2 giugno 2014

Alla Ricerca del Serpente marino

Nel corso del 19° secolo nessun altro presunto criptide raggiunse tale fama quanto il "Serpente marino". L' atteggiamento possibilista non solo del pubblico e i media, ma anche dei naturalisti, verso l' esistenza di una grande rettile marino ancora sconosciuto alla scienza fu alimentato dalla scoperta dei primi rettili marini fossili nell' Inghilterra vittoriana. Nel 1812 la giovane Mary Anning insieme a suo fratello Joseph scopri uno dei più completi scheletri di Ittiosauro, seguito nel 1821 dal fossile di un Plesiosauro.

Fig.1. La descrizione di un' strano incontro con un serpente marino nel 1817 nel porto di Gloucester (Massachusetts), 5 anni dopo la descrizione dei primi rettili fossili dell' Inghilterra- la divulgazione della notizia sarà seguita da un improvviso  picco di presunti avvistamenti di mostro marini nei mari americani…

Nel 1827 il botanico e amico di Darwin, Sir William Hooker, riferendosi ai Ittiosauri e Plesiosauri, conclude in una nota:
 
"le recenti scoperte di Plesiosaurus e Megalosaurus hanno richiesto ben più grande fede che quella del serpente, la descrizione dell' ultimo ha ricevuta poca credibilità, perfino ridicolizzata..."
 
Nell' opera del geologo Robert Bakewell "Introduction to Geology" (1833) viene introdotta una idea che diverrà molto popolare per spiegare un presunto criptide 100 anni più tardi:
 
"la congettura intrigante di Mr. Bakewell, che potrebbe trattarsi di un sauro, coincide ben meglio con l' assunzione che si tratti di un Plesiosauro che non di un Ittiosauro, dato che il corto collo del secondo non coincide con il generale aspetto del serpente marino."
 
L' ipotesi Plesiosauro fu anche applicata ad un dei più spettacolari e noti incontri con un mostro marino - il presunto serpente avvistato dalla ciurma del "HMS Daedalus", che risulto in una disputa furiosa nel  "The Times", in cui alzo la sua voce perfino il grande zoologo Richard Owen.
 
Nel 1849 l' editore del giornale "The Zoologist" - Edward Newman  - pubblico un resoconto di seconda mano di un avvistamento di mostro la cui descrizione coincide con la ricostruzione di Plesiosauri popolare al tempo :
 
"Capitano George Hope afferma, che quando a bordo del HMS Fly, nel golfo della California, il mare era perfettamente calmo e trasparente, vide in fondo un grande animale marino, con la testa di generale conformazione di alligatore, eccetto che il collo era molto più lungo e invece di arti la creatura aveva quattro grandi pinne, simili a quelle delle tartarughe.. la creatura era ben visibile, e i movimenti poterono essere osservati con gran' facilità, sembra che facesse caccia a delle prede sul fondo del mare."

Fig.2. Ricostruzione in vita di Plesiosauro e Ittiosauro, da TOULA "Lehrbuch der Geologie" (1900), curioso che questi rettili marini sono mostrati come animali terrestri nell' immagine, sta di fatto che nel 1933 fu descritto un presunto incontro con Nessie sulla terra ferma ! - il primo avvisatmento moderno del presunto mostro di Loch Ness, che fu descritto come sauro e che una generò un ondata di avvistamenti di "Plesiosauri d' acqua dolce"...
 
 Nel 1845 il geologo Charles Lyell, durante un viaggio negli Stati Uniti, si imbatté in un strano cartello che pubblicizzava la scoperta ed esposizione di un scheletro di serpente marino lungo quasi 30 metri. Lyell era molto interessato ai racconti ed avvistamenti di mostri marini - perfino include una serie di presunti avvistamenti nella sua opera "Second Visit to the United States of North America", pubblicata nel 1849. Lyell oggigiorno è famoso per la formulazione dell' uniformatismo - cioè la teoria che le forze naturali che scolpiscono la terra oggigiorno sono le stesse che operavano nel passato geologico.
Basandosi su questa premessa per Lyell era anche impossibile l' estinzione di una specie, dato che anche oggigiorno non si osserva l' improvvisa apparizione di nuove specie (Darwin pubblicherà il suo libro sulle origine delle specie appena nel 1859), cosi doveva essere in passato. La presunta esistenza di mostri marini - identificati come sopravvissuti rettili marini - sarebbe una prova biologica indipendente che avvallerebbe la sua teoria geologica.
 
Il presunto scheletro di serpente marino - "descritto scientificamente" come Hydrarchos sillimani - ben presto sarà esposto come falso composto dai resti fossili di vari animali preistorici. Senza alcuna prova biologica e tangibile, alla fine dei conti Lyell rinuncerà di includere mostri marini nelle sue restanti opere geologiche.
 
A fine secolo l' interesse del pubblico per serpenti marini velocemente diminuisce, anche se vengono pubblicati ancora alcuni interessante opere che riassumono molti  casi o cercono di spiegare gli avvistamenti con incontri con squali o calamari giganti (GOULD 1886; OUDEMANS 1892; LEE 1883).
 
Solo dal 1930 in poi inizierà una nuova ondata di avvistamenti - con il Cadborosaurus willsi negli Stati Uniti e Nessiteras rhombopteryx nella Scozia - anch' essi interpretati come sopravissuti relitti del passato… sopratutto Nessie com Plesiosauro...
 
Bibliografia:
 
LOXTON, D. & PROTHERO, D.R. (2013): Abominable Science! - origins of the Yeti, Nessie, and other Famous Cryptids. Columbia University Press, New-York: 368

25 maggio 2014

Le piramidi di terra di Terento

Seguendo il Rio di Terento sul lato orografico sinistro ci s'imbatte ben presto in delle strane piramidi e colonne, spesso con un buffo capello di pietra in punta. Si tratta delle piramidi di terra di Terento, seconda località nella Val Pusteria (dopo Perca) con questi fenomeni geomorfologici. In seguito a un violento nubifragio e inondazione nel 1837, i depositi morenici dell´ultima glaciazione sono stai erosi del rio e la pioggia sta lentamente dilavando e formando le piramidi.
 
Questi depositi morenici mostrano un'interessante suddivisione - la parte inferiore e di colorazione più chiara, dato la composizione prevalentemente di origine granitica. Solo nella parte superiore s´incontrano materiali scistosi e gneiss, che danno all´ammasso di breccia una colorazione grigiastra. 

A dispetto di tipiche morene glaciali, che non mostrano nessuna suddivisione dei componenti, nelle piramidi di Terento si nota una debole stratificazione inclinata verso valle. Questa osservazione fa pensare che si tratta di fatto di materiale morenico rimaneggiato, trasportato dai pendii tramite colate di fango.

Bibliografia:

CLERICI, A. (2013): Passeggiate Geologiche in Valle Isarco. Casa Editrice A. Weger, Bressanone: 363

16 maggio 2014

Recensione Libro - Lost Animals

L' intera storia della terra è segnata dall' estinzione di specie. 

A testimoniare la loro passata presenza rimangono solo i fossili, le tracce del loro passaggio e in tempi molto più recenti le testimonianze scritte da storici, le raffigurazioni pittoriche, le moderne illustrazioni scientifiche e da poco più di 150 anni le immagini fotografiche (il primo libro naturalistico con delle fotografie - The Pencil of Nature - fu pubblicato nel 1844).
Stranamente una fotografia può risultare molto più sconfortante rispetto  a un un disegno , forse perché l' inconscio ci suggerisce che l'immagine creata da una macchina risulta definitiva e fredda, non influenzata dai preconcetti, forse perfino da rimorsi o speranze, dell' artista umano, dato che molte delle specie immortalate su fotografie si sono estinte a cause direttamente o indirettamente legate all' attività umana.
 
"Lost Animals - Extinction and the Photographic Record" dell' autore Errol Fuller è una raccolta di fotografie d' epoca, in parte inedite o conosciute perlopiù solo ai specialisti, di 28 specie estinte. Fuller è un autore inglese cha ha già scritto diversi libri dedicati agli uccelli estinti e anche in questo libro si è concentrato soprattutto sugli uccelli , di fatti 21 delle schede sono dedicate a volatili. In parte questa discrepanza risulta anche dal fatto che i fotografi preferivano immortala i più variopinti uccelli che non i più sbiaditi mammiferi - come il tilacino o il cervo di Schomburgk.
Ogni fotografia, o serie di fotografie, presentate nel libro è accompagnato da un breve testo che riassume quello che si sa sulla storia e i fattori della sua estinzione (se è possibile ricostruirli), l' autore delle immagini e le circostanze in cui sono state scattate queste.
Ironicamente alcune di queste vicende avrebbero potuto scaturire dalla mente di un sceneggiatore di una telenovela, talmente tanti sono gli elementi tragi-comici incontrati.
 
Il lento declino dello svasso dell'Atitlán (Podilymbus gigas) fu minuziosamente documentata dalla naturalista amatoriale Anne LaBastille (1935-2011), che pubblico articoli e immagini di questa specie endemica del lago di Atitlán (Guatemala) nella speranza di suscitare l'interesse pubblico per la sua salvaguardia. La locale industria di fatto sfruttava il lago per la canna palustre e la pesca, distruggendo il habitat della specie e introducendo delle specie di pesce aliene, causando un crescente competizione tra gli uccelli e i pesci per le col tempo sempre più limitate risorse del lago. Un collaboratore di LaBastille, un uomo di nome Edgar Bauer, fu perfino assassinato da ignoti, forse perché la loro attività ambientalista era malvista dai locali uomini d' affare.
Al danno la beffa, quando nel 1970 un terremoto fece abbassare il livello d' acqua nel lago a tal punto che le restanti zone di canna palustre si seccarono completamente. Nel 1978 la specie fu dichiarata praticamente estinta, anche se forse alcuni rari esemplari sopravvivevano, la loro diversità genetica oramai era troppo ridotta per garantire un recupero.
 
Alcune ultime foto furono scattate per caso. Una colonia di anatre testarosa (Rhodonessa caryophyllacea), specie nativa dell' India, sopravisse nel parco inglese di Foxwarren fino al 1926, quando il naturalista e fotografo David Seth-Smith (1875-1963) scatto alcune immagini, più per curiosità propria che documentazione zoologica. Nel periodo 1936-1945 la specie si estinse completamente.
 
Il rallo dell' isola di Wake (Gallirallus wakensis) fu letteralmente mangiato dai soldati americani, e poi giapponesi, rimasti isolati sull' isola durante le confuse operazioni militari che segnarono la guerra dell' Indo-Pacifico tra il 1941 al 1945. Le uniche fotografie esistenti furono scattate dai operari che costruirono la pista di atterraggio dell' isola, annoiati dalla monotonia del tempo libero su di una isola spoglia e incuriositi dalla vivacità degli uccelli indaffarati nella caccia ai granchi.
 
Simile destino per la schiribilla di Laysan (Porzana palmeri), originaria dalle isole Hawaii, sopravisse in una colonia artificiale sull' Isola di Pasqua, finche le attività della marina americana sull'isola rilascio una invasione di ratti che sterminarono i pulcini della colonia, che a fine conflitto mondiale si estinse.
 
Di alcune specie, come il pappagallo dal paradiso (Psephotus pulcherrimus, considerato estinto dal 1928) o il più conosciuto tilacino (Thylacinus cynocephalus, considerato estinto dal 1936) circolano ancora rumori sulla loro sopravivenza e vari tentativi sono stati intrapresi per riscoprirli, ma senza appezzabile risultati.
 
Di molte specie esistono solo singole fotografie (come del pipistrello Mystacina robusta, nativo della Nuova-Zelanda, la cui unica immagine risale appena al 1965), di molte altre solo foto in bianco-nero, sbiadite o mosse o di scarsa qualità. Fa eccezione il delfino dello Yangtze (Lipotes vexillifer, estinto dal 2002), di cui esistono molte foto di buona qualità, che però perlopiù rappresentano un solo esemplare tenuto in cattività a Wuhan e morto di vecchiaia nel 2002. Simile vale per il Quagga (Equus quagga quagga), di cui le uniche cinque immagini conosciute e datate al periodo 1860-1870 mostrano una femmina dello zoo di Londra. 

L' aspetto dello cervo di Schomburgk (Cervus schomburgki, considerato estinto dal 1930) è conosciuto praticamente solo da un unico esemplare imbalsamato della collezione del museo naturale di Parigi e da una fotografia scattata nel 1911 allo zoo di Berlino. Curiosamente nel 1991 in una farmacia di rimedi tradizionali e medicinali cinesi fu scoperto un palco di cervo che era simile al palco del Cervus schomburgki e che proveniva da un' animale abbattuto appena un anno prima - purtroppo anche di questo  palco sopravvive solo una fotografia di dubbio valore per l' identificazione inequivocabile.

Lost Animals non si sbilancia su colpe del passato, aspetti di conservazioni recenti o futuri e fantastici progetti di clonazione per riportare in vita specie estinte. Il libro, correlato purtroppo solo di una bibliografia molto limitata e senza ulteriori riferimenti nel testo stesso, presenta una risorsa fotografica per ogni appassionato di zoologia/paleontologia, sopratutto per specie estinte da meno di 100 anni (dato che su quelle più vecchie il diritto d'autore è scaduto, queste sono facilmente reperibili online).

22 aprile 2014

La lezione ecologica dell´Isola di Pasqua

La storia dell´ecocidio - il collasso di un'intera civiltà a causa del degrado ambientale e delle risorse naturali - dell´isola di Rapa Nui, meglio conosciuta come Isola di Pasqua - è stato reso popolare dal film "Rapa Nui" (1994), varie documentazioni (tra cui molte pseudoscientifiche) e dal libro del biologo americano Jared Diamond "Collapse - How societies choose to fail or survive" (2005).

Secondo lo scenario proposto la civiltà di Rapa Nui avrebbe deforestato l´intera isola per la costruzione delle statue dei Moai. La terra spoglia ben presto fu erosa, i raccolti dei campi non erano sufficienti per sfamare una popolazione cresciuta a dismisura - guerra, carestia e collasso furono le conseguenze. Una società destinata all´estinzione, confinata su una minuscola isola nel bel mezzo dell´oceano, per la sua stessa avidità e stupiditá - il confronto con l´odierna crescita illimitata della specie Homo sapiens su un pianeta confinato e limitato, disperso nell'infinita dello spazio, viene naturale.


Ma ci sono diversi problemi con questo scenario. I siti paleontologici, con i resti delle piante, studiati sull´isola sono molto limitati, le carote di sedimenti recuperati sono incompleti e spesso la datazione è dubbia. Non è perciò chiaro quando l´isola ha perso completamente le sue foreste native. Secondo le analisi più recenti l´isola durante l´Olocene era caratterizzata da un clima umido e le foreste si estendevano su 70% della superficie dell´isola, almeno fino all´arrivo dei primi uomini verso il 300 all' 800 d.C. Sfortunatamente dopo l´800 il clima s'inaridisce è perciò non si sono depositati sedimenti di questo periodo nei pochi laghi perenni o paludi. Non è perciò ben chiaro se la popolazione veramente ha deforestato in un breve periodo l´intera isola - come postulata dall´ipotesi del collasso improvviso -  o se la siccità ha causato un lento, ma continuo, declino della foresta. 
Contro l´ipotesi della deforestazione veloce e catastrofale sta l´osservazione che non sono mai stati trovati significanti resti o strati carbonizzati, dato che molte civiltà antiche per sgomberare terra per uso agricolo usavano dei incendi controllati, sembra strano che lo stesso metodo non siá stato adottato anche sull´Isola di Pasqua. Inoltre i reperti archeologici che mostrerebbero cannibalismo (esiste inoltre anche il cannibalismo culturale in tempi pacifici) e ferite di combattimento sono pressoché nonesistenti.
 

Quando l´isola fu scoperta dagli europei nel 1722 fu descritta di fatto spoglia, ma con agricoltura più che sufficiente per sfamare la popolazione endemica. La foresta scomparsa era stata rimpiazzata da cespugli piantati e copertura dei campi con rocce laviche, che diminuivano l´erosione del suolo da parte del vento e proteggevano la terra dal sole incandescente. Gran parte dell´erosione e distruzione osservabile tutt'oggi sull´isola fu causata dal pascolo di grossi animali (capre, pecore, vacche e cavalli) introdotti dagli europei negli ultimi 150 anni.
 
Fig.1. Nel 1786 l´isola fu raggiunta da una spedizione scientifica francese (1785-1788) sotto il commando di Jean-François de La Pérouse. Le immagine realizzate degli artisti di bordo mostrano una civiltà stabile e le statue ancore  intatte, il che contradice l´ipotesi di guerre, anche con sfondo religioso, tra la popolazione indigena.
 
Dalla documentazione archeologica emerge un'immagine molto più complessa - un declino lento della vegetazione primordiale, causato da vari fattori, tra cui il clima e probabilmente aiutato anche dall´uomo - un cambiamento a cui gli abitanti di Rapa Nui riuscirono ad adattarsi all´inizio.
 

Rimane comunque un´importante lezione da imparare dalla storia dell´isola di Pasqua: anche se la perdita dell'ecosistema dell´isola non è da imputarsi esclusivamente all´uomo, un ambiente impoverito ha privato la società locale di molte possibilità future (su un´isola spoglia é difficile costruire navi e sviluppare la navigazione) - ogni civiltà, progredita o no, dipende dall´ambiente circostante e alla fine e nei propri interessi tutelarlo.

Bibliografia:

HUNT, T.L. (2007): Rethinking Easter Island’s ecological catastrophe. Journal of Archaeological Science 34: 485-502
HUNT, T.L. & LIPO, C.P. (2007): Chronology, deforestation, and “collapse:” Evidence vs. faith in Rapa Nui prehistory. Rapa Nui Journal 21(2): 85-97
HUNT, T.L. & LIPO, C.P. (2009): Revisiting Rapa Nui (Easter Island) “Ecocide”. Pacific Science 63(4): 601-616
HUNT, T. & LIPO, C. (2011): The Statues that Walked: Unraveling the Mystery of Easter Island. Counterpoint: 256
THOMSON, W.J. (1891): Te Pito Te Henua, or Easter Island. Report of the National Museum 1888-89, Smithsonian Institution, Washington: 552
RULL, V.; CANELLAS-BOLTA, N.; SAEZ, A.; GIRALT, S.; PLA, S. & MARGALEF, O. (2010): Paleoecology of Easter Island: Evidence and uncertainties. Earth-Science Reviews 99:50-60
MANN, D.; EDWARDS, J.; CHASE, J.; BECK, W.; REANIER, R.; MASS, M.; FINNEY, B. & LORET, J. (2008): Drought, vegetation change, and human history on Rapa Nui (Isla de Pascua, Easter Island). Quaternary Research 69:16-28
MIETH, A. & BORK, H.-R. (2010): Humans, climate or introduced rats – which is to blame for the woodland destruction on prehistoric Rapa Nui (Easter Island)? Journal of Archaeological Science 37: 417-426
MIETH, A. & BORK, H.-R. (2005): History, origin and extent of soil erosion on Easter Island (Rapa Nui). Catena 63: 244-260

21 aprile 2014

L'Uovo gigante tra Leggenda e Realtà

Nell´anno 1658 l´ammiraglio Ètienne de Flacourt pubblico la sua "Histoire de la Grande Isle de Madagascar", una dettagliata cronaca storica e naturalistica dedicata al Madagascar e frutto della sua esperienza come governatore dell´isola tra il 1648 al 1655. In quest'opera menziona anche uno strano uccello, che si nascondeva nelle foreste impervie dell´entroterra:
 
"Vouronpatra, un´grande uccello che abita gli Ampatres* e depone le uova come lo struzzo: a qualora la gente locale non lo catturi, si ritira nelle regioni più desolate."
*Ampatres significa "zona paludosa" nella lingua nativa, Vouronpatra è un termine combinato tra Vorona, che significa uccello, e Patra, appunto palude

Fig.1. Uovo indeterminato del Madagascar.
 
Altri resoconti aggiungevano ulteriori inquietanti dettagli, le uova di questo misterioso uccello erano descritte otto volte più grandi di quelle dello struzzo (che raggiunge un'altezza di due metri e mezzo) e venivano usate dai nativi come serbatoi d´acqua potabile. Di fatto nel 1832 il naturalista Victor Sganzin osserva un mezzo uovo usato come scodella dai nativi. Nel 1848 il capitano M. Dumarele raccontava di uno strano incontro sulla propria nave. I nativi avevano portato un uovo vuoto con una capienza di tredici bottiglie di vino (e che volevano aver riempito con il Rum) a bordo. A richiesta d´acquisto dello strano oggetto, rispondevano che un uovo cosi grande e completo era merce troppo rara per essere venduta e ancora più raro era l´uccello che lo deponeva.

Poiché a parte di questi strani racconti mancavano prove tangibili, queste storie furono ritenute dai naturalisti del vecchio continente perlopiù leggende o fiabe. Già nel tredicesimo secolo Marco Polo aveva raccontato di aver visto alla corte del Kublai Khan uova gigantesche, che provenivano da un'isola a largo dell´Africa. Le uova - cosi i naturalisti di quei tempi - provenivano dal mitico Roc, un uccello rapace talmente grande che riusciva a cacciare gli elefanti - ovviamente una impossibilita zoologica.
 
Nel 1840 un esploratore mando frammenti di alcune grandi uova allo zoologo francese Paul Gervais, che però gli identifico come proveniente da un tipo di struzzo. Solo nel 1851 l´esistenza di un grande uccello endemico del Madagascar divenne ufficiale, con tre uova (con una lunghezza fino a 34 centimetri e con una capienza sei volte superiore a un uovo di struzzo) recuperate e presentate insieme a dei frammenti di ossa alla Académie des Sciences di Parigi. Appena dodici anni prima il naturalista britannico Richard Owen aveva descritto una specie di uccello gigante fossile dalla Nuova Zelanda - il Moa - , basandosi solamente su reperti frammentari. Il naturalista Geoffrey-Saint-Hilaire denominerà l´uccello del Madagascar Aepyornis maximus. Solo quindici anni più tardi si scoprirà uno scheletro completo di questa specie fossile, anche chiamata "uccello elefante" per via delle dimensioni delle ossa recuperate.
 
Fig.2. Ricostruzione di Aepyornis maximus da BURIAN 1972.

Il racconto del Vouronpatra pone un interessante quesito - potrebbe il mito essere basato su incontri dei nativi con una specie di uccello elefante sopravvissuta fino ai tempi moderni?
 
Un´ipotesi verosimile. Esiste un caso simile abbastanza ben documentato. Nei miti dei Maori della Nuova Zelanda i Moa giocano un importante ruolo ed esistono anche storie di caccia da parte dei Maori a queste creature. Anche basandosi sulla "freschezza" delle leggende raccolte dai primi coloni europei, si ha ipotizzato che alcune specie di Moa sopravvissero fino al 1800. Reperti archeologici supportano in parte questa ipotesi, poiché datano l´esistenza di alcune specie di Moa fino al 1600.
 
Nel caso dell´uccello elefante la situazione è un po' più incerta. La mitologia sul Vouronpatra, come riportata da Flacourt, sembra essere molto meno sviluppata e molto più vaga che nel caso dei Moa e dei Maori.
 
Rimangono tre ipotesi verosimili:
 
-    L´uccello era visto come una preda - anche se preda molto rara - di un comune animale, non come un elemento mitologico. Ipotesi più intrigante, poiché sposterebbe la data dell´estinzione di questa specie in tempi storici.
 
-    Potrebbe trattarsi di un mito primordiale molto antico, di cui si sono persi nei secoli gran parte degli elementi, il che spiegherebbe la sua struttura molto semplice. I dati archeologici più recenti della convivenza tra uomini e uccelli elefanti datano difatti indietro quasi 2.000 anni.
 
-    Potrebbe trattarsi di un mito basato anche solamente sul ritrovamento delle uova fossili, il che spiegherebbe il perché l´animale "viveva" in zone inaccessibili (e perciò non era mai stato visto da vivo) dell´isola.
 
Bibliografia:
 
HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677

15 marzo 2014

La geologia nelle montagne della follia

"Sono costretto a parlare perché gli uomini di scienza hanno deciso di ignorare i miei avvertimenti senza approfondirne le ragioni."

Oggigiorno Howard P. Lovecraft (morto il 15 marzo 1937) é considerato uno dei più influenti autori dell´orrore moderno - chi non conosce il Necronomicon*  - il libro dei morti inventato da Lovecraft  - anche se solo forse dalle molte citazioni nella cultura pop. 



 

A suo tempo Lovecraft pubblico i suoi racconti rivoluzionari solo in riviste specializzati in pulp e non riscontro mai grande successo (soprattutto finanziario). Le opere di Lovecraft sono particolari dato che si distanziano dalla tradizione dell´orrore gotico del 19° secolo - caratterizzato soprattutto da elementi sovrannaturali (come spiriti e case stregate)  - e introducono un elemento moderno e fantascientifico negli racconti dell´orrore. Inoltre per Lovecraft il vero orrore comincia appena alla fine della storia - se in passato le forze oscure erano state sconfitte alla fine della storia, nei racconti di Lovecraft il protagonista sopravvissuto deve realizzare che la sua mente ha subito dei danni irreparabili - e perfino che forse gli incubi ricorrenti di cui soffre non sono solo imputabili a una mente malata.

Lovecraft, che a causa di una salute precaria non termina la scuola e perciò non poté mai iscriversi all´università, nientedimeno aveva una grande passione per l´astronomia, paleontologia e geologia e spesso cita le più attuali scoperte scientifiche dei suoi tempi nelle sue storie.

Nel racconto Lovecraftiano "Alle montagne della follia" (pubblicato nel 1936) il geologo William Dyer rivela la verità sul triste destino di una spedizione dispersa nell´Antartide. Durante un sopraluogo geologico vengono scoperti strani fossili di grandi organismi sconosciuti in sedimenti datati al Precambriano - in un´era geologica che non dovrebbe contenere nessun segno di vita. Poco dopo i geologi scoprono una città in rovine, semisepolta nel ghiaccio, di inimmaginabili dimensioni...


Lovecraft prese spunto per la sua ambientazione nell´Antartide da varie spedizioni geologiche condotte tra il 1928 al 1930 dall´esploratore Richard Evelyn Byrd. 
Durante il sopraluogo, i geologi immaginari scoprono fossili di piante e animali - chiaramente l´Antartide non era sempre una desolata landa ghiacciata. Anche questa ipotese fantascientifica si basa su reali scoperte -  tra il 1902 al 1903 il geologo norvegese Otto Nordenskjöld aveva collezionato fossili di piante tropicali formulando la stessa conclusione.
 
Uno dei più curiose cameo di idee scientifiche nel racconto è la teoria della deriva dei continenti. In una costruzione della città sconosciuta, Dyer scopre una grande carta geologica scolpita nella rocca - ma che sorprendentemente mostra i continenti riuniti in un´unica grande massa di terra.

"Un'altra mappa mostra grandi quantità di terra emersa intorno al Polo Sud, dove è evidente che alcuni di quegli esseri tentarono di stabilire avamposti sperimentali: intanto, i centri principali venivano trasferiti nelle profondità marine circostanti. Mappe successive, che mostrano la spaccatura e infine la deriva della massa continentale (parti della quale si spostarono verso nord)confermano in modo sorprendente le teorie sulla deriva dei continenti formulate recentemente da Taylor, Wegener e Joly."

- questa carta e la misteriosa costruzione devono essere perciò vecchie di milioni di anni - molto precedente alla specie umana! 

Per Lovecraft i fossili e il tempo geologico sono fondamentali requisiti per generare la paura dell´ignoto - di qualcosa che viene da tempi cosi remoti che non è piú comparabile a nessuna forma di vita moderna... ed é ancora vivo...

Bibliografia:

LONG, J. (2003): Mountains of Madness - A Scientist's Odyssey in Antarctica. Jospeh Henry Press, Washington: 252

15 febbraio 2014

Pompeii - Una recensione geologica : Vesuvius Mons - Il vero protagonista

Nelle sale cinematografiche sta per uscire un colossal  collocato nell´antica città di Pompei - uno dei protagonisti più noti della trama sarà sicuramente il Vesuvio. Vorrei cercare di postare nelle prossime settimane una sorta di "recensione geologica" del film, al momento (poiché la pellicola uscirà appena a fine febbraio) basandomi perlopiù solo sui trailer e immagini disponibili in rete.
 

La locandina dramatica di "Pompeii" mostra il vulcano come una massiccia e tetra montagna con un cratere centrale ben visibile in piena eruzione nel 79 d.C. - e ci si può chiedere, i produttori hanno azzeccato questo dettaglio?

Fig.2. Un´immagine migliore del Vesuvio come ricostruito nel nuovo film "Pompeii", presa dall´attuale trailer.

Il profilo del Vesuvio che sovrasta la città e l´intero golfo di Napoli oggigiorno é uno scenario riconosciutissimo- ma come si presentava il Vesuvius Mons, nome datogli dagli antichi, 2.000 anni da, ai tempi in cui sarebbe ambientato il film.
 
L´aspetto originario del vulcano Vesuvio e l´area circostante sono stati - e ancora sono- oggetto di un acceso dibattito. Le possibili fonti per ricostruire il paesaggio prima dell´eruzione includono descrizioni letterarie, possibili raffigurazioni d´epoca, studi archeologici e geologici.
 
Autori romani che ci hanno tramandato una descrizione del Vesuvio includono Strabone (60 a.C.-23 d.C.), Vitruvio (80 a.C.-15a.C.) e Diodoro Siculo (90 a.C.-27 a.C.). Strabone descrive nella sua opera Geographia l´aspetto delle rocce "bruciate" e compare il Vesuvio con l´Etna, vulcano già attivo in tempi antichi. Diodoro  e anche Vitruvio giungono alle stesse deduzioni:
 
"Si narra parimenti, essersi anticamente acceso il fuoco sotto il Vesuvio, e bollendo essersi versato inondando le vicine campagne: onde quella pietra che si chiama ora spugna, o sia pomice Pompeiana, pare che sia stata un´altra sorta di pietra ridotta poi dal fuoco a questa qualità."

L´origine vulcanica del Vesuvio perciò era conosciuta ai romani - o almeno ai naturalisti dell´epoca - ma probabilmente il Vesuvio non era ritenuto un pericolo imminente - Plinio il Vecchio (23 a.C. - 79 d.C.) che possedeva una villa nei pressi del golfo di Napoli e che perirà nell´eruzione, non lo menziona neanche nelle sue opere. 

Anche nelle pitture ritrovate a Pompei non spicca nessuna montagna in particolare, i paesaggi raffigurati sono perlopiù di carattere molto generalizzato - ad eccetto di un affresco ritrovato tra il 1879 e il 1881 nella Casa del Centenario. Il cosiddetto "Bacco e il Vesuvio" mostra una montagna monocipite, coperta da vigneti. In effetti, i suoli di origine vulcanica sono molto fertili e i pendii soleggiati del Vesuvio ideali per i vigneti - l´idea è perciò che l´artista abbia voluto rappresentare il dio dei piaceri e del vino con tanto di vigneti vesuviani. Comunque questa interpretazione è ipotetica.
 
Fig.3. Bacco e una presunta raffigurazione del Vesuvio, affresco rinvenuto a Pompei, fonte immagine.
 

Strabone descrive i pendii vesuviani coperti da vigneti e boschi, ma menziona anche una sommità o un duomo vulcanico (?) senza vegetazione, dettaglio non presente nell´affresco.
 
"Sovrasta questi centri il monte Vesuvio, coperto tutto intorno, tranne la cima, da estesi campi coltivati. La cima è per gran parte piatta, ma completamente sterile; dall´aspetto color cenere, mostra avvallamenti profondi come crepacci, le cui rocce rossastre pare siano state corrose dal tempo."

È curioso notare che altre descrizioni del Vesuvio le dobbiamo alla ribellione di Spartaco del 73 a.C. I ribelli si rifugiarono sulla cima, area incustodita dalle armate romane per l´asperità del terreno, per poi attaccare all´improvviso, sfruttando la densa selva delle pendici. Lo storico Frontino (30-103 d.C.) racconta:
 
"Lo stesso Spartaco, intrecciando corde con i rami delle viti silvestri, scese dalla sommità del Vesuvio quella parte del monte apparentemente inaccessibile e perciò incustodita…"

Un altro disegno rinvenuto tra le rovine sembra avvalorare la descrizione di questi cronisti. Nello sfondo di un affresco della Casa del Citarista, rinvenuto tra il 1853 e il 1868, und coppia (identificata come Enea e Didone o anche Marte e Venere) si sta rilassando all´ombra di una montagna con una sommità piatta.
 
Dione Cassio, uno storico vissuto tra il 155 e il 235 offre una dettagliata descrizione che - purtroppo non é chiaro - potrebbe riferirsi al Vesuvio anche come appariva dopo l´eruzione del 79 d.C.
 
"… il Monte Vesuvio prospetta il mare dalla parte di Napoli e racchiude fonti copiosissime di fuoco; e questo altre volte la sommità aveva da qualunque lato eguale cosicché nel centro trovasi il fuoco… Dal ché avviene che non abbracciando il fuoco giammai le parti esteriori e solo quelle che trovansi nel mezzo consumato dal fuoco essendo e in cenere ridotte, le cime che sono all´intorno conservino fino a quest´ora l´antica loro altezza; ma la parte infiammiate, col lasso del tempo consunta, sia fatta concava per via del sedimento; cosicché tutto il monte … abbia la forma di un anfiteatro. Le parti elevate di quel monte vestite sono di molti alberi e viti…"

Dalle descrizioni emerge ora un complesso vulcanico con una sorta di altopiano, delimitato dal bordo di una caldera (cioè una forma di collasso dell´apparato vulcanico e che difatti ricorda la forma di anfiteatro) preistorica ma possibilmente senza un cono centrale.
 

Anche dati geologici suggeriscono che il Vesuvio appariva più piatto ai tempi di Pompei. La distribuzione su vasta area di materiale di origine vulcanica, le cosiddette "Pomici di Avellino", suggerisce che il Vesuvio perse molto massa e altezza durante una disastrosa eruzione esplosiva tra il 1880 e il 1680 a.C.  

La singola e appuntita sommità nel vulcano cinematografico e perciò errata e il cratere visibile  di gran lunga esagerato.

Il cratere secondario formatosi durante l´eruzione del 79 d.C. fu distrutto probabilmente da un´eruzione nel 472 d.C. - seguita a sua volta nei prossimi secoli da altre 9 eruzioni. 


Dal 1631 in poi le raffigurazioni più dettagliate di cui disponiamo ci mostrano un Vesuvio caratterizzato dai bordi di una caldera fossile, in cui cresce una nuova cima (il Gran Cono) con un cratere attivo - aspetto che la montagna ha mantenuto negli ultimi secoli.
 
Fig.4. Incisione eseguita da un artista dell´epoca, che rappresenta il Vesuvio prima dell´eruzione avvenuta del 1631. Un cono centrale con tanto di cratere é circondato da un´"anfiteatro" - i resti di un cratere o una caldera di una eruzione esplosiva molto precedente all´immagine.
 
Bibliografia:
 
DE CAROLIS, E. & PATRICELLI, G. (2003): Vesuvio 79 d.C. la distruzione di Pompei ed Ercolano. L´ERMA di BRETSCHNEIDER: 129