italiana nel 2013

Ha fatto il giro dei soliti siti di fuffa la recente notizia del ritrovamento di un corpo di sirenetta sulle spiagge di Lampedusa. Nel miglior caso la solita bufala d´estate (si tratta di foto del 2011 riprese sul set di "Pirati dei Caraibi"), nel peggiore caso un esempio del pessimo gusto dei fuffologi, poiché alla notizia è stata data "veracità" affermando che la scoperta è stata fatta durante il recupero di naufraghi al largo della costa italiana!
 
Ma non sarebbe la prima volta che il grande pubblico rimane incantato da una sirena.
 
Da sempre l´uomo è affascinato da presunti mostri, ma solo nel 17° secolo la scienza comincio a occuparsi di questo fenomeno. Nel 1792 il naturalista inglese Robert Plot scrive nella sua "Natural History of Oxfordshire"
 
"Devo considerare, come primo, oggetti naturali, qualora abbiano ritenuti la loro forma primaria o nell´ambito del loro sviluppo siano rimasti normali, come animali, pianti e strutture del mondo naturale. Come secondo, l´estravagante e con difetti, causato sia dalla deformazione del tessuto o limitazioni o malformazioni, come visto nei mostri."
 
Lo zoologo Étienne Geoffroy Saint-Hilaire é ancora più preciso a riguardo, le malformazioni dei mostri non sono casuali, ma rispecchiano certe regole - studiando mostri e le loro deformazioni si può scoprire le regole naturali che governano lo sviluppo della vita sulla terra.
 
"I mostri non sono scherzi della natura; la loro organizzazione e sottoposta a regole; a precisi leggi, e queste regole, questi leggi, sono identiche a quelle che controllano il sviluppo della serie animale; in una parola, i mostri sono creature comune, o meglio, non esistono mostri, dato che la natura e tutt'una."
 
Per Saint-Hilaire certe deformazioni individuali rispecchiavano semplicemente un passo più primitivo della linea evolutiva di una specie. Un individuo di tetrapode nato senza arti rispecchia semplicemente una presunta "fase di pesce", che in un tempo remoto la linea evolutiva in soggetto aveva dovuto passare.
 
Non sorprende, conoscendo l´interesse dei naturalisti per questo soggetto, che anche il grande pubblico ne rimase affascinato.
 
L´Inghilterra vittoriana era ossessionata dai mostri e fiere e collezioni di strane creature abbondavano nella Londra di quei tempi. I mostri più celebri erano strani ibridi tra uomo e animale, come la sirena - meta donna e per meta un pesce. Ritenute creature inverosimili da taluni, altri naturalisti, forse meno esperti in anatomia, consideravano la loro esistenza possibile e anche il grande pubblico era abbastanza ottimista (o abbastanza interessato alla cosa da pagare per visitare le rispettive esposizioni nei "freak shows").
 
Nel 1822 a Londra in una piccola esposizione apparve quello che fu ritenuto la più tangibile prova per l´esistenza delle sirene.  In una vetrinetta era esposto un essere con una lunga coda di pesce e le braccia e il cranio dall´aspetto antropomorfico, con tanto di lunghi capelli e piccoli capezzoli sul petto. Il reperto era stato acquistato dal capitano Samueal Barrett Eades per una cifra equivalente a una nave mercantile (aveva venduto la nave che gestiva per comprarlo) in Batavia (Indonesia). Per rifarsi del denaro investito, fu allestita un'esposizione con tanto di annunci pubblicitari in diversi giornali londinesi. 

Fig.1. La sirenetta del capitano Eades in una stampa pubblicitaria del 1822.

E curioso notare che Eades si mise in contatto con un noto chirurgo per confermare la veracità del reperto come nuova specie, questo confermo solo che si trattava di un falso composto da parti di salmone e orango! 
Eades non si arrese e ben presto in un giornale inglese apparve un articolo che, basandosi anche sulla lunga lista di avvistamento di sirene nel passato e l´apparente mancanza di linee di sutura nel reperto (nascosto dai falsi seni), dichiaro che si trattava di una scoperta scientifica genuina. La discussione continuò fino al 1823, ma il pubblico perse rapidamente l´interesse nel reperto, sta di fatto che per quasi venti anni non si seppe quasi più nulla, a parte periodiche affermazioni che qualcuno aveva scovato uno strano essere tra le curiosità esposta in diverse fiere locali.
Nel 1842 riappare negli Stati Uniti, ora venduto dal famoso imprenditore Phineas Taylor Barnum come sirenetta delle Feejee, con tanto di naturalista fasullo che l´aveva raccolta durante una delle sue avventurose spedizione nel Pacifico. La sirenetta, cosi la pubblicità, era l´anello mancante tra uomo e pesce, come il pesce volante era l´anello mancante tra uccelli e pesci !
 
La pubblicazione della teoria sull´evoluzione di Darwin nel 1859 fu un duro colpo per questa credenza. Darwin spiegava che l´evoluzione era un processo lento e che occorreva tramite minuscoli cambiamenti degli organismi - ma le creature mostrate nei "freak show" erano quelle più deformati e inverosimilmente sarebbero potuti sopravvivere in natura tanto a lungo da trasmettere le loro deformazioni alla prole. Inoltre erano organismi ibridi tra diverse linee evolutive, come pesci e mammiferi, linee evolutive che si erano separate in tempi geologici troppo remoti e non potevano perciò più incrociarsi.
 
Ma ucciso un mostro ne appare subito un altro. Ben presto le rispettive esposizioni presentavano al pubblico pagante un nuovo mistero della scienza, il presunto "missing link" - un strano ibrido tra uomo e scimmia, con postura bipede e grande cervello, ma sembianze scimmiesche.

Fig.2. "Cos´é ?", una stampa pubblicitaria dell´American Museum, pubblicata nel 1860. "È un essere inferiore dell´uomo, o il prossimo passo evolutivo della scimmia? oppure é entrambi in combinazione?"

L´uomo scimmia sembrava un concetto supportato dalla teoria dell´evoluzione, almeno un´evoluzione vista come predefinita e lineare, in cui le odierne scimmie e l´uomo moderno formano i punti terminali. Già Darwin riconobbe l´errore in questo mito popolare e ripetutamente nelle edizioni del suo "Origin of Species" ricorda che l´antenato comune di due specie non deve necessariamente assomigliare a una di queste o apparire come una loro combinazione. 

Purtroppo il concetto prevale anche ai tempi nostri… continua ….

Bibliografia:

ASMA, S.T. (2001): Stuffed Animals and Pickled Heads. The Culture and Evolution of Natural History Museums. Oxford University Press: 319
BLUMBERG, M.S. (2009): Freaks of Nature. What anomalies tell us about development and evolution. Oxford University Press: 341
BONDESON, J. (1999): The Feejee Mermaid and other Essays in Natural and Unnatural History. Cornell University Press: 315
DA COSTA, P.F. (2000): The understanding of monsters at the Royal Society in the first half of the eighteenth century. Endeavour Vol. 24(1): 34-39
GOODALL, (2005): Performance and Evolution in the Age of Darwin. Out of the Natural Order. Routledge edition: 288

22 aprile 2014

La lezione ecologica dell´Isola di Pasqua

La storia dell´ecocidio - il collasso di un'intera civiltà a causa del degrado ambientale e delle risorse naturali - dell´isola di Rapa Nui, meglio conosciuta come Isola di Pasqua - è stato reso popolare dal film "Rapa Nui" (1994), varie documentazioni (tra cui molte pseudoscientifiche) e dal libro del biologo americano Jared Diamond "Collapse - How societies choose to fail or survive" (2005).

Secondo lo scenario proposto la civiltà di Rapa Nui avrebbe deforestato l´intera isola per la costruzione delle statue dei Moai. La terra spoglia ben presto fu erosa, i raccolti dei campi non erano sufficienti per sfamare una popolazione cresciuta a dismisura - guerra, carestia e collasso furono le conseguenze. Una società destinata all´estinzione, confinata su una minuscola isola nel bel mezzo dell´oceano, per la sua stessa avidità e stupiditá - il confronto con l´odierna crescita illimitata della specie Homo sapiens su un pianeta confinato e limitato, disperso nell'infinita dello spazio, viene naturale.


Ma ci sono diversi problemi con questo scenario. I siti paleontologici, con i resti delle piante, studiati sull´isola sono molto limitati, le carote di sedimenti recuperati sono incompleti e spesso la datazione è dubbia. Non è perciò chiaro quando l´isola ha perso completamente le sue foreste native. Secondo le analisi più recenti l´isola durante l´Olocene era caratterizzata da un clima umido e le foreste si estendevano su 70% della superficie dell´isola, almeno fino all´arrivo dei primi uomini verso il 300 all' 800 d.C. Sfortunatamente dopo l´800 il clima s'inaridisce è perciò non si sono depositati sedimenti di questo periodo nei pochi laghi perenni o paludi. Non è perciò ben chiaro se la popolazione veramente ha deforestato in un breve periodo l´intera isola - come postulata dall´ipotesi del collasso improvviso -  o se la siccità ha causato un lento, ma continuo, declino della foresta. 
Contro l´ipotesi della deforestazione veloce e catastrofale sta l´osservazione che non sono mai stati trovati significanti resti o strati carbonizzati, dato che molte civiltà antiche per sgomberare terra per uso agricolo usavano dei incendi controllati, sembra strano che lo stesso metodo non siá stato adottato anche sull´Isola di Pasqua. Inoltre i reperti archeologici che mostrerebbero cannibalismo (esiste inoltre anche il cannibalismo culturale in tempi pacifici) e ferite di combattimento sono pressoché nonesistenti.
 

Quando l´isola fu scoperta dagli europei nel 1722 fu descritta di fatto spoglia, ma con agricoltura più che sufficiente per sfamare la popolazione endemica. La foresta scomparsa era stata rimpiazzata da cespugli piantati e copertura dei campi con rocce laviche, che diminuivano l´erosione del suolo da parte del vento e proteggevano la terra dal sole incandescente. Gran parte dell´erosione e distruzione osservabile tutt'oggi sull´isola fu causata dal pascolo di grossi animali (capre, pecore, vacche e cavalli) introdotti dagli europei negli ultimi 150 anni.
 
Fig.1. Nel 1786 l´isola fu raggiunta da una spedizione scientifica francese (1785-1788) sotto il commando di Jean-François de La Pérouse. Le immagine realizzate degli artisti di bordo mostrano una civiltà stabile e le statue ancore  intatte, il che contradice l´ipotesi di guerre, anche con sfondo religioso, tra la popolazione indigena.
 
Dalla documentazione archeologica emerge un'immagine molto più complessa - un declino lento della vegetazione primordiale, causato da vari fattori, tra cui il clima e probabilmente aiutato anche dall´uomo - un cambiamento a cui gli abitanti di Rapa Nui riuscirono ad adattarsi all´inizio.
 

Rimane comunque un´importante lezione da imparare dalla storia dell´isola di Pasqua: anche se la perdita dell'ecosistema dell´isola non è da imputarsi esclusivamente all´uomo, un ambiente impoverito ha privato la società locale di molte possibilità future (su un´isola spoglia é difficile costruire navi e sviluppare la navigazione) - ogni civiltà, progredita o no, dipende dall´ambiente circostante e alla fine e nei propri interessi tutelarlo.

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