20 maggio 2012

Il terremoto nell´Emilia

Fonte: U.S.G.S.
Questa mattina, alle 04:04 ora locale un terremoto di magnitudo 5.1-6.1 (ipocentro a soli 6-7 chilometri) ha colpito una zona situata tra le provincie di Ferrara e Modena, provocando ingenti danni, almeno 50 feriti e la morte di almeno 6 persone. Questa scossa era preceduta da un evento con magnitudo 4.0 tre ore prima. Al momento sono segnalate ancora diverse scosse di assestamento, con valori tra magnitudo 4.0 - 5.2.

Dal punto geologico il terremoto sembra essere collegato a delle strutture appenniniche (perlopiù sovrascorrimenti), sepolte sotto i sedimenti della Pianura Padana. Anche se la zona non era soggetta a forti scosse in tempi storici (un evento simile è conosciuto dal Medioevo), dal punto strutturale un tale evento era potenzialmente considerato possibile, modello confermato da ricerche sulla paleo-sismicità della regione. 

Fig.2. Carta molto semplificata della situazione tettonica della Pianura Padana con l´epicentro del terremoto del 20.05.2012.

19 maggio 2012

Gli Immortali

Dei carotaggi e sondaggi in sedimenti dell´oceano Pacifico hanno rilevato un´attività biologica finora sconosciuta ai ricercatori. Misurando la concentrazione d´ossigeno in diversi livelli nei sedimenti sul fondo marino, è stato osservato che ancora in 20-30 metri di profondità avviene un debole consumo di ossigeno, probabilmente causato dall´attività di microorganismi.  
A differenza di microorganismi delle sorgenti idrotermali o che erano già conosciuti dai fondali marini, questa nuova comunità di batteri e archei dipende ancora da ossigeno, anche se il consumo di questi organismi è 10.000 volte inferiore a quello di cellule al contatto sedimento - colonna d´acqua.
La sedimentazione in questa regione - in mare aperto e lontano da sorgenti di sedimenti come fiumi e aree costiere - é di poco meno di un millimetro in 1.000 anni. Pertanto é possibile che gli organismi osservati in 30 metri di profondità siano stati isolati per milioni di anni dal mare aperto, poiché dopo avere colonizzato il fondale sono stati lentamente inglobati dai sedimenti. 
Al momento non é chiaro se i microorganismi semplicemente si riproducono con un tasso molto lento o se il loro metabolismo é talmente basso e/oppure efficiente che possono superare un tempo d´arco cosi vasto - probabilmente migliaia e forse milioni di anni- senza input di nuove sostanze nutritive. 

Immortali ? - I ricercatori dovranno mettere alla prova il nome attribuito a questi organismi dai media….


Bibliografia:

ROY, H.; KALLMEYER, J.; ADHIKARI, R.R.; POCKALNY, R.; JORGENSEN, B.B. & D´HONDT, S. (2012): Aerobic Microbial Respiration in 86-Million-Year-Old Deep-Sea Red Clay. Science Vol. 336 No. 6083: 922-925

28 aprile 2012

Tafonomia Vulcanica

"Posteri, Posteri
Si tratta del vostro bene
Un dì è all'altro foriero di luce:
il vegnente al susseguente
State attenti
Per venti volte da che brilla nel firmamento il sole a testimonianza della storia
Arse il Vesuvio
Ai perplessi di spirito d'esterminio feral apportator perenne
Perchè in avvenire non ci colga titubanti
"
In seguito alla disastrosa eruzione del 1631, per la posterità, il viceré di Napoli ordinò che una lapida commemorativa venisse apposta a Portici. Il testo, da molti attribuito a Padre Orsi, era scritto in latino e nel 1878 fu così tradotto per incarico del comune del sacerdote Giovanni Colucci.

Nel maggio dell´anno 1902 la città di Saint-Pierre (Isola Martinique, Caraibidi) fu distrutta da un fenomeno vulcanico sconosciuto ai geologi dell´epoca. 28.000 persone uccise, solo tre testimoni superstiti, il resoconto di uno di questi - una bambina scaraventata in mare e salvata alcuni giorni dopo - offri i primi indizi di quello che era successo:

"Mi girai, e vidi l´intero fianco della montagna rivolta verso la città, aprirsi e travolgere la gente urlante. [Io stessa] fu bruciata da rocce e ceneri che erano state scaraventate in aria."

Si cerco di rintracciare i presunti flussi di lava dell´eruzione del locale vulcano di "La Pelée", ma non si scopri nessun deposito classico vulcanico - solo un caotico miscuglio di rocce e detriti. La distruzione era localizzata, su alcuni alberi si osservo perfino una linea netta tra la corteccia bruciata e quella rimasta intatta. Nelle macerie della città furono scoperti artefatti di vetro fuso, mentre tubature in rame erano rimaste intatte, da questo si dedusse che qualunque cosa fosse successo, gli oggetti erano stati esposti a una temperatura tra i 700 e 1.000°C.

Pochi mesi dopo la catastrofe due geologi - Tempest Anderson e John S. Flett - osservarono il fenomeno di persona:

"La nube aveva forma sferica ed era ricoperta da protuberanze tondeggianti che si dilatavano e si moltiplicavano con terribile energia"

Il vulcanologo francese Alfred Lacroix (1863-1948) studio per mesi questo tipo di nuvole di ceneri, frammenti di rocce e gas incandescenti e pubblico un resoconto, denominando il fenomeno  "nueé ardente" - conosciuti oggigiorno con il termine moderno di flussi piroclastici.
Fig.1. Flussi piroclastici fotografati nel Dicembre 1902 sui fianchi di La Pelée, immagini prese da Lacroux (1904) "La Montagne Pelée et ses éruptions".

La pericolosità di un'eruzione vulcanica dipende fortemente dal tipo di eruzione e la distanza a cui ci si trova. Eruzione di carattere esplosivo, causati dal contatto con il magma con la falda acquifera, oppure i flussi piroclastici, sono sicuramente tra le più pericolose. Il comportamento dei flussi piroclastici è ancora poco compresa - dopo una fase in cui i gas incandescenti tendono a salire, il raffreddamento causa un collasso della nube formatasi. La miscela di gas, ceneri e frammenti di rocce laviche segue poi la forza di gravità e discende i  rilievi topografici, coprendo con grande velocità grandi aree. La pericolosità di questi fenomeni risulta dall´elevata temperatura (700-1.000°C), l´impatto meccanico della massa in movimento, l´effetto soffocante della cenere e possibilmente gas velenosi.
Per capire meglio gli effetti mortali di un futuro flusso piroclastico, geologi hanno studiato noti disastri del passato, ricostruendo come persone, oggetti e edifici reagiscono a un tale fenomeno. Una ricerca tafonomica pubblicata da MASTROLORENZO et al. nel 2010 ha ricostruito come furono uccisi gli abitanti di Pompei dall´eruzione e i flussi piroclastici del Vesuvio - quasi 2.000 anni fa.


Fig.2. Il ritrovamento (casuale?) di resti umani a Pompei durante la visita di Giuseppe II (raffigurazione da parte di Jean-Claude Ricard de Saint-Non; 1781-1786).

Sono stati eseguiti esperimenti termici su ossa recenti, studiati i segni del calore sulla ossa recuperate a Pompei e rilevato la posizione dei scheletri delle vittimi in relazione ai depositi vulcanici. A Pompei si possono distinguere due tipi di depositi di origine vesuviana - spessi strati di ceneri e lapilli, caduti sulla città da una nube vulcanica, e sei strati centimetrici di depositi piroclastici. Nei depositi di cenere sono stati scoperti finora più di 390 scheletri, il 90% di queste persone fu uccisa dal collasso degli edifici per il peso degli depositi stessi. Nei depositi del quarto surge piroclastico vesuviano (il primo a raggiungere le mura della città) sono stati scoperti 650 vittime, il 73% apparentemente immobilizzati nel pieno atto di movimento (fenomeno descritto nella ricerca come "freezing"). Le ossa mostrano microfratture sulla superficie e una ricristallizzazione della struttura ossea all´interno. Gli stessi fenomeni sono stati osservati se si scaldavano ossa moderne a una temperatura di 300 a 600°C. L´elevata temperatura vaporizzo la carne delle vittime e le ceneri inglobarono direttamente le ossa, fissandole nel tempo. In alcuni casi, se la temperatura era minore, la vittima rimase intatta e fu inglobata completamente. Dopo che il materiale organico si era decomposto, i vuoti rimanenti oggigiorno possono essere riempiti col gesso, tecnica che ha prodotto i celebri calchi di Pompei.
Queste ricerche hanno gettato nuova luce sugli effetti devastanti di un'eruzione caratterizzata da flussi piroclastici. La morte a Pompei non é avvenuta in prima linea per soffocamento, come ipotizzato in passato, né per forze meccaniche, ma per le temperature elevate che erano mortali anche a una distanza di dieci chilometri dal Vesuvio - e da cui non esisteva scampo, neanche dentro ad un edificio.

Questi risultati sono importanti per meglio definire una mappa della pericolosità dei dintorni del Vesuvio. Una simulazione di un ipotetico impatto di un'eruzione di medie dimensioni (comparabile all´eruzione del 1631) e stata presentata di recente da vulcanologi italiani dell´ INGV.
Come in passato, il più grande pericolo risulta dai flussi piroclastici, che potrebbero scendere dal Vesuvio fina ad una distanza di sette chilometri, zona rossa abitata oggigiorno da più di 300.000 persone.




Bibliografia:

DE CAROLIS, E. & PATRICELLI, G. (2003): Vesuvio 79 d.C. la distruzione di Pompei ed Ercolano. L´ERMA di BRETSCHNEIDER: 129
GIACOMELLI, L.; PERROTTA, A.; SCANDONE, R. & SCARPATI, C. (2003): The eruption of Vesuvius of 79 AD and its impact on human environment in Pompeii Episodes. Vol. 26, No. 3
LEWIS, T.A.(ed) (1985): Volcano (Planet Earth). Time-Life Books: 176
LUONGO, G.; PERROTTA, A. & SCARPATI, C. (2003): Impact of the AD 79 explosive eruption on Pompeii, I. Relations amongst the depositional mechanisms of the pyroclastic products, the framework of the buildings and the associated destructive events. Journal of Volcanology and Geothermal Research 126: 201-223 doi:10.1016/S0377-0273(03)00146-X
LUONGO, G.; PERROTTA, A.; SCARPATI, C.; DE CAROLIS, E.; PATRICELLI, G.; CIARALLO, A. (2003): Impact of the AD 79 explosive eruption on Pompeii, II. Causes of death of the inhabitants inferred by stratigraphic analysis and areal distribution of the human casualties. Journal of Volcanology and Geothermal Research 126: 169-200 doi:10.1016/S0377-0273(03)00147-1
 
MASTROLORENZO, G.; PETRONE, P.; PAPPALARDO, L. & GUARINO, F.M. (2010): Lethal Thermal Impact at Periphery of Pyroclastic Surges: Evidences at Pompeii. PLoS ONE 5(6): e11127. doi:10.1371/journal.pone.0011127

22 aprile 2012

I terremoti nel mondo sono in aumento - parola di giornalista

I terremoti nel mondo sono in aumento - un chiaro segno che lentamente ma inesorabilmente la fine del mondo si sta avvicinando. I segni sono inequivocabili - intere orde di giornalisti non possono sbagliarsi e i social - media pubblicano queste storie nella rubrica "notizia", allora qualcosa di vero ci sarà! Ma gli ultimi dubbi sono spazzati via dall'approccio scientifico dei giornalisti, che citano numeri e … altri numeri, giacché non è mai citata esplicitamente una fonte dei supposti dati misurati. Ecco i fatti: Il numero di terremoti di magnitudo 3 è incrementata in soli dieci anni di 6 volte rispetto all' intero secolo precedente! 


Poco importa che magnitudo 3 è praticamente il limite per terremoti che possono essere percepiti dall' uomo. Visitando direttamente il sito dell'U.S.G.S. (ente menzionata nello stesso testo) questo mistero inspiegabile trova una breve risposta: il numero rilevato dei terremoti di magnitudo inferiore ai 6 è incrementata grazie a una rete più fitta di sismometri, apparecchi sempre più sensibili e una più veloce comunicazione tra enti grazie ai moderni sistemi telematici. Entrambi queste tecnologie si sono diffuse soprattutto negli ultimi venti anni. Da notare anche che il U.S.G.S dal 2009 non registra più le scosse sotto i 4.5 di magnitudo. 
Da dove i giornalisti copia-incolla allora abbiano ricevuto la "notizia" dei terremoti in aumento ? - da un post anonimo su un sito d'intrattenimento che ruba contenuti da youtube.

18 marzo 2012

I Giganti tra leggenda e realtà

Prima e anche durante il XVII secolo la scoperta di scheletri di gigante era un evento abbastanza comune. Nel gennaio del 1546, e poi nel 1564, 1580 e 1613 ossa furono dissotterrate nei pressi del castello di Chaumont (Francia) e nel 1577 delle singole ossa furono scoperte sotto un albero a Lausanne (Svizzera). Nel 1643 ossa furono dissotterrate nel Belgio. Boccacio infine descrive il ritrovamento di un scheletro di gigante alto 100 metri in Sicilia nel 1371.
Molte di queste ossa furono esposte nelle locali chiese come prova di demoni o santi, altri divennero parte dei gabinetti di curiosità o fiere ambulanti.
Le ossa ritrovate nel 1546 furono identificate come ossa del gigante Teutobocus, re dei popoli del nord, ed esposte in tutta la Francia.
Un testo pubblicitario formulato dal gesuita Jacques Tissot riporta:

"La vera storia della vita, e delle ossa del gigante Teutobocus, re dei Teutoni, Cimbri e Ambroni, sconfitto 105 anni primi di cristo. Fu sconfitto insieme alla sua armata di 100.000 uomini da Mario, consolo romano, poi fu ucciso e sotterrato nei pressi del castello conosciuto una volta come Chaumont e ora come Langon, nei pressi della città di origine romana di Daulphiné.
In questo sito la sua tomba fu scoperta, lunga trenta passi, con il nome scritto con lettere romane, le ossa in essa superavano i 25 passi, un solo dente pesava più di 11 libbre, tutti mostruosi in dimensioni e forma, come potrai vedere in città."

Simili testi descrivevano le ossa ritrovate e la gigantesca tomba, inoltre anche due placche d´argento con le iniziali del console romano!

L´esposizione delle ossa in Parigi fu un grande successo, ma comunque esistevano anche voci scettiche che chiedevano altre prove per avvalorare l´affermazione che si trattasse di ossa di gigante - soprattutto le placche d´argento. Inutile dire questa prova non è stata mai più ritrovata, inoltre le ossa recuperate cominciavano a disintegrarsi esposti all´aria e la luce.

Con l´avvento dell´anatomia comparata, proposta dal paleontologo francese Georges Cuvier (1769-1832), le misteriose ossa ben presto sono identificate come i resti di mammiferi dell´era glaciale, soprattutto proboscidati. 

 Fig.1. Varie generazioni di giganti, immagine tratta dal "Mundus subterraneus" di Athanasius Kircher (1678). Il gigante più grande é basato sulla descrizione di resti di ossa scoperti in Sicilia, da sinistra a destra seguono un uomo comune, il leggendario Golia, il gigante di Lucerna e il gigante della Mauritania.

Ma apparentemente i giganti non sono estinti - Nel 1869 uno strano fossile fu scoperto in Cardiff nello stato di New York: un uomo pietrificato alto tre metri! Anche questa scoperta ben presto fini in fiera e con 50 centesimi si poteva ammirare quello che si ritentava i resti di uno dei mitici giganti descritti dalla bibbia.
Il grande showman Phineas Taylor Barnum prese in prestito il reperto per ben tre mesi e commissiono una replica di gesso. Ben presto fu rilevata la verità, lo scopritore del gigante "originale", George Hull, aveva prodotto e sotterrato un falso per ridicolizzare le credenze bibliche di quei tempi.
Nel 1895 fu pubblicata una strana foto nella rivista "The Strand" (vedi figura a lato), che sembrava mostrare la copia irlandese del gigante di Cardiff, alta perfino più di quattro metri. Il "fossilized Irish Giant" scomparve poco dopo e non fu mai più rinvenuto - importante da notare che "The Strand" era una rivista dedicata alla fiction e storie fantastiche, non proprio una fonte da considerare troppo seriamente.

Tuttora le immagini di presunti ritrovamenti di uomini giganteschi circolano in rete e interi episodi di documentari dedicati al paranormale parlano delle prove dell´esistenza di queste creature mitiche. Nel 2008 circolo perfino un'immagine che mostrava uno scavo scientifico di uno scheletro umano, ma d'incredibili dimensioni di alcune decine di metri! Ben presto questa immagine si rivelo un falso creato al computer per un concorso dedicato alla manipolazione d´immagini - come molte altre presunte prove "inconfutabili", che vengono volentieri usati per vendere "libri" contro l´evoluzione o il "dogma scientifico" attuale (ma sopratutto per fare soldi con la stupiditá umana).

A parte che non esiste nessuna prova a riguardo dell´esistenza di giganti in preistoria, anche le leggi della biologia rendono impossibile l´esistenza di giganti nel senso classico dell´immaginario popolare (cioè con proporzioni umane ma di dimensioni molto maggiori).

Già nel 1638 Galileo Galilei realizza i principi di base della biomeccanica. Nella sua opera "Discorsi e Dimostrazioni Matematiche intorno a due nuove Scienze Attenenti alla Meccanica & i Movimenti Locali" descrive le limitazioni meccaniche a cui sono sottoposti organismi: le ossa di animali di diversa massa non sono semplice copie più grandi o più piccole, ma l´intera struttura deve essere modificata per adattarsi alle nuove esigenze.
Per sostenere gli stessi sforzi, cilindri grandi devono essere relativamente più spessi di quelli piccoli (vedi figura a lato). Questo vale anche per le ossa - un animale grande non possiede semplicemente un osso in scala maggiore, ma lo spessore aumenta molto più velocemente che la lunghezza del relativo osso. Un gigantesco gigante non avrebbe mai le stesse relazioni degli arti di un uomo con dimensioni "normali", ma arti spessi adatti a sostenere la sua massa e le forze meccaniche esercitate su di essi - sarebbe un mostro e come si sa, i mostri non esistono ;)

Bibliografia:

PROTHERO, D. (2003): Bringing Fossils To Life: An Introduction To Paleobiology. McGraw-Hill Science: 512

9 marzo 2012

La vita negli abissi

Il più grande ecosistema terrestre é anche quello meno studiato - un paragone spesso citato afferma che conosciamo meglio il lato oscuro della luna che il 54% della superficie del nostro globo - un'area che comprende piani abissali e fosse marine sotto i 3.000 metri di profondità. 
Fino a 150 anni fa si riteneva che non poteva esistere vita sotto i 200 metri, dato che la luce solare, necessaria per la fotosintesi delle piante, veniva assorbita completamente dalla colonna d´acqua. Quando furono posati i primi cavi telegrafici negli oceani alla fine del 19° secolo e durante le regolari ispezioni tecniche, fu scoperto con grande stupore che i cavi erano stati colonizzati da piccoli bivalvi. Le prime investigazioni scientifiche della vita negli abissi sono state condotte durante la spedizione della "Challenger", nave britannica che dal 1872-76 circumnavigò la terra e colleziono 240 campioni del fondale marino.
Una sensazione fu la scoperta di campi e sorgenti idrotermali nelle profondità marine nei pressi delle isole Galapagos nel 1977. I fluidi che sgorgano dalle sorgenti possono raggiungere 400°C e sono colorati neri per via dei minerali dissolti in essi. Questi composti chimici sono usati da batteri per ricavare tramite chemosintesi energia, i batteri formano a loro volta la base di una catena alimentare che comprende molluschi, policheti, artropodi e pesci. Il primo ecosistema conosciuto completamente indipendente dalla luce solare.
Un'altra rivoluzione avvenne nel 1983, quando nel golfo del Messico furono scoperte delle sorgenti di fluidi freddi (con temperature di pochi gradi sopra lo 0), composti d'idrogeno solforato, metano e idrocarburi. Anche qui si era sviluppata una comunità di organismi particolari. Successive ricerche, soprattutto negli ultimi due decenni, hanno rilevato almeno undici tipi di comunità con diverse specie di organismi, una diversità determinata apparentemente dall´isolamento geografico e forse anche dal tipo di sorgente colonizzata. 

Fig.1. Classificazione dei campi idrotermali conosciuti in undici classi, secondo una ricerca pubblicata da ROGERS et al. 2011.

Osservazioni suggerivano che campi di sorgenti, anche se vicini geograficamente, avevano in comune non più del 20% delle specie.
Una ricerca pubblicata di recente aggiunge un nuovo tassello e suggerisce che i limiti tra le diverse comunità abissali sono molto più "fluidi" di quanto finora ritenuto.
LEVIN et al. 2011 descrivono un campo di sorgente fredde (la presenza di fluidi caldi è dubbia) di metano al largo della Costa Rica, con specie conosciute da altre sorgenti fredde, ma anche specie ritenuto più tipiche di sorgenti calde. Diversi generi di batteri - Thiomicrospira, Sulphitobacter, Sulphurimonas e Arcobacter - erano conosciute solo da sorgenti idrotermali e la loro presenza è abbastanza sorprendente. La comunità macroscopica é dominata dal polichete Lamellibrachia barhami e dal genere di bivalve Bathymodiolus, entrambi specie comuni in tutti i tipi di sorgenti.
Vari generi di molluschi, come Lepetodrilus, Bathyacmaea e Fucaria, erano stati associati in passato a sorgenti idrotermali, e i generi Margarites, Neolepetopsis e Provanna a sorgenti fredde. Nel mare del Costa Rica tutti questi organismi sono stati trovati convivere nelle medesimi condizioni.
La ricerca descrive anche una nuova specie di bivalve - Bathymodiolus sp., di polichete Neovermilia sp. e una nuova possibile specie di pesce del genere Pachycara.

Fig.2. Immagini (tratta da LEVIN et al. 2012) della fauna esplorata nel campo idrotermale del Costa Rica, a) nuova specie del bivalve Bathymodiolus tra tane/tubi del polichete Lamellibrachia barhami, b) bivalvi del genere Lepetodrilus, c) bivalve Archivesica gigas e granchi del genere Munidopsis, d) il pesce Pachycara si nasconde in un "cespuglio" di policheti e) nuova specie del polichete Neovermilia e f) un branco di oloturie.

Bibliografia:

LEVIN, L.A. et al. (2012): A hydrothermal seep on the Costa Rica margin: middle ground in a continuum of reducing ecosystems. Proc. R. Soc. B. doi:10.1098/rspb.2012.0205
ROGERS, A.D. et al. (2011): The Discovery of New Deep-Sea Hydrothermal Vent Communities in the Southern Ocean and Implications for Biogeography. PLOS Biology 10(1): e1001234. doi:10.1371/journal.pbio.1001234

4 marzo 2012

La strana storia di come un vulcano estinto salvo un insetto dall´estinzione

Fig.1. La piramide di Ball
Nel 1918 la nave "S.S. Makambo", proveniente dall´Inghilterra, naufrago nei pressi dell´isola di Lord Howe - isola situata a 600 chilometri dalla costa dell´Australia nell´Oceano Pacifico. I superstiti riuscirono ad arenare la nave danneggiata sulla costa, dove fu riparata in nove giorni, ma durante questa forzata permanenza rilasciarono sull´isola un mortale invasore, che da li in poi avrebbe cambiato la sorte di molte specie endemiche dell´isola - ratti neri. I nuovi arrivati causarono l´estinzione accertata di sei specie di uccelli e una particolare specie d'insetto stecco - Dryococelus australis. Questi insetti che potevano raggiungere quindici centimetri di lunghezza erano talmente comuni che venivano usati come esche per la pesca, ma già nel 1920 fu avvistato l´ultimo esemplare vivo e poco dopo la specie fu ritenuta estinta.

44 anni più tardi un team di scalatori cerco di scalare la Piramide di Ball, situata a più di ventitré chilometri sud-est dell'Isola di Lord Howe. Il nome è appropriato: la piramide è un faraglione inaccessibile e spoglio, alto 562 metri - i resti erosi di un vulcano che si estinse sette milioni di anni fa, lasciando intatto solo il condotto vulcanico centrale.
La prima spedizione falli dopo cinque giorni, ma gli scalatori affermarono di aver scoperto un corpo senza vita, ma che sembrava relativamente recente, di un grande, sconosciuto insetto.  Altri insetti morti furono osservati durante seguenti spedizioni (la vetta della piramide fu raggiunta nel 1965), ma mai un esemplare vivo catturato.

Nel 2001 due zoologi, David Priddel e Nicholas Carlile, insieme a due assistenti decisero di indagare questi strani avvistamenti. Si concentrarono su alcune chiazze verdi nelle pareti a strapiombo, ma in un primo momento scovarono solo alcuni esemplari di grilli. Decisi a rinunciare, s'imbatterono in un singolo arbusto di Melaleuca, un genere di pianta della famiglia delle Mirtacee abbastanza comune nell´area pacifica. L´esemplare era cresciuto in una fessura della parete, circa 200 metri sopra il livello del mare, e aveva formato uno spesso strato di humus. I ricercatori notarono degli escrementi d'insetto tra il detrito vegetale ma nessun insetto era visibile. Dato che si sapeva che l´insetto stecco dell'Isola di Lord Howe era notturno, si decise di ritornare durante la notte, armati con lampade e apparecchi fotografici. Insieme a una guardia forestale locale, Dean Hiscox, Carlile ritorno sul sito, dove scopri due grandi insetti muoversi sui rami. Attente osservazioni rilevarono ulteriori ventidue esemplari di Dryococelus australis nell´ombra del singolo cespuglio - in pratica l´unica fonte di cibo nella parete rocciosa. Una scoperta sensazionale - ma si potevano prelevare degli esemplari di un organismo di cui non si sapeva quasi nulla da una cosi piccola popolazione? Dopo due anni fu deciso di raccogliere due coppie per iniziare un progetto di allevamento - ma si scopri che una frana si era staccata nella parete con il sito. Fortunatamente il cespuglio e gli insetti erano ancora li.
Dopo vari tentativi - una delle prime coppie d'insetti prelevati mori poco dopo - finalmente si riuscì a far schiudere diverse uova. Oggi la popolazione di questa specie raggiunge i centinaia di esemplari in diversi zoo e collezioni private, e forse un giorno, se l´isola di Howe potrà essere ripulita dai ratti, si cercherà di rimpatriare queste strane creature. 

Fig.2. Dryococelus australis, immagine presa da Wikipedia.

Bibliografia:

HONAN, P. (2008): Notes on the biology, captive management and conservation status of the Lord Howe Island Stick Insect (Dryococelus australis) (Phasmatodea). Journal of Insect Conservation Vol.12 (3-4): 399-413