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27 settembre 2015

Il diluvio universale nella storia della geologia

“[...] le scritture sacre non possono insegnare nulla ai filosofi della natura, e riempiono la mente con pregiudizi, mentre ci insegnano le vie per le sfere celesti, e non i fenomeni del mondo."
Antonio Vallisneri
È un mito moderno – la scoperta della biblica Arca di Noè, ma a parte sensazionali affermazione mai nessuna prova concreta é emersa. Comunque  vale la pena di approfondire la tematica dell´antico mito del diluvio universale e il ruolo che questa spiegazione - un’inondazione mondiale - ha giocato nella storia della geologia.

La storia del diluvio universale della bibbia si basa su un racconto ancora più antico, Il "poema epico di Gilgamesh" fu scoperto nel 1850 inciso su tavolette di argilla datate tra il 2.900 e 1.530 a.C. In questo mito si racconta come  i dei infastiditi  dal rumore degli uomini mandarono una inondazione, da cui solo un uomo di nome Utnapischtim, insieme alla moglie e degli animali, riuscì a salvarsi imbarcandosi su una grande nave. Dalla cultura mesopotamica il mito si é diffuso poi sia in storie orientali che occidentali.
 
È noto che già Leonardo da Vinci (1452-1519), basandosi su osservazioni di fossili completi nelle colline di Milano, rifiuta l´ipotesi di un’alluvione, che avrebbe distrutte e disperse le fragili conchiglie. Da Vinci non pubblica le sue osservazioni e cosi fino alla meta del 19° secolo I depositi della glaciazione furono interpretate come le prove tangibili del diluvio, da cui prese anche il nome della prima divisione stratigrafica dei sedimenti in pre-diluviali e diluviali.
Ma già nel 18° secolo molte controversie emergono sulla tematica. Il medico e naturalista Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733) interpreto sia fossili che le rocce sedimentarie osservati sui monti come prova del diluvio universale. Scheuchzer era in contatto con il naturalista italiano Antonio Vallisneri (1661–1730) che però reinterpreto le varie prove presentate. Perché fossili potevano essere trovati solo in certi strati e località ? Valisneri riporta l´esempio delle montagne toscane, in cui aveva osservato conchiglie simili a quelle che possono essere trovate nel mare, mentre nelle Alpi - cosi Valisneri - non si potevano trovare tali conchiglie. Vallisneri, pur considerando la spiegazione biblica, postula che si trattava di depositi di diverse inondazioni, spiegazione che pero portava a un´altro problema. 
Se si trattava di più episodi, questi dovevano succedersi nel corso del tempo e la terra essere molta antica, il che non combaciava con la presunta cronologia biblica. Anche I spessi strati di rocce osservate ponevano un grande problema per l´idea di un singolo diluvio ma una terra giovane (stimata in alcuni migliaia di anni al massimo).
Il problema non fu veramente risolto fino al 19° secolo. Il naturalista Georges Cuvier (1769–1832) assumeva che il diluvio universale era l´ultima di una serie di rivoluzioni globali, che si erano susseguite in tempi remoti. Il geologo britannico Charles Lyell (1797-1875) postulò che eventi catastrofici erano l´eccezione e non la regola sulla terra, catastrofi globali impossibili e perciò il diluvio una spiegazione inutile. Il punto più importante era la reinterpretazione dei depositi diluviali, non come sedimenti depositati da acqua, ma sedimenti glaciali.
 
Per quanto riguarda la "scoperta" dell´Arca … nel 1829 il medico tedesco Friedrich Parrot, primo scalatore dell'occidente a salire sull´Ararat (in turco Agri Dagh, la montagna del castigo e un vulcano attivo) poté ammirare una croce del monastero di Echmiadzin (distrutto da una eruzione vulcanica nel 1840) che secondo leggenda era costruita con il legno dell´Arca. Nel 1919 l´aviatore russo Roskowistzki riprese una strana formazione nel ghiacciaio dell´Ararat, che però con successivi studi si rivelò una semplice formazione geologica.
 

Nel 1955 un industriale francese, Ferdinand Navarra, di ritorno da una terza spedizione sul luogo, affermò di avere recuperato una trave di legno di quercia dal ghiacciaio dell´Ararat a 4.000m (nei pressi della gola Ahora, dove sorgeva il monastero, sul lato nord-est del vulcano). Una datazione risulto in un´eta di 5.000 anni, ma la storia inverosimile dell´archeologo dilettante e dubbi di come una trave di legno si potesse preservare in un ghiacciaio in movimento per 5.000 anni, fece nascere seri dubbi sulla veracità del reperto.
 

Negli anni ottanta e novanta gli arceologi, come si auto-riferiscono i ricercatori dilettanti, si misero a interpretare le foto disponibili di aerei di spionaggio russi e americani, senza risultato concreto e con solo molte speculazioni su delle macchie nel ghiaccio.
 
Per la tradizione del corano l´arca si é arenata nell'odierna Turchia, sull´altopiano di Dogubayazit a 2.300m di quota e a 300 chilometri a sud dell´attuale monte Ararat. Questo territorio si trova ai confini di quella regione che storicamente era chiamata Ararat. Esplorando la zona nel 1910, l´archeologa inglese Gertrude Bell scopri una conformazione geologica, che naturalmente fu interpretata come i resti dell´arca pietrificata ! Nel 1994 David Fasold dell´Università del New York presento i risultati di sei anni di ricerca sulla presunta arca e affermó che strati di ossido di ferro rappresentavano i resti delle fasce di ferro dello scafo e delle pietre trovati nella zona erano state usate come ancore o stabilizzatori. Ma I geologi Lorence Collins e Ian Pilmer, che visitarono il sito, smentirono le strambe teorie di Fasold che dovette pubblicamente ritirare le sue affermazioni. La struttura non era altro che una grande piega geologica, erosa dal sottosuolo.
 
Bibliografia:
 
KÖLBL-EBERT, M. (ed.) Geology and Religion: A History of Harmony and Hostility. The Geological Society, London, Special Publications, 310: 77–81

2 agosto 2015

In viaggio geologico insieme a Darwin

Fin dalla sua gioventù Charles Darwin aveva mostrato un interesse al mondo naturale – tra cui campi classici come la collezione di coleotteri e di minerali. I suoi primi passi da vero naturalista, con tanto di pubblicazioni, seguirono la geologia dei luoghi che aveva visitato durante il viaggio dell’ Beagle tra il 1831-1836.
 
Ma già il nonno di Darwin, Erasmus Darwin, si interessò alla geologia e studio le formazioni geologiche scoperte in grotte naturali e si interesserò  della formazione di minerali. Scopri fossili e ipotizzava su questa osservazione che la terra era notevolmente più antica di quanto immaginato in testi sacri e che la vita si poteva generare ed evolvere spontaneamente.
 
Durante i suoi anni universitari, Charles Darwin non s´interesserò particolarmente alla geologia, ma nel 1831 il botanista John Stevens Henslow introdusse Darwin a Adam Sedgwick, professore di geologia e botanica all´università di Cambridge.
Sedgwick stava studiando le rocce del North-Wales, interessato alla revisione stratigrafica della zona (Sedgwick più tardi definisce l´epoca geologica del Cambriano basato sulle osservazioni raccolte durante questa spedizione) una grande opportunità per Darwin, nativo della piccola cittadina di Shrewsbury. Darwin scrive a un collega "Sono ora pazzo [per] la geologia...[]".
 
Sedgwick arriva a Shrewsbury il due d´agosto, visita alcuni affioramenti nelle vicinanze, non é chiaro se già insieme con Darwin, di sicuro i due naturalisti lasciano la cittadina il 5. agosto, dirigendosi verso nord. Secondo le carte geologiche dell´epoca le formazioni geologiche che interessavano Sedgwick affioravano in questa zona, ma anche con l´aiuto di un altro noto geologo, Robert Dawson, i tre non riuscirono a trovare la formazione del Old Redstone. Sedgwick continua perciò il suo viaggio verso l´isola di Anglesey, Darwin nella sua autobiografia scrive che i due si separarono, dato che Darwin voleva studiare le rocce vulcaniche di Capel Curig – ma durante il viaggio sulla Beagle Darwin descrive affioramenti di serpentinite sulle isole di Capo Verde, questo tipo di roccia Darwin avrebbe potuto solo incontrarla su Anglesey, anche se in alternativa é possibile che abbia studiato i campioni raccolti da Sedgwick.
 
Fig.1. Carta geologica del North-Wales e l´isola di Anglesey (cartografata per la prima volta da Henslow nel 1821), con la spedizioni di Darwin e Sedgwick ricostruita da ROBERTS 2001.

Passando per Barmouth il 29. agosto Darwin ritorna a casa a Shrewsbury, dove lo aspetta una lettera del capitano FitzRoy - un´invito per una spedizione naturalistica-geologica (FitzRoy era un´appassionato geologo amatoriale) intorno al mondo a bordo del brigantino "HMS Beagle".

Tutt'oggi venti pagine di note scritte da Darwin durante l´esplorazione del North-Wales sono conservate e nella sua autobiografia Darwin nota che "questa spedizione era decisiva per mostrarmi un po' come mappare la geologia di un paese…" Difatti durante il suo viaggio a bordo della Beagle Darwin riempia 1.383 pagine con note geologiche e solo 368 con note biologiche.
 
Darwin pubblica i suoi libri sulla geologia osservata durante i cinque anni di viaggio tra il 1842 e 1848. Dal luglio 1844 in poi lavora a una versione pubblicabile sulla sua teoria di trasmutazione delle specie per via della selezione naturale  - nell' opera finale "On the Origin of Species", pubblicata nel 1859, la geologia comunque occuperà "solo" due capitoli, forse un risultato del suo “frettoloso” lavoro dopo la lettera di A. Wallace, ricevuta nel 1858. Forse lo spazio limitato dedicato alla geologia scaturisce anche dalla sua considerazione che il record fossile non era abbastanza completo per dimostrare la sua teoria, ma forse anche semplicemente dal fatto che gli interessi di Darwin si erano nuovamente diretti verso la zoologia e botanica. 
Ma non c´é dubbio che la geologia ha giocato un importante ruolo nel pensiero di Darwin –  la geologia, con I suoi lenti ma inesorabili movimenti e cambiamenti, era un perfetto esempio di come anche la vita poteva – lentamente ma inesorabilmente – evolversi.
 
Bibliografia:
 
HERBERT, S. (2005): Charles Darwin, Geologist. Cornell University Press: 485
ROBERTS, M. (2001): Just before the Beagle: Charles Darwin's geological fieldwork in Wales, summer 1831. Endeavour Vol. 25(1): 33-37

11 giugno 2015

William Smith e la mappa che a che ha cambiato il mondo

Giugno 11, 1813, l´ingegnere e rilevatore William Smith viene arrestato e portato alla prigione di  King's Bench a sud di Londra. Dopo anni di attesa, uno dei tanti creditori di Smith aveva finalmente sporto denuncia, Smith fu imprigionato finché i suoi averi fossero messi all´asta per pagare i suoi debiti. Smith in una nota scritta molto più tardi ricorda:

L´uomo e i suoi fossili forse possono essere imprigionati, ma mai le sue scoperte ... la collezione perduta, libri e pubblicazioni disperse, a lui fu tolta ogni cosa tranne i suoi ricordi."

Smith per anni aveva investito (e perso) grandi somme di denaro nella pubblicazione di una carta topografica molto speciale – sopra la topografia aveva delimitato e colorato delle aree che rappresentavano la litologia del sottosuolo.
 
Smith non era il primo con questa idea, ma era il primo a realizzare una carta a grandi dimensioni (che comprendeva quasi tutta l´Inghilterra) e il primo ad usare anche i fossili per identificare le formazioni geologiche. Prima di Smith il medico e naturalista Martin Lister (1639-1712) aveva proposto di mappare la distribuzioni dei tipi di suolo nella campagna. Dato che il suolo si forma dall´erosione delle rocce, questo metodo avrebbe reso possibile creare una carta geologica. Ma Lister, cosi sembra, mai realizzo questa sua idea. L´italiano Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730) intraprese il prossimo importante passo: per uso militare creo una carta in cui segnalava gli affioramenti rocciosi (interessanti per la costruzione di fortificazioni) - una carta dei dintorni di Bologna (1717) mostra gli punti e le cave in cui si poteva estrarre rocce e gesso, Marsili poi collega questi singoli punti con un´area tratteggiata, implicando che i strati geologici continuano anche nel sottosuolo.

 
Fig.1. Una carta mineralogica francese pubblicata nel 1780, che mostra cave, miniere e altri punti d´interesse geologico. Il rilievo topografico era all´avanguardia per quei tempi, ma i naturalista ancora esitavano a connettere i singoli affioramenti di rocce tra di loro - dato che non si sapeva praticamente nulla del sottosuolo, sembrava troppo azzardato ipotizzare strati e strutture geologiche.

Smith si spinse oltre. Non solo aveva mappato e colorato un´area vastissima, ma grazie ai fossili guida era capace di separare formazioni geologiche a prima vista molto simili, una risoluzione stratigrafica mai raggiunta prima. Smith capì anche che i strati geologici erano inclinati, usando una ombreggiatura poteva sottolineare questo particolare anche sulla carta geologica. Purtroppo Smith era talmente cauto e meticoloso che ritardò di anni la pubblicazione delle sue carte, intanto si prestava sempre nove somme di denaro, fino a quel fatidico giorno nell´estate del 1813.

Amici di Smith avevano comprato i suoi appunti messi all´asta, non tutto il lavoro era andato perduto. Ma Smith, disilluso, dopo il suo rilascio dalla prigione, fuggi da Londra, mai più a ritornare. Ma la storia per fortuna non finisce qui...


Fig.2. La grande carta geologica pubblicata da Smith nel 1815, Smith si ispirò per i colori all´aspetto delle rocce stesse – economicamente importanti formazioni di carbone sono tenute in nero – Smith era un´uomo pratico é considerava la sua carta come una "mappa del tesoro", utile per capire dove trovare ricchezze geologici – carbone, metalli e rocce edilizie.

Bibliografia:

WINCHESTER, W. (2001): The Map that Changed the World: William Smith and the Birth of Modern Geology. New York: Harper Collins: 352

6 giugno 2015

La Geologia del D-Day

In preparazione per il D-Day e l´invasione della "roccaforte nazista" il 6 giugno 1944 non solo  strategia, organizzazione e potenza militare degli alleati furono decisive, ma anche la geologia della Normandia. 

L´affluenza di diversi grandi fiumi tra i porti di Le Havre e Cherbourg ha creato grandi zone sabbiose su cui era possibile approdare con speciali veicoli anfibi. Nel gennaio 1944 dei subacquei della intelligence britannica recuperarono alcuni campioni di sabbia, geologi dovevano analizzare la mineralogie e la granulometria delle spiagge per poter decidere se la sabbia poteva portare i pesanti mezzi militari – senza carri armati era quasi impossibile espugnare i bunker costruiti dai tedeschi sulla spiaggia e liberare la via per le truppe.
 

Fig.1. Carta strategica con gli avanzamenti alleati e carta geologica semplificata. Grandi fiumi che trasportano sedimenti dall´entroterra composto da rocce metamorfiche e sedimentarie hanno creato delle spiagge sabbiose, abbastanza stabili per pesanti mezzi e l´invasione con truppe. Gli alleati conquistarono prima le zone calcaree, ideali per costruzioni dell´infrastruttura e l´importante campo d'aviazione britannico.

L´entroterra della Normandia é caratterizzato dall´altopiano di Calvados, composto da calcaree giurassico e coperto da un sottile strato di sabbie eoliche depositate li durante l´ultima era glaciale. Questo paesaggio quasi piano é asciutto era un luogo ideale per costruire piste d´atterraggio, dato che solo con degli aeri era possibile garantire l´approvvigionamento delle truppe alleati nel corso della battaglia per la Francia. La zona offriva anche buone rocce per costruzione di edifici e infrastrutture. Dall´acquifero nelle formazioni calcaree gli alleati poterono anche pompare fuori l´acqua potabile.

L´invasione della Normandia non solo fu influenzata dalla geologia, ma a sua volta ha cambiato la geologia. Nelle sabbie e sedimenti delle spiagge ancora oggi si trovano piccoli sfere magnetiche e gocce di vetro. All´impatto col suolo le granate sparate esplodono e fondono in parte la sabbia e il metallo dell´ordigno, raffreddandosi il metallo assume le forme di piccole gocce e sfere, rese luccicanti dal continuo moto delle onde.
 

Alcuni geologi stimano che questi sedimenti antropici sopravviveranno alcuni centinaia a migliaia di anni, forse, depositandosi nei crateri creati dalle esplosioni, si formerà, nel corso di milioni d´anni, anche una nuova formazione geologica - la traccia della follia umana impressa nelle rocce stesse.

29 marzo 2015

Il Segreto del Gusto perfetto: La Geologia !

La loro personalità e il loro gusto dipendono da neve, acqua, torba, aria e orzo dell´ambiente in cui vengono prodotti. Rappresentano perciò gli “spiriti” specifici del luogo del quale,a un palato sapiente, svelano le caratteristiche."
Lello Piazza, “Whisky StoryAirone 08/2005
 
Furono probabilmente monaci irlandesi intorno al 500-600 i primi a gustare un distillato di orzo come bevanda alcoolica, l´acqua della vita, o “uisge beatha” (curiosamente il nome deriva meno da una mistificazione della bevanda, ma dalla proprietà dell´alcool a conservare tessuti organici), che oggi conosciamo come whisky. Non sorprende che questo distillato abbia origini irlandesi o scozzesi, dato che l´idrologia e geologia di queste regioni ancora oggi giocano un´importante ruolo nella produzione del  whisky e/o whiskey.
 
Già il clima freddo favorisce (o rende possibile solo)  la crescita dell´orzo e del  luppolo, ingredienti di base per whisky e birra. Questo clima rigido rende spoglie di grandi alberi anche le lande dell´Irlanda e della Scozia, che pero in compenso sono ricche di torba, che veniva usata come combustibile per tostare ed essiccare l´orzo e distillare il mosto di malto. La torba, come sedimento organico, varia in composizione, consistenza ed età – e questi variazioni possono influenzare anche sulla personalità  e profumo del whisky.
 

Anche l´acqua dona al distillato una personalità unica e molte distillerie possiedono delle sorgenti private – anzi, nel medioevo bevande alcooliche erano considerato di qualità superiore che semplice acqua di ruscello. 
Il tutto inizia con l´acqua piovana che scorre nella torba e si infiltra nel sottosuolo e nelle falde acquifere.  Le acque naturali possiedono quattro cationi principali - il calcio (Ca), magnesio (Mg), sodio (Na) e potassio (K). Questi elementi giocano un´importante ruolo nel processo di produzione di prodotti alcolici.  Calcio stabilizza gli enzimi che i  lieviti usano per trasformare I zuccheri in alcool. Simile effetto il magnesio, che comunque se presente in concentrazioni troppo elevate rende la birra amara. 
La concentrazioni di questi elementi viene profondamente influenzata dalla geologia del bacino idrografico e falda della sorgenti usata.  Acque di aree grantiche sono molto pure e donano al whisky stabilità e limpidezza. 
Secondo la tradizione perció per il whisky si dovrebbe usare le acque di sorgenti in zone granitiche, ma la maggior parte delle distillerie si trovano in regioni caratterizzate dalla presenza di formazioni di arenarie e argilliti o scisti micacei. I minerali che compongono queste rocce sono comunque anch´essi praticamente insolubili. 
Per la bassa concentrazione di elementi nella acqua di sorgente il processo di distillazione deve essere pero più lungo, con il risultato di incrementare anche la gradazione alcolica.
 
Fig.1. Tra i dieci migliori whisky si trovano distillati che provengono dalla isola di Islay, l´isola di Skye, le Orcadi e la regione di Moray. Carta geologica della Scozia secondo A. Geikie, 1887 con tanto di moderne distillerie - concentrate sopratutto nelle regioni con rocce metamorfiche e ignee.
 
Falde acquifere in aree carbonatiche tendono invece ad avere molti elementi sciolti nell´acqua. Il cloro e il magnesio per esempio nelle giuste concentrazioni e proporzioni possono donare alla birra un gusto gradevole e dolce.
 

Oggigiorno nuove tecnologie, rendono possibile di modificare la chimica dell´acqua usata per il processo di fermentazione e distillazione direttamente. Forse un vantaggio per la qualità e l'igiene del prodotto finale, ma un peccato per colui che vorebbe gustare la storia geologica nascosta in un nobile distillato o una semplice birra.

Bibliografia:

CRIBB, S.J. (2005): Geology of Beer. In Selley, R.C.; Cocks, L.R.M. & Plimer, I.R.: Encyclopedia of Geology: Elsevier Academic Press: 78-81
CRIBB, S.J. (2005): Geology of Whisky. In Selley, R.C.; Cocks, L.R.M. & Plimer, I.R.: Encyclopedia of Geology: Elsevier Academic Press: 82-85

29 dicembre 2014

Il Marmo di Hochstegen e la Geologia Strutturale dei Tauri

"Ho il desiderio, che taluni, che proseguiranno con l´investigazione della struttura delle Alpi, possano provare una simile o più profonda gioia, che questa ricerca ha suscitato in me,…[]"
AMPFERER, O. (1924): Über die Tektonik der Alpen. Die Naturwissenschaften, Heft 47:1007-1014

La finestra dei Tauri fu per lungo tempo una delle più intriganti curiosità geologiche delle Alpi. Con le prime carte geologiche delle Alpi centrali ben presto geologi notarono una struttura simmetrica, composta da una successione di mica-scisti, scisti carbonatici con anfiboliti e un nucleo centrale composto da gneiss.
 
Il geologo austriaco Christian Leopold von Buch (1774-1853) fu uno dei primi a formulare una spiegazione per questa successione. Secondo Buch i strati (metamorfizzati poi in scisti) erano stati depositati orizzontalmente, ma poi innalzati a forma di cipolla da una intrusione magmatica (il gneiss centrale).
 
Fig.1. Carta e sezione geologica dei Pirenei, immagine ripresa dall´opera "Kosmos" (1845-1862) del naturalista Alexander von Humboldt. Humboldt era un Plutonista, cioè geologo che considerava intrusioni e movimenti magmatici i fattori più importanti nella formazione delle catene montuose - il granito centrale ha sollevato e deformato la successione stratigrafica, formando come una bolla la montagna. In modo simile il gneiss centrale avrebbe sollevato e deformato le Alpi.

Lo gneiss centrale é il nucleo della finestra dei Tauri è formato da Meta-graniti (Carbonifero-Permiano in età), intruso e inglobato in dei sedimenti paleozoici (il cosiddetto vecchio tetto). 

Una formazione caratteristica di questo tetto è il marmo di Hochstegen, composto da una transizione da marmo dolomitico a marmo carbonatico impuro, con colorazione biancastra a giallognola.
 

Fig.2. Marmo di Hochstegen

Fig.3. Contatto tra Marmo di Hochstegen e Gneiss Centrale.

L'età di questa formazione era per lungo tempo un mistero geologico e variava a secondo dell´autore tra Paleozoico a Triassico - in ogni caso la successione sedimentaria sembrava completa, cioè sul Paleozoico seguiva il Mesozoico.
 

Il marmo di Hochstegen (dalla località austriaca di Hochstegen nella valle di Ziller) è stato intensamente deformato e metamorfizzato durante una prima fase dell´orogenesi alpina, in seguito innalzato per più di trenta chilometri ed esposto dall'erosione. La tettonizzazione era cosi intensa che quasi tutte le strutture sedimentarie e fossili macroscopico furono distrutti. 

Fig.4. Marmo intensamente deformato e foliato.

Di fatti fino al 1957 esiste solo un fossile di ammonite Perisphinctes sp., molto deformato e scoperto dal geologo R. v. Klebelsberg per caso in un blocco usato per la costruzione di una strada, che suggeriva una età Giurassica. Solo più tardi furono scoperti un rostro di belemnite e una microfauna (radiolari e spicule di spugne) che confermarono questa posizione stratigrafica. Questa scoperta pose un grosso problema, secondo il modello di innalzamento magmatico i strati non dovevano essere stati deformati notevolmente (il modello ammetteva solo locali dislocamenti) e non doveva esistere una tale lacuna (l´intero Triasssico sembra mancare). A complicare l´osservazione era la successiva scoperta che i scisti monotoni del "vecchio cristallino" che racchiudono la finestra dei Tauri su tutti i lati erano databili al Paleozoico inferiore - cioè sedimenti piú giovani, del Giurassico superiore, erano a loro volta coperti da sedimenti metamorfosati più antichi, secondo il principio di successione stratigrafica formulata da Steno una impossibilità.

Fig.5. Vista verso la finestra dei Tauri (successione più giovane) dall´unità del vecchio cristallino (successione più antica).

Continua...
 

Bibliografia:

KIESSLING, W. (1992): Palaeontological and facial features of the Upper Jurassic Hochstegen Marble (Tauern Window, Eastern Alps). Terra Nova, 4: 184-197

6 giugno 2014

La Grande Guerra nelle Dolomiti

"Poiché quando, siano in tempi antichi o moderni, sono stati raggiunti tali grandi prodezze da parte di cosi pochi contro cosi tanti,...[]"
Hernando e Pedro Pizzarro, 1532
 
La conformazione di un paesaggio può influenzare notevolmente sulle strategie da adottare durante una campagna militare.
Fiumi e paludi rallentano un esercito in avanzamento e profonde gole o falesie possono fermare perfino l´avanzamento delle truppe.
Punti prominenti - come montagne o ammassi rocciosi - possono fungere da punti d´osservazione e con l' avvento della mitragliatrice e artiglieria pesante un singolo punto situato abbastanza in alto e fortificato poteva fermare una intera armata.
 
Nel 1915 la Grande Guerra raggiunse uno dei campi di combattimento più estremi dal punto geologico  - gli atolli fossili delle Dolomiti. Mai prima d'ora la guerra meccanizzata era stata combattuta in un ambiente cosi estremo - difatti a fine conflitto valanghe, freddo e frane avranno causato più vittime che le stesse operazioni di guerra. La conformazione topografica rese impossibile attacchi diretti, come si era abituati nelle pianure.

Le creste delle montagne sovrastanti le valli e i passi tra il regno d' Italia e l' impero Austro-Ungarico  erano di vitale importanza strategica, e ben presto si adottò la guerra di trincea e le montagne furono trasformate in roccaforti naturali.  Una di queste fu il massivo del  Lagazuoi (2.700m), la cui ripide parete sovrasta il passo di Falzarego (2.105m). Il passo si sviluppa nei sedimenti marnosi e facilmente erodibili della formazione di San Cassiano, mentre il Lagazuoi e formato dalla Dolomia di Cassiano, un' antica struttura di reef che progradà nei sedimenti di bacino.
 
Fig.1. Il massiccio del Lagazuoi, le trincee austriache erano situate sulla piattaforma sommitale, le postazioni italiane a circa meta parete, sopra il passo di Falzarego.

Le linee di difesa della armata austriaca erano situate sulla cresta del monte, mentre gli italiani attaccarono dal basso, riuscendo ad installarsi a meta parete sulla cinta di Martini, formata da una faglia di sovrascorrimento che spacca in due il nucleo del reef. Questa spaccatura naturale fu scavata e ampliata dagli italiani per stabilirci una linea di attacco, mentre gli austriaci cercarono di stanare gli soldati avversari con granate e bombe gettate dall' alto - ma invano, nessuna delle parti riuscì nell' intento e
 
Fig.2. Trincea austriaca sopra il precipizio della parete del Lagazuoi.

Per sbloccare la situazione di stallo tra le due armate si cerco di causare delle frane artificiali oppure di scavare delle galleria fino al di sotto delle rispettive trincee nemiche, per poi farle saltare in aria. Nel luglio 1916 gli austriaci iniziarono a scavare una galleria per raggiungere la cinta di Martini, ma gli italiani risposero con due gallerie proprie, è riuscirono ad avanzare più velocemente. In risposta gli austriaci cominciarono a scavare in direzione di queste due galleria di attacco e nel gennaio del 1917 brillarono una mina, che fece  franare le due linee scavate dagli italiani.
Gli austriaci ripresero gli scavi alla galleria principale, che era alta 1,8 - e ampia 0,8 metri, il minimo indispensabile per far passare e lavorare i minatori. I minatori riuscirono ad avanzare 0,3 a 1,7 metri al giorni, in parte con trapani meccanici e più lentamente con scalpello e martello. Il 22 maggio dell' anno 1917 la mina di 24.000 chilogrammi di esplosivo fu brillata, la risultante esplosione e frana distrusse completamente la posizione nemica.

Fig.2. La fotografia, scattata dal maggiore Karl von Raschin, cinque minuti dopo l´esplosione della mina austriaca il 22 maggio 1917 al Lagazuoi.

Fig.4. La cicatrice - alta 200 metri e ampia 136 - sul Piccolo Lagazuoi causata dall' brillamento della mina nel 1917.
 
Ancora per settimane dalla montagna sventrata materiale continuerà a  franare, portando con se i resti dei soldati caduti …

La guerra d´alta montagna combattuta nelle Dolomiti non sarà decisiva per il fato della Prima Guerra Mondiale, che termina 1918 - resta la memoria e la cicatrice sulla montagna, silenzioso monito della follia umana.
 
Bibliografia:
 
LANGES, G. (2012): Die Front in Fels und Eis - 1915-1918. Verlagsanstalt Athesia, Bozen: 232
ROSE, E.P.F. & NATHANAIL, C.P. (eds.) (2000): Geology and Warfare: Examples of the Influence of Terrain and Geologists on Military Operations. The Geological Society : 501
TROMBETTA, G.L. (2011): Facies analysis, geometry and architecture of a Carnian carbonate platform: the Settsass/Richthofen reef system (Dolomites, Southern Alps, northern Italy). Geo.Alp, Vol.8: 56-75

25 maggio 2014

Le piramidi di terra di Terento

Seguendo il Rio di Terento sul lato orografico sinistro ci s'imbatte ben presto in delle strane piramidi e colonne, spesso con un buffo capello di pietra in punta. Si tratta delle piramidi di terra di Terento, seconda località nella Val Pusteria (dopo Perca) con questi fenomeni geomorfologici. In seguito a un violento nubifragio e inondazione nel 1837, i depositi morenici dell´ultima glaciazione sono stai erosi del rio e la pioggia sta lentamente dilavando e formando le piramidi.
 
Questi depositi morenici mostrano un'interessante suddivisione - la parte inferiore e di colorazione più chiara, dato la composizione prevalentemente di origine granitica. Solo nella parte superiore s´incontrano materiali scistosi e gneiss, che danno all´ammasso di breccia una colorazione grigiastra. 

A dispetto di tipiche morene glaciali, che non mostrano nessuna suddivisione dei componenti, nelle piramidi di Terento si nota una debole stratificazione inclinata verso valle. Questa osservazione fa pensare che si tratta di fatto di materiale morenico rimaneggiato, trasportato dai pendii tramite colate di fango.

Bibliografia:

CLERICI, A. (2013): Passeggiate Geologiche in Valle Isarco. Casa Editrice A. Weger, Bressanone: 363

22 aprile 2014

La lezione ecologica dell´Isola di Pasqua

La storia dell´ecocidio - il collasso di un'intera civiltà a causa del degrado ambientale e delle risorse naturali - dell´isola di Rapa Nui, meglio conosciuta come Isola di Pasqua - è stato reso popolare dal film "Rapa Nui" (1994), varie documentazioni (tra cui molte pseudoscientifiche) e dal libro del biologo americano Jared Diamond "Collapse - How societies choose to fail or survive" (2005).

Secondo lo scenario proposto la civiltà di Rapa Nui avrebbe deforestato l´intera isola per la costruzione delle statue dei Moai. La terra spoglia ben presto fu erosa, i raccolti dei campi non erano sufficienti per sfamare una popolazione cresciuta a dismisura - guerra, carestia e collasso furono le conseguenze. Una società destinata all´estinzione, confinata su una minuscola isola nel bel mezzo dell´oceano, per la sua stessa avidità e stupiditá - il confronto con l´odierna crescita illimitata della specie Homo sapiens su un pianeta confinato e limitato, disperso nell'infinita dello spazio, viene naturale.


Ma ci sono diversi problemi con questo scenario. I siti paleontologici, con i resti delle piante, studiati sull´isola sono molto limitati, le carote di sedimenti recuperati sono incompleti e spesso la datazione è dubbia. Non è perciò chiaro quando l´isola ha perso completamente le sue foreste native. Secondo le analisi più recenti l´isola durante l´Olocene era caratterizzata da un clima umido e le foreste si estendevano su 70% della superficie dell´isola, almeno fino all´arrivo dei primi uomini verso il 300 all' 800 d.C. Sfortunatamente dopo l´800 il clima s'inaridisce è perciò non si sono depositati sedimenti di questo periodo nei pochi laghi perenni o paludi. Non è perciò ben chiaro se la popolazione veramente ha deforestato in un breve periodo l´intera isola - come postulata dall´ipotesi del collasso improvviso -  o se la siccità ha causato un lento, ma continuo, declino della foresta. 
Contro l´ipotesi della deforestazione veloce e catastrofale sta l´osservazione che non sono mai stati trovati significanti resti o strati carbonizzati, dato che molte civiltà antiche per sgomberare terra per uso agricolo usavano dei incendi controllati, sembra strano che lo stesso metodo non siá stato adottato anche sull´Isola di Pasqua. Inoltre i reperti archeologici che mostrerebbero cannibalismo (esiste inoltre anche il cannibalismo culturale in tempi pacifici) e ferite di combattimento sono pressoché nonesistenti.
 

Quando l´isola fu scoperta dagli europei nel 1722 fu descritta di fatto spoglia, ma con agricoltura più che sufficiente per sfamare la popolazione endemica. La foresta scomparsa era stata rimpiazzata da cespugli piantati e copertura dei campi con rocce laviche, che diminuivano l´erosione del suolo da parte del vento e proteggevano la terra dal sole incandescente. Gran parte dell´erosione e distruzione osservabile tutt'oggi sull´isola fu causata dal pascolo di grossi animali (capre, pecore, vacche e cavalli) introdotti dagli europei negli ultimi 150 anni.
 
Fig.1. Nel 1786 l´isola fu raggiunta da una spedizione scientifica francese (1785-1788) sotto il commando di Jean-François de La Pérouse. Le immagine realizzate degli artisti di bordo mostrano una civiltà stabile e le statue ancore  intatte, il che contradice l´ipotesi di guerre, anche con sfondo religioso, tra la popolazione indigena.
 
Dalla documentazione archeologica emerge un'immagine molto più complessa - un declino lento della vegetazione primordiale, causato da vari fattori, tra cui il clima e probabilmente aiutato anche dall´uomo - un cambiamento a cui gli abitanti di Rapa Nui riuscirono ad adattarsi all´inizio.
 

Rimane comunque un´importante lezione da imparare dalla storia dell´isola di Pasqua: anche se la perdita dell'ecosistema dell´isola non è da imputarsi esclusivamente all´uomo, un ambiente impoverito ha privato la società locale di molte possibilità future (su un´isola spoglia é difficile costruire navi e sviluppare la navigazione) - ogni civiltà, progredita o no, dipende dall´ambiente circostante e alla fine e nei propri interessi tutelarlo.

Bibliografia:

HUNT, T.L. (2007): Rethinking Easter Island’s ecological catastrophe. Journal of Archaeological Science 34: 485-502
HUNT, T.L. & LIPO, C.P. (2007): Chronology, deforestation, and “collapse:” Evidence vs. faith in Rapa Nui prehistory. Rapa Nui Journal 21(2): 85-97
HUNT, T.L. & LIPO, C.P. (2009): Revisiting Rapa Nui (Easter Island) “Ecocide”. Pacific Science 63(4): 601-616
HUNT, T. & LIPO, C. (2011): The Statues that Walked: Unraveling the Mystery of Easter Island. Counterpoint: 256
THOMSON, W.J. (1891): Te Pito Te Henua, or Easter Island. Report of the National Museum 1888-89, Smithsonian Institution, Washington: 552
RULL, V.; CANELLAS-BOLTA, N.; SAEZ, A.; GIRALT, S.; PLA, S. & MARGALEF, O. (2010): Paleoecology of Easter Island: Evidence and uncertainties. Earth-Science Reviews 99:50-60
MANN, D.; EDWARDS, J.; CHASE, J.; BECK, W.; REANIER, R.; MASS, M.; FINNEY, B. & LORET, J. (2008): Drought, vegetation change, and human history on Rapa Nui (Isla de Pascua, Easter Island). Quaternary Research 69:16-28
MIETH, A. & BORK, H.-R. (2010): Humans, climate or introduced rats – which is to blame for the woodland destruction on prehistoric Rapa Nui (Easter Island)? Journal of Archaeological Science 37: 417-426
MIETH, A. & BORK, H.-R. (2005): History, origin and extent of soil erosion on Easter Island (Rapa Nui). Catena 63: 244-260

15 marzo 2014

La geologia nelle montagne della follia

"Sono costretto a parlare perché gli uomini di scienza hanno deciso di ignorare i miei avvertimenti senza approfondirne le ragioni."

Oggigiorno Howard P. Lovecraft (morto il 15 marzo 1937) é considerato uno dei più influenti autori dell´orrore moderno - chi non conosce il Necronomicon*  - il libro dei morti inventato da Lovecraft  - anche se solo forse dalle molte citazioni nella cultura pop. 



 

A suo tempo Lovecraft pubblico i suoi racconti rivoluzionari solo in riviste specializzati in pulp e non riscontro mai grande successo (soprattutto finanziario). Le opere di Lovecraft sono particolari dato che si distanziano dalla tradizione dell´orrore gotico del 19° secolo - caratterizzato soprattutto da elementi sovrannaturali (come spiriti e case stregate)  - e introducono un elemento moderno e fantascientifico negli racconti dell´orrore. Inoltre per Lovecraft il vero orrore comincia appena alla fine della storia - se in passato le forze oscure erano state sconfitte alla fine della storia, nei racconti di Lovecraft il protagonista sopravvissuto deve realizzare che la sua mente ha subito dei danni irreparabili - e perfino che forse gli incubi ricorrenti di cui soffre non sono solo imputabili a una mente malata.

Lovecraft, che a causa di una salute precaria non termina la scuola e perciò non poté mai iscriversi all´università, nientedimeno aveva una grande passione per l´astronomia, paleontologia e geologia e spesso cita le più attuali scoperte scientifiche dei suoi tempi nelle sue storie.

Nel racconto Lovecraftiano "Alle montagne della follia" (pubblicato nel 1936) il geologo William Dyer rivela la verità sul triste destino di una spedizione dispersa nell´Antartide. Durante un sopraluogo geologico vengono scoperti strani fossili di grandi organismi sconosciuti in sedimenti datati al Precambriano - in un´era geologica che non dovrebbe contenere nessun segno di vita. Poco dopo i geologi scoprono una città in rovine, semisepolta nel ghiaccio, di inimmaginabili dimensioni...


Lovecraft prese spunto per la sua ambientazione nell´Antartide da varie spedizioni geologiche condotte tra il 1928 al 1930 dall´esploratore Richard Evelyn Byrd
Durante il sopraluogo, i geologi immaginari scoprono fossili di piante e animali - chiaramente l´Antartide non era sempre una desolata landa ghiacciata. Anche questa ipotese fantascientifica si basa su reali scoperte -  tra il 1902 al 1903 il geologo norvegese Otto Nordenskjöld aveva collezionato fossili di piante tropicali formulando la stessa conclusione.
 
Uno dei più curiose cameo di idee scientifiche nel racconto è la teoria della deriva dei continenti. In una costruzione della città sconosciuta, Dyer scopre una grande carta geologica scolpita nella rocca - ma che sorprendentemente mostra i continenti riuniti in un´unica grande massa di terra.

"Un'altra mappa mostra grandi quantità di terra emersa intorno al Polo Sud, dove è evidente che alcuni di quegli esseri tentarono di stabilire avamposti sperimentali: intanto, i centri principali venivano trasferiti nelle profondità marine circostanti. Mappe successive, che mostrano la spaccatura e infine la deriva della massa continentale (parti della quale si spostarono verso nord)confermano in modo sorprendente le teorie sulla deriva dei continenti formulate recentemente da Taylor, Wegener e Joly."

- questa carta e la misteriosa costruzione devono essere perciò vecchie di milioni di anni - molto precedente alla specie umana! 

Per Lovecraft i fossili e il tempo geologico sono fondamentali requisiti per generare la paura dell´ignoto - di qualcosa che viene da tempi cosi remoti che non è piú comparabile a nessuna forma di vita moderna... ed é ancora vivo...

Bibliografia:

LONG, J. (2003): Mountains of Madness - A Scientist's Odyssey in Antarctica. Jospeh Henry Press, Washington: 252

3 febbraio 2013

La Nascita delle Dolomiti

"De ròba vèyes
e de prúmes témpes
ay ó aldí
e vo kanté bayédes
"
Di fatti antichi
e tempi remoti
io ho conoscenza
e voglio raccontarvi
Introduzione dei Cantastóries ladinici



 
Nel luglio 1791 l´aristocratico, avventuriero e naturalista Diedonnè-Silvain-Guy-Tancrede de Gvalet de Dolomieu pubblica un breve articolo su un particolare tipo di calcaree che non reagiva con l´acido e che lui stesso aveva raccolto durante uno dei suoi viaggi nel Tirolo. Tre anni dopo il naturalista Richard Kirman descrive questo tipo di roccia come Dolomia, da cui alla fine deriva il nome dei monti pallidi - le Dolomiti.  Per lungo tempo la genesi delle dolomia e sopratutto la morfologia delle Dolomiti -  caratterizzata  da ripide cime circondati da ampie vallate - rimase un segreto insolvibile.

Antiche leggende narrano che tanto tempo fa le Dolomiti erano un regno di monti scuri ricoperti da tenebre foreste. Il giovane principe di questo regno amava andare a caccia in queste foreste, dove un giorno incontro una fanciulla di straordinaria bellezza e la pelle bianca come la neve. Fu amore a prima vista e poco dopo fu celebrato il matrimonio. Ma la ragazza ben presto fu colta da una grande tristezza e si ammalo. Il principe chiese alla sua sposa cosa fosse il motivo del suo dolore, e lei rivelò che era la figlia della luna e che quei monti scuri al di fuori del castello la deprimevano. Il principe propose che entrambi ritornassero sulla luna, ma questo era impossibile, dato che nessun terrestre potrebbe sopportare il bianco candido del paesaggio lunare senza impazzire. 


Disperato il principe ritorno nella foresta. Ben presto perse il sentiero, quando all'improvviso senti un lamento. Su una pianura vide un ometto con una lunga barba bianca. "Chi sei é perché sei tanto infelice" chiese il principe? "Io sono il re dei nani, e mi dispero per il destino del mio popolo, che é stato scacciato dalle sue terre e nessuno ci vuole accogliere, poiché queste terre sono già occupate." Il principe a sua volta racconto il suo triste destino e del suo amore impossibile. A un tratto il re dei nani esclamo "ascoltate, entrambi i nostri problemi possono essere risolti, prometteteci solo che le terre spoglie delle vostre montagne siano nostre." Il principe acconsentì, anche se incredulo.
In quella stessa notte i nani cominciarono a filare la luce candida della luna in un filo di puro argento e ad avvolgere le scure rocce con esso. Ben presto le ripidi pareti che sovrastavano le vallate luccicavano in un bianco sovrannaturale. Grande fu la gioia nel regno quando la principessa - vedendo la trasformazione del paesaggio - ritrovó la sua gioia di vivere. Da allora queste montagne furono conosciute come i Monti Pallidi.


La soluzione scientifica - ma non di meno fantastica - sarà trovata in un luogo insospettato e lontano dalle odierne  montagne.

Come l´antica dea della bellezza Venere anche le Dolomiti sono figlie dell´oceano.

Nel 1704 un certo Mr. Strachan pubblica una descrizione di una barriera corallina, basandosi su resoconti di marinai e altri naturalisti, in cui menziona la "crescita" delle rocce che la compongono. Tra il 1772 e il 1775 il naturalista di origine tedesca Georg Forster accompagna il capitano James Cook su una delle sue esplorazioni. Forster riconosce l´origine biologica della struttura corallina, costruita da coralli e alghe, e riporta che un atollo può raggiungere un incredibile spessore di 300 a 600 metri.
Quasi mezzo secolo più tardi un giovane naturalista inglese rivoluzionerà le conoscenze sulla geologia degli atolli. Charles Darwin comprende che gli organismi che costruiscono la barriere corallina necessitano la luce solare per  la loro fotosintesi (per lungo tempo i polipi verranno considerati delle piante, quando di fatto si tratta di una simbiosi di animali con alghe monocellulari). Lo spessore degli atolli può essere spiegato con il lento sprofondamento della base di origine vulcaniche, su cui si insediano i primi coralli e che colmano il spazio tra il fondale marino e la superficie del mare.

Il libro che Darwin pubblicherà nel 1842 sulla "The Structure and Distribution of Coral Reefs" influenzerà a sua volta il geologo austriaco Baron Ferdinand F. von Richthofen che nel 1860 studia la geologia delle Dolomiti. Richthofen riconosce che le vallate e le colline che circondano le vette dolomitiche si sono sviluppate nei sedimenti facilmente erodibili di antichi bacini marini. Gli ammassi dolomitici invece sono le antiche barriere coralline, che composte da dura e cementificata roccia dolomitica resistono alle intemperie e all´erosione.
 
Fig.4 "La barriera di Richthofen", resti di una barriera corallina triassica che progrediva nei bacini sedimentari - perlopiù marne e arenarie - della formazione di San Cassiano e La Valle, immagine ripresa da MOJSISOVICS 1879.

Bibliografia:

DARWIN, C. (1898): The Structure and Distribution of Coral Reefs. 3th edition, D. Appleton & Co., New York: 214
DOBBS, D. (2005) Reef Madness: Charles Darwin, Alexander Agassiz and the meaning of coral. Pantheon Books: New York
FISCHER, A.G. & GARRISON, R.E. (2009): The role of the Mediterranean region in the development of sedimentary geology: a historical overview. Sedimentology 56: 3-41

MOJSISOVIC, E.v. (1879): Die Dolomit-Riffe von Südtirol und Venetien: Beiträge zur Bildungsgeschichte der Alpen. Alfred Hölder, Vienna: 551

SCHLAGER, W. & KEIM, L. (2009): Carbonate platforms in the Dolomites area of the Southern Alps - historic perspectives on progress in sedimentology. Sedimentology 56: 191-204

25 novembre 2012

Un mondo senza storia

L'età della terra non si rivela a una prima superficiale osservazione - di fatto il filosofo Aristotele (384-322) proponeva un eterno mondo senza storia -  ma abbondanti indizi sono nascosti nelle rocce.

Uno dei primi a mettere in dubbio questo concetto di mondo immutevole fu l'anatomo e naturalista danese Nicolaus Steno (1638-1686), che introdusse il concetto di ciclo - e anche tempo - nella stratigrafia. Studiando le formazioni geologiche della Toscana, Steno dedusse che un singolo strato sedimentario si era depositato sul fondo marino. Quando il mare retrocede, l'erosione destabilizza i sedimenti finche avviene un crollo (per Steno la spiegazione di strati inclinati osservabili nella campagna toscana), nel bacino cosi formatosi affluisce il mare e si possono depositare nuovi strati. 


Fig.1. Il concetto stratigrafico di Steno, come pubblicato nel 1669 nel suo “Prodromus - la disposizione a ciclo della figura - sedimentazione - erosione -collasso - riempimento con nuovi sedimenti - non é casuale, ma voluto per esprimere il concetto di tempo dietro alla stratificazione osservabile negli affioramenti della Toscana.

Steno non specifica quanto tempo era necessario per formare tutti gli strati osservabili, ma sembra che si accontenta della cronologia biblica - che assumeva alcune migliaia di anni per l'età del mondo umano. Steno tenta una argomentazione naturalistica - cita fonti storiche e rovine di edifici antichi, che dimostrano che da almeno 4.000 anni la Toscana non era stata più invasa dal mare. Considerando che la maggior parte dei filosofi di quei tempi assumevano un´età della terra di 6.000 anni, rimaneva un lasso di tempo sufficiente per spiegare la stratificazione delle rocce sedimentarie.

Tra gli anni 1680 e 1690 il reverendo anglicano Thomas Burnet pubblica  "The Sacred theory of the earth : containing an account of the original of the earth and of all the general changes which it hath already undergone, or is to undergo, till the consumation of all things", una delle più belle opere che cercavano di riconciliare la fede nel resoconto biblico della creazione del mondo e i primi studi naturalistici di quei tempi. 

Fig.2. T. Burnet "The Sacred theory of the earth...[]".
 
L´immagine nel frontespizio riassume perfettamente il concetto della storia geologica di quei tempi: la creazione e la distruzione della terra inizia e si conclude in dio - la figura che sovrasta l´intero ciclo. La terra primordiale - il mitico giardino dell´Eden - è una sfera perfetta. La prossima immagine mostra la terra scaraventata nel caos durante il diluvio universale. Le acque impetuose spaccano la crosta terrestre, formando i continenti e le catene montuose. La terra attuale secondo Burnet era un mondo imperfetto, i ruderi del paradiso. Le ultime immagini mostrano la terra consumata durante la fine dei tempi dal giudizio universale e l´avvento di un nuovo paradiso. 

Burnet riconcilia la visione di un tempo finito e di un intervento divino con la fisica di Newton (1642-1726), che aveva scoperto le leggi che governano il moto delle stelle. Il concetto sovrannaturale di "Dio" usa ed è legato a delle leggi naturali.
 
Quasi 100 anni più tardi l´agronomo James Hutton (1726-1797) formulerà una nuova teoria della terra basandosi in parte su simili concetti come proposti da Steno, ma a dispetto dei suoi predecessori vedrà in questi il segno di un lasso di tempo praticamente incalcolabile. La terra secondo Hutton era un meccanismo perfetto che crea e distrugge rocce e sedimenti di continuo, in cicli (quasi) eterni (anche lui considera il giudizio universale come punto finale in cui si dirige il creato) simili ai cicli osservabili e soprattutto calcolabili delle stelle e i pianeti del firmamento. Cercare di comprendere questi cicli e periodo necessari per completare anche solo un singolo di essi, resta al di fuori delle possibilità della mente umana.
 
Solo dall´inizio del 19° secolo in poi naturalisti e soprattutto geologi - incitati dalla lentissima modificazione della vita animale come prevista nell'opera "L'origine delle specie" (1859) di C. Darwin - cominciarono a speculare apertamente sull'età della terra - e ben presto si aprì un abisso davanti ai loro occhi...

Fig.3. "E se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te" (da “Al di là del bene e del male“ di Friedrich W. Nietzsche, 1844 – 1900).

BIBLIOGRAFIA:

CUTLER, A.H. (2009): Nicolaus Steno and the problem of deep time. In Rosenberg, G.D. (ed.) The Revolution in Geology from the Renaissance to the Enlightenment. Geological Society of America Memoir 203: 143-148
DALL´OLIO, N. (2004): Vedere il tempo. L´interpretazione dei fossili e degli strati nella scienza tra ´600 e ´700. Monte Universitá Parma Editore: 257

12 settembre 2012

Il "Rio delle Foglie"

La gola del Bletterbach - il "Rio delle Foglie" - comune di Aldino/Radegno -  è considerato ( o almeno dovrebbe essere …) un sito fossilifero di fama globale, dato che ha restituito l´insieme più completo di orme di rettili del Permiano superiore, con 8 icnogeneri e 9 icnospecie classificati finora (di cui - tra l´altro - si parla anche in questo post).
La storia comincia nel 1946, quando il paleontologo Piero Leonardi si mette sulle tracce della flora permiana dell´Arenaria della Val Gardena, conosciuta già dal 1877. Incuriosito da un resoconto sui fossili di piante ritrovati nel Bletterbach, si mette in contatto con l´autore dell´articolo, l'ingegnere Leo Perwanger. Insieme scoprono ulteriori fossili e alcune lastre con delle impronte di rettili. Dopo alcune stagioni di scavo, nel 1951 Leonardi pubblica i risultati, e realizza l´importanza del sito. Le ricerche nel sito del Bletterbach sono stati proseguiti dal 1973 fino ai giorni nostri. 

La risalita della gola che il rio ha scavato nel fianco della montagna del Weißhorn (2316 m) offre la possibilità di attraversare l´intera successione sedimentaria del Permiano superiore (circa 250 milioni di anni). Le impronte fossili provengono da una successione di arenarie e strati di argille, depositate in una vasta piana fluviale con un clima semidesertico. Strati di gesso sono indicatori di locali o temporali  trasgressioni marine e lo sviluppo di un ambiente di playa o sabkha

Fig.1. La profonda ferita inflitta dal´erosione al Weißhorn (2316 m).

 Fig.2. La successione stratigrafica del Permiano superiore (circa 250 milioni di anni), formazione della Arenaria della Val Gardena.

 Fig.3. Strati di gesso formati in un ambiente con forte evaporazione (simili alle odierne sabkha) e superimposti da sabbie di dune eoliche.
L'ambiente fluviale era colonizzato da vegetazione sparsa, come dimostrano orizzonti pedogenetici con riconoscibili impronte di radici di piante. Resti macroscopici di piante sono rari e perlopiù frammentari, spesso recuperabili solo come patina carboniosa localizzata in singoli strati. Ma l'aspetto superficiale può ingannare, dato che la conservazione a livello microscopica è eccellente. Nelle cuticole delle piante preservate è riconoscibile la struttura del tessuto, inoltre la successione sedimentare ha restituito una ricca associazione di pollini preservati col materiale organico originale.

 Fig.4. Orizzonti pedogenetici con strutture riconoscibili, interpretate come impronte di radici di piante.

Fig.5. Gesso e materiale organico di un presunto paleosuolo.

 Fig.6. Dettaglio di frammenti vegetali.

 Una recente pubblicazione descrive ora in più dettaglio l´associazione di piante rinvenuta durante le ultime fasi di scavo (Communicato stampa del Museo di Storia Naturale di Bolzano) - 15 specie, tra cui spicca una foglia attribuita a Ginkgoales  - che se confermata, risulta il più antico reperto finora rinvenuto di questo gruppo.

BIBLIOGRAFIA:

AVANZINI, M. & WACHTLER, M. (1999): Dolomiti La storia di una scoperta. Athesia S.a.r.l. Bolzano: 150
AVANZINI, M. & TOMASINI, R. (2004): Giornate di Paleontologia 2004 Bolzano 21-23 Maggio 2004 Guida all´escursione: la gola del Bletterbach. Studi Trentini di Scienze Naturali - Acta Geologica Supplemento al v.79 (2002):1-34
LEONARDI, G. (2008): Vertebrate ichnology in Italy. Studi Trent. Sci. Nat., Acta Geol., 83 (2008): 213-221