15 marzo 2014

La geologia nelle montagne della follia

"Sono costretto a parlare perché gli uomini di scienza hanno deciso di ignorare i miei avvertimenti senza approfondirne le ragioni."

Oggigiorno Howard P. Lovecraft (morto il 15 marzo 1937) é considerato uno dei più influenti autori dell´orrore moderno - chi non conosce il Necronomicon*  - il libro dei morti inventato da Lovecraft  - anche se solo forse dalle molte citazioni nella cultura pop. 



 

A suo tempo Lovecraft pubblico i suoi racconti rivoluzionari solo in riviste specializzati in pulp e non riscontro mai grande successo (soprattutto finanziario). Le opere di Lovecraft sono particolari dato che si distanziano dalla tradizione dell´orrore gotico del 19° secolo - caratterizzato soprattutto da elementi sovrannaturali (come spiriti e case stregate)  - e introducono un elemento moderno e fantascientifico negli racconti dell´orrore. Inoltre per Lovecraft il vero orrore comincia appena alla fine della storia - se in passato le forze oscure erano state sconfitte alla fine della storia, nei racconti di Lovecraft il protagonista sopravvissuto deve realizzare che la sua mente ha subito dei danni irreparabili - e perfino che forse gli incubi ricorrenti di cui soffre non sono solo imputabili a una mente malata.

Lovecraft, che a causa di una salute precaria non termina la scuola e perciò non poté mai iscriversi all´università, nientedimeno aveva una grande passione per l´astronomia, paleontologia e geologia e spesso cita le più attuali scoperte scientifiche dei suoi tempi nelle sue storie.

Nel racconto Lovecraftiano "Alle montagne della follia" (pubblicato nel 1936) il geologo William Dyer rivela la verità sul triste destino di una spedizione dispersa nell´Antartide. Durante un sopraluogo geologico vengono scoperti strani fossili di grandi organismi sconosciuti in sedimenti datati al Precambriano - in un´era geologica che non dovrebbe contenere nessun segno di vita. Poco dopo i geologi scoprono una città in rovine, semisepolta nel ghiaccio, di inimmaginabili dimensioni...


Lovecraft prese spunto per la sua ambientazione nell´Antartide da varie spedizioni geologiche condotte tra il 1928 al 1930 dall´esploratore Richard Evelyn Byrd. 
Durante il sopraluogo, i geologi immaginari scoprono fossili di piante e animali - chiaramente l´Antartide non era sempre una desolata landa ghiacciata. Anche questa ipotese fantascientifica si basa su reali scoperte -  tra il 1902 al 1903 il geologo norvegese Otto Nordenskjöld aveva collezionato fossili di piante tropicali formulando la stessa conclusione.
 
Uno dei più curiose cameo di idee scientifiche nel racconto è la teoria della deriva dei continenti. In una costruzione della città sconosciuta, Dyer scopre una grande carta geologica scolpita nella rocca - ma che sorprendentemente mostra i continenti riuniti in un´unica grande massa di terra.

"Un'altra mappa mostra grandi quantità di terra emersa intorno al Polo Sud, dove è evidente che alcuni di quegli esseri tentarono di stabilire avamposti sperimentali: intanto, i centri principali venivano trasferiti nelle profondità marine circostanti. Mappe successive, che mostrano la spaccatura e infine la deriva della massa continentale (parti della quale si spostarono verso nord)confermano in modo sorprendente le teorie sulla deriva dei continenti formulate recentemente da Taylor, Wegener e Joly."

- questa carta e la misteriosa costruzione devono essere perciò vecchie di milioni di anni - molto precedente alla specie umana! 

Per Lovecraft i fossili e il tempo geologico sono fondamentali requisiti per generare la paura dell´ignoto - di qualcosa che viene da tempi cosi remoti che non è piú comparabile a nessuna forma di vita moderna... ed é ancora vivo...

Bibliografia:

LONG, J. (2003): Mountains of Madness - A Scientist's Odyssey in Antarctica. Jospeh Henry Press, Washington: 252

15 febbraio 2014

Pompeii - Una recensione geologica : Vesuvius Mons - Il vero protagonista

Nelle sale cinematografiche sta per uscire un colossal  collocato nell´antica città di Pompei - uno dei protagonisti più noti della trama sarà sicuramente il Vesuvio. Vorrei cercare di postare nelle prossime settimane una sorta di "recensione geologica" del film, al momento (poiché la pellicola uscirà appena a fine febbraio) basandomi perlopiù solo sui trailer e immagini disponibili in rete.
 

La locandina dramatica di "Pompeii" mostra il vulcano come una massiccia e tetra montagna con un cratere centrale ben visibile in piena eruzione nel 79 d.C. - e ci si può chiedere, i produttori hanno azzeccato questo dettaglio?

Fig.2. Un´immagine migliore del Vesuvio come ricostruito nel nuovo film "Pompeii", presa dall´attuale trailer.

Il profilo del Vesuvio che sovrasta la città e l´intero golfo di Napoli oggigiorno é uno scenario riconosciutissimo- ma come si presentava il Vesuvius Mons, nome datogli dagli antichi, 2.000 anni da, ai tempi in cui sarebbe ambientato il film.
 
L´aspetto originario del vulcano Vesuvio e l´area circostante sono stati - e ancora sono- oggetto di un acceso dibattito. Le possibili fonti per ricostruire il paesaggio prima dell´eruzione includono descrizioni letterarie, possibili raffigurazioni d´epoca, studi archeologici e geologici.
 
Autori romani che ci hanno tramandato una descrizione del Vesuvio includono Strabone (60 a.C.-23 d.C.), Vitruvio (80 a.C.-15a.C.) e Diodoro Siculo (90 a.C.-27 a.C.). Strabone descrive nella sua opera Geographia l´aspetto delle rocce "bruciate" e compare il Vesuvio con l´Etna, vulcano già attivo in tempi antichi. Diodoro  e anche Vitruvio giungono alle stesse deduzioni:
 
"Si narra parimenti, essersi anticamente acceso il fuoco sotto il Vesuvio, e bollendo essersi versato inondando le vicine campagne: onde quella pietra che si chiama ora spugna, o sia pomice Pompeiana, pare che sia stata un´altra sorta di pietra ridotta poi dal fuoco a questa qualità."

L´origine vulcanica del Vesuvio perciò era conosciuta ai romani - o almeno ai naturalisti dell´epoca - ma probabilmente il Vesuvio non era ritenuto un pericolo imminente - Plinio il Vecchio (23 a.C. - 79 d.C.) che possedeva una villa nei pressi del golfo di Napoli e che perirà nell´eruzione, non lo menziona neanche nelle sue opere. 

Anche nelle pitture ritrovate a Pompei non spicca nessuna montagna in particolare, i paesaggi raffigurati sono perlopiù di carattere molto generalizzato - ad eccetto di un affresco ritrovato tra il 1879 e il 1881 nella Casa del Centenario. Il cosiddetto "Bacco e il Vesuvio" mostra una montagna monocipite, coperta da vigneti. In effetti, i suoli di origine vulcanica sono molto fertili e i pendii soleggiati del Vesuvio ideali per i vigneti - l´idea è perciò che l´artista abbia voluto rappresentare il dio dei piaceri e del vino con tanto di vigneti vesuviani. Comunque questa interpretazione è ipotetica.
 
Fig.3. Bacco e una presunta raffigurazione del Vesuvio, affresco rinvenuto a Pompei, fonte immagine.
 

Strabone descrive i pendii vesuviani coperti da vigneti e boschi, ma menziona anche una sommità o un duomo vulcanico (?) senza vegetazione, dettaglio non presente nell´affresco.
 
"Sovrasta questi centri il monte Vesuvio, coperto tutto intorno, tranne la cima, da estesi campi coltivati. La cima è per gran parte piatta, ma completamente sterile; dall´aspetto color cenere, mostra avvallamenti profondi come crepacci, le cui rocce rossastre pare siano state corrose dal tempo."

È curioso notare che altre descrizioni del Vesuvio le dobbiamo alla ribellione di Spartaco del 73 a.C. I ribelli si rifugiarono sulla cima, area incustodita dalle armate romane per l´asperità del terreno, per poi attaccare all´improvviso, sfruttando la densa selva delle pendici. Lo storico Frontino (30-103 d.C.) racconta:
 
"Lo stesso Spartaco, intrecciando corde con i rami delle viti silvestri, scese dalla sommità del Vesuvio quella parte del monte apparentemente inaccessibile e perciò incustodita…"

Un altro disegno rinvenuto tra le rovine sembra avvalorare la descrizione di questi cronisti. Nello sfondo di un affresco della Casa del Citarista, rinvenuto tra il 1853 e il 1868, und coppia (identificata come Enea e Didone o anche Marte e Venere) si sta rilassando all´ombra di una montagna con una sommità piatta.
 
Dione Cassio, uno storico vissuto tra il 155 e il 235 offre una dettagliata descrizione che - purtroppo non é chiaro - potrebbe riferirsi al Vesuvio anche come appariva dopo l´eruzione del 79 d.C.
 
"… il Monte Vesuvio prospetta il mare dalla parte di Napoli e racchiude fonti copiosissime di fuoco; e questo altre volte la sommità aveva da qualunque lato eguale cosicché nel centro trovasi il fuoco… Dal ché avviene che non abbracciando il fuoco giammai le parti esteriori e solo quelle che trovansi nel mezzo consumato dal fuoco essendo e in cenere ridotte, le cime che sono all´intorno conservino fino a quest´ora l´antica loro altezza; ma la parte infiammiate, col lasso del tempo consunta, sia fatta concava per via del sedimento; cosicché tutto il monte … abbia la forma di un anfiteatro. Le parti elevate di quel monte vestite sono di molti alberi e viti…"

Dalle descrizioni emerge ora un complesso vulcanico con una sorta di altopiano, delimitato dal bordo di una caldera (cioè una forma di collasso dell´apparato vulcanico e che difatti ricorda la forma di anfiteatro) preistorica ma possibilmente senza un cono centrale.
 

Anche dati geologici suggeriscono che il Vesuvio appariva più piatto ai tempi di Pompei. La distribuzione su vasta area di materiale di origine vulcanica, le cosiddette "Pomici di Avellino", suggerisce che il Vesuvio perse molto massa e altezza durante una disastrosa eruzione esplosiva tra il 1880 e il 1680 a.C.  

La singola e appuntita sommità nel vulcano cinematografico e perciò errata e il cratere visibile  di gran lunga esagerato.

Il cratere secondario formatosi durante l´eruzione del 79 d.C. fu distrutto probabilmente da un´eruzione nel 472 d.C. - seguita a sua volta nei prossimi secoli da altre 9 eruzioni. 


Dal 1631 in poi le raffigurazioni più dettagliate di cui disponiamo ci mostrano un Vesuvio caratterizzato dai bordi di una caldera fossile, in cui cresce una nuova cima (il Gran Cono) con un cratere attivo - aspetto che la montagna ha mantenuto negli ultimi secoli.
 
Fig.4. Incisione eseguita da un artista dell´epoca, che rappresenta il Vesuvio prima dell´eruzione avvenuta del 1631. Un cono centrale con tanto di cratere é circondato da un´"anfiteatro" - i resti di un cratere o una caldera di una eruzione esplosiva molto precedente all´immagine.
 
Bibliografia:
 
DE CAROLIS, E. & PATRICELLI, G. (2003): Vesuvio 79 d.C. la distruzione di Pompei ed Ercolano. L´ERMA di BRETSCHNEIDER: 129

6 dicembre 2013

Il Mondo Perduto

Sir Arthur Conan Doyle, noto come padre dell´immaginario investigatore "Sherlock Holmes", nutriva una grande passione per fenomeni sovrannaturali e mostri preistorici - e nei suoi racconti ne fa ampio uso. Nella sua opera "Il mondo perduto", scritta appena in un anno e pubblicata nel 1912, introdusse l´idea di un mondo remoto ancora popolato da creature estinte nel resto del mondo nella cultura popolare.  

Sembra che Doyle fu ispirato a scrivere questo romanzo da un incontro avvenuto nel Mare Egeo cinque anni prima. Doyle scrive nella sua autobiografia del 1923:
 
"Mi è rimasto impresso [...] un curioso incidente del nostro viaggio. Stavamo passando Egina in una bella giornata con il mare calmo. Il capitano, un cortese italiano, ci aveva permesso di salire sul ponte e noi, mia moglie e io, stavamo guardando in basso verso le trasparenti profondità, quando vedemmo una creatura che non era mai stata, per quanto ne sapessi, descritta dalla scienza. Somigliava esattamente a un giovane ittiosauro, lungo circa 120 cm, con coda e collo sottili e quattro notevoli pinne laterali. La nave lo superò prima che potessimo chiamare qualunque altro osservatore. [...] l'Ammiraglio Anstruther qualche anno più tardi, ha descritto e disegnato sull'Evening News una creatura esattamente simile che aveva visto sott'acqua a largo della costa Irlandese. Questo vecchio mondo ha ancora in serbo delle sorprese per noi." (traduzione presa dal sito criptozoo)

A parte il presunto incontro con un mostro marino, sembra più verosimilmente che Doyle prese spunto per le avventure dei suoi protagonisti dal famoso romanzo di Jules Verne "Viaggio al Centro della Terra" (pubblicato nel 1874) e i resoconti di avventurieri del 19° secolo, tra cui una delle prime spedizioni che riuscì a raggiungere il Monte Roraima, al confine del Venezuela e Brasile, tra il 1838 e il 1844. Leggende locali affermavano che sulla vetta di questa montagna isolata vivevano strane creature, simili a scimmie e a grandi serpenti. 

Fig.1. Frontespizio di "Viaggio al centro della terra" (in un'edizione del 1867). L´immagine di Edouard Riou mostra una feroce battaglia tra pterodattili, un plesiosauro e un mosasauro - fu proprio Verne a introdurre questi animali preistorici nella cultura popolare.
  
Sta di fatto che Doyle colloca il suo immaginario mondo perduto nel Sudamerica. Il mondo perduto ispirerà a sua volta uno dei primi film con protagonisti i dinosauri.



Curioso da notare che nel romanzo i dinosauri non giocano un ruolo fondamentale come nei film successivi  - tra i dinosauri figurano solamente Iguanodon, Stegosaurus e Megalosaurus.  I rettili marini sono ripresi in parte da Verne - ma Plesiosaurus e Ichthyosaurus sono appena accennati. Gli avventurieri incontrano inoltre alcuni mammiferi del Cenozoico, uomini primitivi e un uccello gigante del genere Phorusrhacos. Ma i veri protagonisti, con più di  31 menzioni nel libro, sono i rettili volanti come i pterodattili. 

Conan Doyle si baso sulle più recenti scoperte scientifiche disponibili a quei tempi, prese parte a diverse conferenze  con tematiche geografiche e paleontologiche e consulto diverse pubblicazioni popolare sugli animali estinti - cita perfino un autore specifico nel suo racconto:
 

"Questa è un'eccellente monografia di un mio amico di talento, Ray Lankester! - disse -. C'è un'illustrazione qui che le potrà interessare. Ah sì, eccola! La didascalia suona: "Aspetto probabile del dinosauro stegosauro del Giurassico, da vivo."
 

Ray Lankester (1847-1929) era un paleontologo e divulgatore britannico che nel 1905 pubblico il libro "Extinct Animals".

L´idea originale di Doyle - una terra talmente isolata che perfino il tempo l´ha dimenticata (al tempo di Doyle l´evoluzione era vista come un processo con un fine ben preciso - l´uomo vittoriano. Pertanto se non passava tempo anche l´evoluzione si poteva fermare a uno stato più primitivo) - sarà ripresa da molti autori e produttori di film successivi. Film come "King Kong" (1933)*, "Unknown Island" (1984), "The Land Unknown" (1957), "The valley of Gwangi" (1969), "Land that Time forgot" (1975) e "The last Dinosaur" (1977). 
*Le spudorate copie di King Kong potrebbero essere trattate come un proprio genere di film, esempio é "The Mighty Gorga", una schifezza prodotta nel 1969...



Un grande vantaggio di questi mondi é la possibilità di introdurre praticamente ogni creature preistorica conosciuta - e non solo - in alcuni versioni ci sono perfino gli alieni! In "Planet Of The Dinosaurs" of 1978 oppure "On a comet" (1970) i mondi perduti si trovano su dei corpi celesti, nella produzione del 1962 conosciuta come  "Planeta Bur" (ma anche come "Storm Planet", "Voyage to the Prehistoric Planet" e "Voyage to the Planet of Prehistoric Women"!) una spedizione russa scopre dinosauri su Venere!
 
Bibliografia:
 
DALLA VECCHIA, F.M. & MARRA, A.C. (2006): Dinosauri di celluloide: una filmografia ragionata. PaleoItalia 15 Novembre 2006: 16-23
DEBUS, A. A. (2002): Dinosaurs in fantastic fiction: a thematic survey. Mac Farland & Company: 220
MARTILL, D.M. & POINTON, T. (2013): Dr Arthur Conan Doyle´s contribution to the popularity of pterodactyls. Geological Society Special Publications 375
TRUBY, J. (2010): Horror, Fantasy and Science Fiction. Truby's Video & Audio Classes 2010

17 novembre 2013

In principio fu Charles Lyell

"Il più grande merito dei Principi è che cambia l´intero pensiero , cosicché anche se ci si imbatte in una cosa non esaminata da Lyell, e come se lo si vedesse attraverso i suoi occhi."
Charles Darwin

Charles Lyell nacque nei pressi del paese scozzese di Forfarshire il 14 novembre 1797. Figlio di una famiglia benestante, Lyell avrebbe potuto scegliere una promettente - e probabilmente molto tranquilla - carriera da avvocato. Studio per primo matematica, arti classiche e giurisprudenza, ma dopo che aveva assistito a una lezione del naturalista William Buckland all´Università di Oxford nacque il suo interesse per la geologia. Dal 1827 in poi si dedico completamente a questa - a quei tempi - giovane ed entusiasmante disciplina, visitando in lungo e in largo affioramenti geologici nell´Europa, a cui seguirono più tardi alcuni viaggi negli Stati Uniti.

Fig.1. Litografia di Charles Lyell realizzata nel 1840 durante uno dei suoi viaggi negli Stati Uniti.
 

Nel periodo che va dal 1830 al 1833 pubblicò i risultati delle sue ricerche nel opera storica "Principles of Geology", in cui applicò e sviluppò ulteriormente  la teoria dell´Uniformitarismo. I principi base di questa teoria erano stati concepiti alcuni anni prima da James Hutton. Non catastrofi e cambiamenti rapidi scolpirono le forme della terra, ma lenti processi di deposizione ed erosione, osservabili anche nei tempi moderni (da cui anche il nome "Attualismo").

Fig.2. Il frontispizio del libro "Elements of Geology" di Lyell pubblicato nel 1838 - si trattava di un'opera intesa per un pubblico generale in cui Lyell proponeva le sue teorie già introdotte nella communita scientifica tramite il suo "Principles...". Questa figura rappresenta il ciclo delle rocce. Rocce magmatiche e metamorfiche si formano in profondità e sono erose da processi atmosferici in superficie. Le rocce sedimentarie si depositano nei bacini oceanici  tra le singole "elevazioni e montagne vulcaniche". Il diagramma implica anche, mostrando in sezione i strati della crosta terrestre, che questi  processi che formano oggigiorno le rocce dovevano essere  attivi anche in un remoto passato.

Nella seconda edizione della sua opera si occupo delle genesi delle rocce e  introdusse l´idea che da rocce sedimentarie tramite alte temperature, date dal contatto con rocce magmatiche, si potevano formare rocce metamorfiche. Nella terza edizione si occupo di paleontologia e stratigrafia e della storia naturale dell´uomo.
Fu proprio una copia dell´opera di Lyell a bordo del brigantino "Beagle" a dare ad un´giovane e sconosciuto naturalista di nome  C. Darwin un idea degli abissi del tempo che la terra  é la vita avevano attraversati nel passato.
 
Bibliografia:
 
RUDWICK, M.J.S. (1998): Lyell and the Principles of Geology. In: BLUNDELL, D.J. & SCOTT, A.C. (eds) "Lyell: the Past is the Key to the Present". Geological Society, London, Special Publications, 143: 3-15

3 novembre 2013

Il mistero del Granito

Uno dei più grandi misteri per i geologi del 19° secolo era la genesi delle rocce magmatiche. Il termine deriva da "magma" (che tradotto significa molle, deformabile) e fu usato in geologia per la prima volta nel 1794 dal naturalista francese Dolomieu, anche se lui lo usava per descrivere processi idrotermali. Oggigiorno magma è il termine per indicare prodotti che si generano dalla fusione di una roccia.
 
I primi geologi assumevano una netta stratificazione dell´interno terrestre - se i diversi strati di rocce fondevano si generavano diversi tipi di magma, che poi si ricristallizzavano di nuovo in diversi tipi di rocce. Di fatto rocce come il granito erano considerate le rocce più basali, depositatosi in un oceano primitivo quando le materie prime della terra si condensarono dal caos primordiale:

"tutte le osservazioni accordano, per quanto siano state fatte di recente, che il granito è la roccia di base di ogni montagna su questa terra, che tutti i restanti ammassi rocciosi si ritrovano su di esso o sui suoi lati, esso stesso in contrasto non copre più nulla, e se cosi non compone l'intero globo, nientedimeno compone la più basale crosta terrestre a noi accessibile."
Johann Wolfgang Goethe (1749-1832)

Nel 1820 il naturalista Conte Giuseppe Marzari-Pencati (1779-1836) pubblico le sue osservazioni delle relazioni geologiche nella Val di Fassa. Nel sito di Canzoccoli un granito sembrava inglobare una roccia calcarea a grana fine - secondo i modelli geologici dell´epoca questo era impossibile, il granito doveva essere la roccia più antica e trovarsi per questo sotto la roccia calcarea. 

Fig.1. Il sito di Canzoccoli visto dal paese di Predazzo...
Fig.2. ... e in una interpretazione dei rapporti litologici da parte di un geologo (1846).

Pencati, che aveva visitato i vulcani del Sud Italia, dedusse che il granito un tempo fu un fluido "iniettato" nella roccia calcarea - che pertanto era più antica della roccia magmatica e questa ultima si formava tramite cristallizzazione dal magma.

Fig.3. Filoni magmatici di colore scuro (e composizione basaltica) intrudono rocce calcarea di un barriera corallina fossile, affioramento sul sentiero geologico del Dos Capél.
 
L´idea che rocce si formano tramite cristallizzazione da materiale fuso non era del tutto nuova. Nel 1788 l´agronomo e naturalista scozzese James Hutton aveva formulato un´ipotesi secondo cui la terra é simile a una grande fornace e rocce fuse salgono in superficie dove alimentano vulcani e il magma raffreddandosi forma nuove rocce. Il geologo Charles Lyell incorpora questa ipotesi nella sua opera "Principles of Geology" (pubblicata nel 1830-33), tramite cui si diffonderà tra i geologi dell´epoca.

Ma questa scoperta significava anche che la presunta stratificazione della terra probabilmente non esisteva e che l´interno della terra era molto più omogeno di come immaginata dai primi geologi. Questo pose un grave problema, come da una roccia omogenea si possono generare diversi magmi e diverse rocce magmatiche (dal classico granito chiaro al scuro basalto). La genesi del magma era più complicata del previsto…

Fig.4. Nel 1968 furono scoperte alcuni schizzi non pubblicate di John Clerk, un artista commissionato da J. Hutton per disegnare gli affioramenti visitati e  studiati - si intravede una sequenza deformata di roccia calcarea, arenarie e marne, sul lato sinistro si intravede una intrusione magmatica omogena e che taglia i strati in modo discordante.

Bibliografia:

AVANZINI, M. & WACHTLER, M. (1999): Dolomiti La storia di una scoperta. Athesia - Bolzano: 150
DELLANTONIO, E. (1996): Geologia delle Valli di Fiemme e Fassa. Museo Civico Geologia e Etnografia - Predazzo: 72
LOOK, E.-R. & FELDMANN, L. (Hrsg.)(2006): Faszination Geologie - Die bedeutendsten Geotope Deutschlands. E. Schweizerbart´sche Verlagsbuchhandlung, Stuttgart: 179
WAGENBRETH, O.(1999): Geschichte der Geologie Deutschland. Georg Thieme Verlag: 264

15 febbraio 2013

Meteoriti – Le rocce cadute dal cielo

La rete sta impazzendo per i video che mostrano un bolide che penetrando nell´atmosfera terrestre si è probabilmente (quasi) completamente disintegrato (ci sono rumori, che alcuni crateri d´impatto sono stati localizzati nei pressi della città di Chebarkul) nei cieli della Russia a un´altezza di 35 chilometri.

Il primo video mostra la scia di luce del bolide, il secondo - ancora piú impressionante - i danni provocati dal tuono supersonico. Le esplosioni di vetrate hanno causato la maggior parte dei feriti - numeri riportati variano da 500 a 900 persone.



Nel Novembre dell´anno 1492 un simile fenomeno fu osservato nei cieli sopra la piccola città di Ensisheim (al tempo parte del regno austriaco, oggi Francia). Un "terribile tuono seguito da un lungo rombo" é una roccia cade dal cielo, formando un cratere della profondità "di un uomo meta altezza". La strana roccia fu portata in città e depositata in chiesa - una precauzione per limitare i possibili effetti maligni di questo evento, giacché meteore furono per lungo tempo ritenute - se non direttamente responsabili - segni premonitori di guerra, pestilenza e fame.
Per secoli l´origine dei meteoriti rimane un mistero scientifico, anche se durante e soprattutto dopo il periodo rinascimentale due spiegazioni prevalgono: Le rocce meteoriche sono formate dalla condensazione dell´aria o gas dispersi nell´atmosfera, oppure - in alternativa - rocce scaraventate prima in cielo da violente eruzioni vulcaniche.
Può sembrare strano oggigiorno che l´origine extraterrestre è stata considerata inverosimile, ma la negazione di questa possibilitá si basava sull´osservazione che gli spazi interplanetari erano (o meglio sembravano) privi di materia, ipotesi supportata e promossa ancora dal grande Sir Isaac Newton (1642-1727). Storie e racconti di rocce cadute dal cielo furono ritenute perlopiù frutto della fantasia e ignoranza dei testimoni.

Nel 1794 il dottore in medicina, avvocato e appassionato naturalista tedesco Ernst Friedrich Chladni (1756-1827) pubblica i risultati della sua ricerca sotto il titolo "Über den Ursprung der von Pallas gefundenen und anderer ihr ähnlicher Eisenmassen, und über einige damit in Verbindung stehende Naturerscheinungen - Sulla origine delle masse di metallo scoperte da Pallas* e alcuni fenomeni naturali connesse a loro" Chladni raccolse talmente tante testimonianze di rocce cadute dal cielo che era difficile negarle tutte. Inoltre poté dimostrare tramite analisi chimiche e petrografiche che queste strane rocce possedevano alcuni caratteri non riconosciute in rocce di origine terrestre - "Eliminato l'impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità" da"Il segno dei quattro" di Sir Arthur Conan Doyle.

*Peter Simon Pallas (1741-1811) fu un botanico di origine tedesca che compi varie spedizioni in Russia, dove raccolse anche delle rocce di origine extraterrestre.

Bibliografia:

BÜHLER, R.W. (1992): Meteorite - Urmaterie aus dem interplanetaren Raum. Weltbild Verlag:, Augsburg: 192

3 febbraio 2013

La Nascita delle Dolomiti

"De ròba vèyes
e de prúmes témpes
ay ó aldí
e vo kanté bayédes
"
Di fatti antichi
e tempi remoti
io ho conoscenza
e voglio raccontarvi
Introduzione dei Cantastóries ladinici



 
Nel luglio 1791 l´aristocratico, avventuriero e naturalista Diedonnè-Silvain-Guy-Tancrede de Gvalet de Dolomieu pubblica un breve articolo su un particolare tipo di calcaree che non reagiva con l´acido e che lui stesso aveva raccolto durante uno dei suoi viaggi nel Tirolo. Tre anni dopo il naturalista Richard Kirman descrive questo tipo di roccia come Dolomia, da cui alla fine deriva il nome dei monti pallidi - le Dolomiti.  Per lungo tempo la genesi delle dolomia e sopratutto la morfologia delle Dolomiti -  caratterizzata  da ripide cime circondati da ampie vallate - rimase un segreto insolvibile.

Antiche leggende narrano che tanto tempo fa le Dolomiti erano un regno di monti scuri ricoperti da tenebre foreste. Il giovane principe di questo regno amava andare a caccia in queste foreste, dove un giorno incontro una fanciulla di straordinaria bellezza e la pelle bianca come la neve. Fu amore a prima vista e poco dopo fu celebrato il matrimonio. Ma la ragazza ben presto fu colta da una grande tristezza e si ammalo. Il principe chiese alla sua sposa cosa fosse il motivo del suo dolore, e lei rivelò che era la figlia della luna e che quei monti scuri al di fuori del castello la deprimevano. Il principe propose che entrambi ritornassero sulla luna, ma questo era impossibile, dato che nessun terrestre potrebbe sopportare il bianco candido del paesaggio lunare senza impazzire. 


Disperato il principe ritorno nella foresta. Ben presto perse il sentiero, quando all'improvviso senti un lamento. Su una pianura vide un ometto con una lunga barba bianca. "Chi sei é perché sei tanto infelice" chiese il principe? "Io sono il re dei nani, e mi dispero per il destino del mio popolo, che é stato scacciato dalle sue terre e nessuno ci vuole accogliere, poiché queste terre sono già occupate." Il principe a sua volta racconto il suo triste destino e del suo amore impossibile. A un tratto il re dei nani esclamo "ascoltate, entrambi i nostri problemi possono essere risolti, prometteteci solo che le terre spoglie delle vostre montagne siano nostre." Il principe acconsentì, anche se incredulo.
In quella stessa notte i nani cominciarono a filare la luce candida della luna in un filo di puro argento e ad avvolgere le scure rocce con esso. Ben presto le ripidi pareti che sovrastavano le vallate luccicavano in un bianco sovrannaturale. Grande fu la gioia nel regno quando la principessa - vedendo la trasformazione del paesaggio - ritrovó la sua gioia di vivere. Da allora queste montagne furono conosciute come i Monti Pallidi.


La soluzione scientifica - ma non di meno fantastica - sarà trovata in un luogo insospettato e lontano dalle odierne  montagne.

Come l´antica dea della bellezza Venere anche le Dolomiti sono figlie dell´oceano.

Nel 1704 un certo Mr. Strachan pubblica una descrizione di una barriera corallina, basandosi su resoconti di marinai e altri naturalisti, in cui menziona la "crescita" delle rocce che la compongono. Tra il 1772 e il 1775 il naturalista di origine tedesca Georg Forster accompagna il capitano James Cook su una delle sue esplorazioni. Forster riconosce l´origine biologica della struttura corallina, costruita da coralli e alghe, e riporta che un atollo può raggiungere un incredibile spessore di 300 a 600 metri.
Quasi mezzo secolo più tardi un giovane naturalista inglese rivoluzionerà le conoscenze sulla geologia degli atolli. Charles Darwin comprende che gli organismi che costruiscono la barriere corallina necessitano la luce solare per  la loro fotosintesi (per lungo tempo i polipi verranno considerati delle piante, quando di fatto si tratta di una simbiosi di animali con alghe monocellulari). Lo spessore degli atolli può essere spiegato con il lento sprofondamento della base di origine vulcaniche, su cui si insediano i primi coralli e che colmano il spazio tra il fondale marino e la superficie del mare.

Il libro che Darwin pubblicherà nel 1842 sulla "The Structure and Distribution of Coral Reefs" influenzerà a sua volta il geologo austriaco Baron Ferdinand F. von Richthofen che nel 1860 studia la geologia delle Dolomiti. Richthofen riconosce che le vallate e le colline che circondano le vette dolomitiche si sono sviluppate nei sedimenti facilmente erodibili di antichi bacini marini. Gli ammassi dolomitici invece sono le antiche barriere coralline, che composte da dura e cementificata roccia dolomitica resistono alle intemperie e all´erosione.
 
Fig.4 "La barriera di Richthofen", resti di una barriera corallina triassica che progrediva nei bacini sedimentari - perlopiù marne e arenarie - della formazione di San Cassiano e La Valle, immagine ripresa da MOJSISOVICS 1879.

Bibliografia:

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