15 febbraio 2013

Meteoriti – Le rocce cadute dal cielo

La rete sta impazzendo per i video che mostrano un bolide che penetrando nell´atmosfera terrestre si è probabilmente (quasi) completamente disintegrato (ci sono rumori, che alcuni crateri d´impatto sono stati localizzati nei pressi della città di Chebarkul) nei cieli della Russia a un´altezza di 35 chilometri.

Il primo video mostra la scia di luce del bolide, il secondo - ancora piú impressionante - i danni provocati dal tuono supersonico. Le esplosioni di vetrate hanno causato la maggior parte dei feriti - numeri riportati variano da 500 a 900 persone.



Nel Novembre dell´anno 1492 un simile fenomeno fu osservato nei cieli sopra la piccola città di Ensisheim (al tempo parte del regno austriaco, oggi Francia). Un "terribile tuono seguito da un lungo rombo" é una roccia cade dal cielo, formando un cratere della profondità "di un uomo meta altezza". La strana roccia fu portata in città e depositata in chiesa - una precauzione per limitare i possibili effetti maligni di questo evento, giacché meteore furono per lungo tempo ritenute - se non direttamente responsabili - segni premonitori di guerra, pestilenza e fame.
Per secoli l´origine dei meteoriti rimane un mistero scientifico, anche se durante e soprattutto dopo il periodo rinascimentale due spiegazioni prevalgono: Le rocce meteoriche sono formate dalla condensazione dell´aria o gas dispersi nell´atmosfera, oppure - in alternativa - rocce scaraventate prima in cielo da violente eruzioni vulcaniche.
Può sembrare strano oggigiorno che l´origine extraterrestre è stata considerata inverosimile, ma la negazione di questa possibilitá si basava sull´osservazione che gli spazi interplanetari erano (o meglio sembravano) privi di materia, ipotesi supportata e promossa ancora dal grande Sir Isaac Newton (1642-1727). Storie e racconti di rocce cadute dal cielo furono ritenute perlopiù frutto della fantasia e ignoranza dei testimoni.

Nel 1794 il dottore in medicina, avvocato e appassionato naturalista tedesco Ernst Friedrich Chladni (1756-1827) pubblica i risultati della sua ricerca sotto il titolo "Über den Ursprung der von Pallas gefundenen und anderer ihr ähnlicher Eisenmassen, und über einige damit in Verbindung stehende Naturerscheinungen - Sulla origine delle masse di metallo scoperte da Pallas* e alcuni fenomeni naturali connesse a loro" Chladni raccolse talmente tante testimonianze di rocce cadute dal cielo che era difficile negarle tutte. Inoltre poté dimostrare tramite analisi chimiche e petrografiche che queste strane rocce possedevano alcuni caratteri non riconosciute in rocce di origine terrestre - "Eliminato l'impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità" da"Il segno dei quattro" di Sir Arthur Conan Doyle.

*Peter Simon Pallas (1741-1811) fu un botanico di origine tedesca che compi varie spedizioni in Russia, dove raccolse anche delle rocce di origine extraterrestre.

Bibliografia:

BÜHLER, R.W. (1992): Meteorite - Urmaterie aus dem interplanetaren Raum. Weltbild Verlag:, Augsburg: 192

3 febbraio 2013

La Nascita delle Dolomiti

"De ròba vèyes
e de prúmes témpes
ay ó aldí
e vo kanté bayédes
"
Di fatti antichi
e tempi remoti
io ho conoscenza
e voglio raccontarvi
Introduzione dei Cantastóries ladinici



 
Nel luglio 1791 l´aristocratico, avventuriero e naturalista Diedonnè-Silvain-Guy-Tancrede de Gvalet de Dolomieu pubblica un breve articolo su un particolare tipo di calcaree che non reagiva con l´acido e che lui stesso aveva raccolto durante uno dei suoi viaggi nel Tirolo. Tre anni dopo il naturalista Richard Kirman descrive questo tipo di roccia come Dolomia, da cui alla fine deriva il nome dei monti pallidi - le Dolomiti.  Per lungo tempo la genesi delle dolomia e sopratutto la morfologia delle Dolomiti -  caratterizzata  da ripide cime circondati da ampie vallate - rimase un segreto insolvibile.

Antiche leggende narrano che tanto tempo fa le Dolomiti erano un regno di monti scuri ricoperti da tenebre foreste. Il giovane principe di questo regno amava andare a caccia in queste foreste, dove un giorno incontro una fanciulla di straordinaria bellezza e la pelle bianca come la neve. Fu amore a prima vista e poco dopo fu celebrato il matrimonio. Ma la ragazza ben presto fu colta da una grande tristezza e si ammalo. Il principe chiese alla sua sposa cosa fosse il motivo del suo dolore, e lei rivelò che era la figlia della luna e che quei monti scuri al di fuori del castello la deprimevano. Il principe propose che entrambi ritornassero sulla luna, ma questo era impossibile, dato che nessun terrestre potrebbe sopportare il bianco candido del paesaggio lunare senza impazzire. 


Disperato il principe ritorno nella foresta. Ben presto perse il sentiero, quando all'improvviso senti un lamento. Su una pianura vide un ometto con una lunga barba bianca. "Chi sei é perché sei tanto infelice" chiese il principe? "Io sono il re dei nani, e mi dispero per il destino del mio popolo, che é stato scacciato dalle sue terre e nessuno ci vuole accogliere, poiché queste terre sono già occupate." Il principe a sua volta racconto il suo triste destino e del suo amore impossibile. A un tratto il re dei nani esclamo "ascoltate, entrambi i nostri problemi possono essere risolti, prometteteci solo che le terre spoglie delle vostre montagne siano nostre." Il principe acconsentì, anche se incredulo.
In quella stessa notte i nani cominciarono a filare la luce candida della luna in un filo di puro argento e ad avvolgere le scure rocce con esso. Ben presto le ripidi pareti che sovrastavano le vallate luccicavano in un bianco sovrannaturale. Grande fu la gioia nel regno quando la principessa - vedendo la trasformazione del paesaggio - ritrovó la sua gioia di vivere. Da allora queste montagne furono conosciute come i Monti Pallidi.


La soluzione scientifica - ma non di meno fantastica - sarà trovata in un luogo insospettato e lontano dalle odierne  montagne.

Come l´antica dea della bellezza Venere anche le Dolomiti sono figlie dell´oceano.

Nel 1704 un certo Mr. Strachan pubblica una descrizione di una barriera corallina, basandosi su resoconti di marinai e altri naturalisti, in cui menziona la "crescita" delle rocce che la compongono. Tra il 1772 e il 1775 il naturalista di origine tedesca Georg Forster accompagna il capitano James Cook su una delle sue esplorazioni. Forster riconosce l´origine biologica della struttura corallina, costruita da coralli e alghe, e riporta che un atollo può raggiungere un incredibile spessore di 300 a 600 metri.
Quasi mezzo secolo più tardi un giovane naturalista inglese rivoluzionerà le conoscenze sulla geologia degli atolli. Charles Darwin comprende che gli organismi che costruiscono la barriere corallina necessitano la luce solare per  la loro fotosintesi (per lungo tempo i polipi verranno considerati delle piante, quando di fatto si tratta di una simbiosi di animali con alghe monocellulari). Lo spessore degli atolli può essere spiegato con il lento sprofondamento della base di origine vulcaniche, su cui si insediano i primi coralli e che colmano il spazio tra il fondale marino e la superficie del mare.

Il libro che Darwin pubblicherà nel 1842 sulla "The Structure and Distribution of Coral Reefs" influenzerà a sua volta il geologo austriaco Baron Ferdinand F. von Richthofen che nel 1860 studia la geologia delle Dolomiti. Richthofen riconosce che le vallate e le colline che circondano le vette dolomitiche si sono sviluppate nei sedimenti facilmente erodibili di antichi bacini marini. Gli ammassi dolomitici invece sono le antiche barriere coralline, che composte da dura e cementificata roccia dolomitica resistono alle intemperie e all´erosione.
 
Fig.4 "La barriera di Richthofen", resti di una barriera corallina triassica che progrediva nei bacini sedimentari - perlopiù marne e arenarie - della formazione di San Cassiano e La Valle, immagine ripresa da MOJSISOVICS 1879.

Bibliografia:

DARWIN, C. (1898): The Structure and Distribution of Coral Reefs. 3th edition, D. Appleton & Co., New York: 214
DOBBS, D. (2005) Reef Madness: Charles Darwin, Alexander Agassiz and the meaning of coral. Pantheon Books: New York
FISCHER, A.G. & GARRISON, R.E. (2009): The role of the Mediterranean region in the development of sedimentary geology: a historical overview. Sedimentology 56: 3-41

MOJSISOVIC, E.v. (1879): Die Dolomit-Riffe von Südtirol und Venetien: Beiträge zur Bildungsgeschichte der Alpen. Alfred Hölder, Vienna: 551

SCHLAGER, W. & KEIM, L. (2009): Carbonate platforms in the Dolomites area of the Southern Alps - historic perspectives on progress in sedimentology. Sedimentology 56: 191-204

20 gennaio 2013

Geologi VS Vermi della Morte

Il geologo può essere esposto a vari pericoli durante il suo lavoro - maltempo, caduta massi - ma forse una delle minacce più particolari e morte da verme della morte. 

Le prime menzioni nell'occidente di queste strane creature furono pubblicate nel 1922 nell'"Asia Magazine", in cui l´esploratore e paleontologo Roy Chapman Andrews racconta episodi della sua avventurosa spedizione nella Cina e Asia Centrale del 1919.

Andrews ripubblica i suoi resoconti nel 1926 nel libro "On the Trail of Ancient Man" e in una simile versione sei anni più tardi nell´opera "The New Conquest of Central Asia ":

"Durante la seduta con il primo ministro mi fu chiesto di catturare un esemplare dell´Allergorhai Horhai per il governo mongolo. Questo é probabilmente un animale mitico, ma forse con un'origine nei fatti, poiché ogni Mongolo del nord ci crede e presenterà perlopiù la stessa descrizione. È detto che sia lungo due piedi [60 centimetri], il corpo a forma di salsiccia, senza capo, né arti *; è talmente velenoso che anche solo toccarlo può significare morte certa. E riportato di vivere nelle zone più aride, nelle regioni sabbiose del Gobi occidentale. Quale rettile può stare alla base per la descrizione di questo mistero!
Non ho mai trovato un Mongolo che volesse ammettere di averlo visto di proprio, anche se una dozzina dice di conoscere degli uomini che l'hanno visto.
In più, quando ci siamo addentrati nella regione che è considerata l'habitat preferito della bestia, i Mongoli in quel punto ci hanno raccontato che potesse essere trovato in grande abbondanza alcune miglia da li. Se non ci fosse questa profonda e generale credenza nella sua esistenza, lo considerei solamente un mito. Lo riporto qui nella speranza che futuri esploratori del Gobi abbiano più successo nel scoprire l´ Allergorhai Horhai.
"

Allergorhai Horhai acquista notorietà dal 1991 in poi come *"verme intestino", grazie al lavoro dell'ingegnere e autore ceco Ivan Mackerle (1942-2013). Mackerle si interessa al "verme della morte" dopo averne appresa l´esistenza da un racconto fantastico del paleontologo e autore Ivan Yefremov (1908-1972), che nel 1944 pubblica il racconto "Olgoï-Khorkhoï" ("il verme mostruoso"). In questa storia un gruppo di geologi è terrorizzato dai vermi della morte - forse da qui scaturisce il rumore che tra le vittime preferite di questa creatura ci siano i geologi. Da parte loro i geologi avrebbero bruciati vivi alcune di queste bestie nel 1948.

L´organismo - se mai esiste - che si cela dietro al mito del verme della morte rimane spunto di speculazioni - lombrico gigante, serpente o anfisbene relitto - comunque sta di fatto che i poveri geologi continuano ad essere cacciati da vermi mostrosi, sia nel classico "Tremors" (1990) o il più recente (e propriamente sconosciuto)  "Monster Worms / Mongolian Death Worm" (2010).


Il Graboid, se lo conosci, lo eviti...
 
Bibliografia:

COLEMAN, L. & CLARK, J.  (1999): Cryptozoology A to Z  the Encyclopedia of Loch monsters, Sasquatch, Chupacabras, and Other Authentic mysteries of Nature.Fireside Publ. - New York: 270
EBERHART, G.M. (2002): Mysterious Creatures - A Guide to Cryptozoology. ABC-CLIO, Santa Barbara: 723

Risorse Online:

DUNNING, B. "Olgoi-Khorkhoi: The Mongolian Death Worm." Skeptoid Podcast. Skeptoid Media, Inc., 8 Jan 2013. Web. 20 Jan 2013

9 gennaio 2013

A.R. Wallace - Il naturalista dimenticato

"Più ci pensavo, più cresceva la mia convinzione che avevo finalmente trovato la legge naturale a lungo cercata, che risponde alla questione dell´origine delle specie."
Alfred Russel Wallace (1905)

Nel 1858 la piccola isola di Gilolo (oggi conosciuta come Halmahera), situata nell'arcipelago delle Molucche, era una delle regioni più remote sul globo terrestre. Una lettera consegnata il 9. Marzo 1858 nella stazione postale più vicina - sull'isola di Ternate, doveva prima essere spedita a Singapore. Da lì una nave mercantile della “British P & O Steamship Company”, che collega Hong Kong a Suez, la trasportava fino al continente africano. Dopo un proseguimento sulla terra fermo fino ad Alessandria d'Egitto, la lettera passava per il Mediterraneo fino a Parigi e Rotterdam, per arrivare a Londra.

Così, dopo tre mesi, la lettera è arrivata puntualmente la mattina presto all’indirizzo di Down House, nella cittadina di Bromley nel Kent, a 26 chilometri sud-est da Londra e a 12.000 chilometri nord-ovest della Nuova Guinea. Questa lettera conteneva un articolo di 20 pagine, con seguente titolo: “On the Tendency of Varieties to Depart Indefinitely from the Original Type” - che presentava i primi concetti che forse potevano spiegare la ricca biodiversità, la distribuzione geografica e la presenza di attuali e estinte specie imparentate tra di loro nell’Indonesia, basandosi su un primo abbozzo che l’autore della lettera aveva formulato già nel 1855. L'autore della lettera rivolta al gentiluomo naturalista C. Darwin era un certo Alfred Russel Wallace, un autodidatta in scienze naturali nato in una povera famiglia l´8. gennaio 1823 nella città gallese di Usk.

Fig.2. A.R. Wallace durante il suo viaggio di ritorno in Singapore nel 1862, da J. G. Wilson (2000): The forgotten Naturalist. In search of Alfred Russel Wallace.

Wallace aveva lavorato prima come geometra e poi come insegnante. Durante questi periodi sviluppo una passione per la botanica e le scienze naturali. Il desiderio di cimentarsi in queste discipline divenne cosi forte che ad un certo punto iniziò a organizzare una spedizione per il Sud America. Parti nel 1848, e solo nel 1852, dopo quattro anni dedicati alla raccolta di una varietà incredibile di specie animali e vegetali, decise di tornare in Inghilterra. La sua ricca collezione e gli appunti li avrebbero sicuramente fruttato molte pubblicazioni e il rispetto dei naturalisti inglesi. 

Ma poi la catastrofe, la nave sulla quale stava viaggiando, il mercantile “Helen”, si incendio e affondo nel Nord Atlantico. Wallace riuscì a salvare solo alcuni disegni. Quando finalmente arrivò in Inghilterra il primo ottobre 1852, egli aveva praticamente perso tutto - la sua collezione, il suo reddito (si guadagnava da vivere vendendo campioni raccolti ai musei e collezionisti) e la sua speranza di ottenere notorietà dalle prestigiose istituzioni scientifiche nella Gran Bretagna. Solo la somma pagata dall’assicurazione per la sua collezione lo salvò dalla rovina finanziaria. Ma senza i suoi campioni e appunti era in grado di pubblicare solo un riassunto sul suo viaggio, una narrazione di viaggi sul Rio delle Amazzoni e del Rio Negro - un libro poco considerato al suo tempo. In un primo momento giuro di non viaggiare più su di una nave, pero solo un anno dopo la vecchia passione era ricresciuta tanto forte che si imbarco su una nave diretta verso l’Indonesia, a quei tempi una delle regioni meno note ai naturalisti europei. Il 20. Aprile 1854 sbarco a Singapore. Rimane in Indonesia per 8 anni, viaggiando in questo tempo per oltre 22.000 chilometri.
Fig.3. Il tragitto di Wallace tra il 1854-1862 con aggiunto le linee biogeografiche secondo vari autori.

La sua raccolta dopo il ritorno in Inghilterra conterà più di 125.660 esemplari di animali, e avrà scoperto 1.500 nuove specie di insetti e uccelli. Questa seconda spedizione sarà pubblicato nel 1969 nel libro “The Malay Archipelago”, e stabilirà Wallace come fondatore
della disciplina scientifica della biogeografia. Ironia della sorte che è stata la sfortuna che gli ha dato la possibilità di una importante scoperta che influnzera il suo interesse per la biogeografia. Il 31. gennaio 1856, Wallace perde la nave che doveva portarlo verso Sulawesi. Per 4 mesi rimane ad aspettare in Singapore, fino a quando decide di fare una deviazione passando per le isole di Bali e Lombok. Su queste due isole nota qualcosa di importante: anche se le due isole sono separate solo da un tratto di mare ampio 30 chilometri, le specie di animali sulle due isole variano notevolmente.
Su un lato dominano tigri, rinoceronti e primati, sull’ altro lato invece canguri , koala e gli splendidi uccelli del paradiso. Egli descrive queste due distinte regioni di fauna nel suo saggio “On the Zoological Geography of the Malay Archipelago” (1859) e separa dal punto faunistico la regione occidentale dell’Indonesia da quella orientale. Nota che queste provincie faunistiche si distinguono molto di più l’una dall’altra nelle specie di uccelli e animali quadrupedi, che per esempio l'Inghilterra e il Giappone, che pur essendo isole separate da un´intero contnente hanno in comune almeno alcune specie eurasiatiche.
Fig.4. Le regioni faunistiche proposte per l´Indonesia da Wallace.

Anche se Wallace non può ancora conoscere la tettonica regionale dell’Indonesia, né l’amplitudine delle passate variazioni del livello del mare, deduce correttamente che i fatti osservati possono essere spiegati solo da grandi cambiamenti della superficie terrestre.
La spiegazione proposta da Wallace troverà conferma solo più tardi. 


Durante l'era glaciale grandi quantità di acqua erano intrappolate nelle calotte polari sotto forma di ghiaccio. Il livello del mare per questo durante l'espansione massima del ghiaccio era fino a 180m inferiore rispetto ad oggi. Questo abbassamento “scopriva” lo zoccolo continentale tra l’Indonesia orientale e il continente asiatico, e tra l’Indonesia occidentale e il continente australiano, creando la terra di Sunda, che collegava Borneo, Sumatra, Giava e Bali con l'Asia, e la terra di Sahul, che collegava la Nuova Guinea con l'Australia. Solo isole o zone circondate da profondo mare rimangono isolate, come per esempio le isole di Celebes, Timor e Flores. La barriera naturale formata da profondi tratti di mare viene chiamata nel 1868 dal naturalista Huxley “Linea di Wallace”, e la regione, che non viene mai raggiunta da grandi quadrupedi sia dall’Asia o dall’Australia, viene definita oggigiorno come "Wallacea".
Ma ritornando un momento indietro nella piccola cittadina di Bromley - Darwin da parte sua si mette dal 20. luglio in poi al lavoro per scrivere, come lo vede lui, un breve riassunto della sua teoria sulla selezione naturale, che viene pubblicata il 24. novembre 1859 sotto il titolo "On the origin of species by means of natural selection, or the preservation of favoured races in the struggle for life".
È curioso notare che che uno dei meccanismi principali della sua teoria, la divergenza dei caratteri tra diversi organismi, é stata inserita nei suoi scritti proprio tra maggio e giugno 1858. Darwin ha copiato in parte da Wallace? Una teoria controversa tra gli studiosi e biografi di Darwin, ma senza ragionevole dubbio Darwin aveva abbastanza dati da se per dedurre il meccanismo dell´evoluzione - solo che forse li serviva l´ultima spinta per finalmente pubblicare la teoria in formato cartaceo.
Inoltre Darwin era in una posizione privilegiata in confronto a Wallace, Darwin era un gentiluomo della classe superiore britannica, aveva amici influenti, molto probabilmente Wallace da solo non avrebbe potuto promuovere la nuova teoria contro i preconcetti della scienza e società di quei tempi.
Questo non toglie che Wallace - spesso dimenticato ai tempi nostri - insieme a Darwin deve essere considerato uno dei pionieri dell’evoluzione, un principio fondamentale per capire veramente il pianeta terra.


BIBLIOGRAFIA:

Fig.1. e Fig.4 prese da WALLACE, A.R. (1876): Distribution of animals. Vol.1. Harper & Brothers Publishers. New York

23 dicembre 2012

The Thing - Una Recensione Geologica

"Sono costretto a parlare perché gli uomini di scienza hanno deciso di ignorare i miei avvertimenti senza approfondirne le ragioni. Contro la mia volontà, dunque, esporrò i motivi per i quali mi oppongo alla prevista invasione dell'antartico, e in particolare alla ricerca di fossili su larga scala,alla fusione delle antiche calotte polari e all'interruzione della sterminata monotonia di quelle regioni. La mia riluttanza è acuita dalla consapevolezza che, con tutta probabilità, i miei avvertimenti cadranno nel vuoto."
"Le Montagne Della Follia" di H.P. Lovecraft (1931/1936)

Uno dei mostri più classici nel cinema e la mummia, perlopiù con sembianze umane e sepolta in un antica tomba egiziana. Comunque l´ambiente naturale offre varie possibilità di conservare materiale organico: cadaveri possono essere conservati in torbiere, in ambiente desertico oppure nel permafrost o ghiaccio.

Mummie naturali conservate nel permafrost sono conosciute fin dal 1799, con la scoperta di uno scheletro di mammut con tessuto molle ancora attaccato alle ossa. Questa scoperta suscitò grande interesse e l´immagine del mammut imprigionata in un blocco di ghiaccio é tuttora popolare (anche se sbagliata). Ad oggigiorno 16 specie di grandi mammiferi dell´era glaciale sono conosciuti in forma di mummia.

Tra le carcasse meglio conservate si trovano diversi esemplari giovani di mammut, rispettivamente "Dima" (scoperta nel 1977) "Lyuba" (2007) e "Khroma" (2009), datati a 40-50.000 anni d´età. La loro eccezionale conservazione ha causato molte speculazioni, che hanno trovato anche via nell'immaginario cinematografico.

Nella carcasse di Khroma furono scoperti batteri fossili e ben conservati, che sono stati identificati come specie associate al antrace e alla peste - in seguito a questa scoperta Khroma fu sottoposta ad un trattamento ai raggi gamma per uccidere ogni possibile fattore patogeno. L´idea di un patogeno sconosciuto che sopravive all´interno di una delle sue vittime é un classico del genere horror. 

Nella produzione per TV "The Thaw" (2009) un team di paleontologi scopre una carcassa di mammut nella tundra canadese. L´innalzamento delle temperature globali sta lentamente scongelando il mammut (l´idea di animali preistorici conservati in un ghiacciaio è ripresa per esempio nei film "The Beast from 20,000 Fathoms" del 1953, con il Rhedosaurus -  il più conosciuto  rappresenta però senza dubbio e "Godzilla" del 1954, seguito nel 1957 da "The Deadly Mantis", con una mantide volante gigantesca). Durante lo scavo e l´autopsia dell'animale alcuni membri della spedizione vengono contagiati da un organismo che teme il freddo e si cela all´intero del suo ospite, divorandolo dall´interno.
 
La trama è indubbiamente ispirata dal molto più celebre "The Thing" del 1982. Un gruppo di scienziati in una remota base nell'Antartica viene attaccata da un organismo sconosciuto. Il parassita - come si scoprirà in seguito - è un'entità aliena, probabilmente senziente, che usa il corpo e la mente della sua vittima come involucro per celare la sua vera identità. 
Ghiaccio e freddo giocano anche un importante ruolo per confinare il gruppo di scienziati nella loro base e isolarli da qualunque aiuto - sembra che non ci sia speranza di scappare dalla creatura che può assumere qualunque forma desideri. 

The Thing fu ispirato dalla produzione del 1951 "The Thing  from another World", che a sua volta si basa sul racconto "Who goes there" (1938). Sorprendentemente "The Thing" è molto più vicino alla fonte originale che il film intermedio, in cui il mostro alieno è il classico umanoide degli anni cinquanta. 

 Fig.3. "Who Goes There" - le prime pagine del racconto di Don. A. Stuart, pubblicato nel 1938.

"The Thing" del 2011 era stato ideato come prequel del film del 1982, ma non contribuisce nulla alla storia in se e viene ampiamente ritenuto una mediocre copia dell´originale.

Uno dei film più strani ispirati sia dalle mummie di mammut sia da "The Thing" è la produzione TV "Mammoth" (2006), in cui una forma di vita aliena assume le sembianze di un mammut esposto nel museo di una piccola città… 

Ultima menzione a "Wyvern", produzione TV del 2009, con un drago (o dinosauro mutante ?) come protagonista che viene rilasciato da un ghiacciaio canadese.

Bibliografia:

HARINGTON, C.R. (2007): Late Pleistocene Mummified Mammals. In ELIAS, S.A. (ed.): Encyclopedia of Quaternary Science. Elsevier: 3197-3202
STONE, R. (2001): Mammoth - The Resurrection of an Ice Age Giant. Perseus Publishing, Cambridge USA: 271

25 novembre 2012

Un mondo senza storia

L'età della terra non si rivela a una prima superficiale osservazione - di fatto il filosofo Aristotele (384-322) proponeva un eterno mondo senza storia -  ma abbondanti indizi sono nascosti nelle rocce.

Uno dei primi a mettere in dubbio questo concetto di mondo immutevole fu l'anatomo e naturalista danese Nicolaus Steno (1638-1686), che introdusse il concetto di ciclo - e anche tempo - nella stratigrafia. Studiando le formazioni geologiche della Toscana, Steno dedusse che un singolo strato sedimentario si era depositato sul fondo marino. Quando il mare retrocede, l'erosione destabilizza i sedimenti finche avviene un crollo (per Steno la spiegazione di strati inclinati osservabili nella campagna toscana), nel bacino cosi formatosi affluisce il mare e si possono depositare nuovi strati. 


Fig.1. Il concetto stratigrafico di Steno, come pubblicato nel 1669 nel suo “Prodromus - la disposizione a ciclo della figura - sedimentazione - erosione -collasso - riempimento con nuovi sedimenti - non é casuale, ma voluto per esprimere il concetto di tempo dietro alla stratificazione osservabile negli affioramenti della Toscana.

Steno non specifica quanto tempo era necessario per formare tutti gli strati osservabili, ma sembra che si accontenta della cronologia biblica - che assumeva alcune migliaia di anni per l'età del mondo umano. Steno tenta una argomentazione naturalistica - cita fonti storiche e rovine di edifici antichi, che dimostrano che da almeno 4.000 anni la Toscana non era stata più invasa dal mare. Considerando che la maggior parte dei filosofi di quei tempi assumevano un´età della terra di 6.000 anni, rimaneva un lasso di tempo sufficiente per spiegare la stratificazione delle rocce sedimentarie.

Tra gli anni 1680 e 1690 il reverendo anglicano Thomas Burnet pubblica  "The Sacred theory of the earth : containing an account of the original of the earth and of all the general changes which it hath already undergone, or is to undergo, till the consumation of all things", una delle più belle opere che cercavano di riconciliare la fede nel resoconto biblico della creazione del mondo e i primi studi naturalistici di quei tempi. 

Fig.2. T. Burnet "The Sacred theory of the earth...[]".
 
L´immagine nel frontespizio riassume perfettamente il concetto della storia geologica di quei tempi: la creazione e la distruzione della terra inizia e si conclude in dio - la figura che sovrasta l´intero ciclo. La terra primordiale - il mitico giardino dell´Eden - è una sfera perfetta. La prossima immagine mostra la terra scaraventata nel caos durante il diluvio universale. Le acque impetuose spaccano la crosta terrestre, formando i continenti e le catene montuose. La terra attuale secondo Burnet era un mondo imperfetto, i ruderi del paradiso. Le ultime immagini mostrano la terra consumata durante la fine dei tempi dal giudizio universale e l´avvento di un nuovo paradiso. 

Burnet riconcilia la visione di un tempo finito e di un intervento divino con la fisica di Newton (1642-1726), che aveva scoperto le leggi che governano il moto delle stelle. Il concetto sovrannaturale di "Dio" usa ed è legato a delle leggi naturali.
 
Quasi 100 anni più tardi l´agronomo James Hutton (1726-1797) formulerà una nuova teoria della terra basandosi in parte su simili concetti come proposti da Steno, ma a dispetto dei suoi predecessori vedrà in questi il segno di un lasso di tempo praticamente incalcolabile. La terra secondo Hutton era un meccanismo perfetto che crea e distrugge rocce e sedimenti di continuo, in cicli (quasi) eterni (anche lui considera il giudizio universale come punto finale in cui si dirige il creato) simili ai cicli osservabili e soprattutto calcolabili delle stelle e i pianeti del firmamento. Cercare di comprendere questi cicli e periodo necessari per completare anche solo un singolo di essi, resta al di fuori delle possibilità della mente umana.
 
Solo dall´inizio del 19° secolo in poi naturalisti e soprattutto geologi - incitati dalla lentissima modificazione della vita animale come prevista nell'opera "L'origine delle specie" (1859) di C. Darwin - cominciarono a speculare apertamente sull'età della terra - e ben presto si aprì un abisso davanti ai loro occhi...

Fig.3. "E se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te" (da “Al di là del bene e del male“ di Friedrich W. Nietzsche, 1844 – 1900).

BIBLIOGRAFIA:

CUTLER, A.H. (2009): Nicolaus Steno and the problem of deep time. In Rosenberg, G.D. (ed.) The Revolution in Geology from the Renaissance to the Enlightenment. Geological Society of America Memoir 203: 143-148
DALL´OLIO, N. (2004): Vedere il tempo. L´interpretazione dei fossili e degli strati nella scienza tra ´600 e ´700. Monte Universitá Parma Editore: 257

22 ottobre 2012

Il terremoto dell´Aquila: il Verdetto

Una raccolta di resoconti, articoli e opinioni sul Verdetto dell´Aquila nei media nazionali/internazionali:

22.10.2012 - lithics (blog) - "The insanity of the Italian legal system"
22.10.2012 - paleoseismicity (blog) - "L’Aquila trial: Italian scientists guilty of manslaughter – up to six years in prison"
22.10.2012 - Earth - "Hazardous Living: Italian seismologists tragically convicted of manslaughter"
22.10.2012 - Scientific American - "Italian Scientists Sentenced to 6 Years for Earthquake Statements
22.10.2012 - Nature - "Italian court finds seismologists guilty of manslaughter"
23.10.2012 - The Trembling Earth (blog) - "Conviction of Italian seismologists – a nuanced warning
23.10.2012 - AGU - "Conviction of Italian Scientists May Hinder Open Discussion of Seismic Risk"
23.10.2012 - La Gazzetta del Sud - "Quake risk body chief quits over L'Aquila verdict"
23.10.2012 - The Guardian - "In praise of … Italian seismologists"

Il verbale della riunione Commissione Grandi Rischi é disponibile sul sito di Focus