29 novembre 2014

Il Vello d'Oro - tra Geologia e Mitologia

La ricerca degli argonauti del vello d'oro nell' antico regno di Colchide (collocato sulle coste orientali del Mare Nero) è un avventura leggendaria, ma forse si basa su alcuni osservazioni reali. Infatti Omero riporta la spedizione alla ricerca della pelle d' oro di un montone come storia reale nella sua “Odissea” (redatta nel VIII-VII secolo a.Chr.) e il poeta Apollo di Rodo nel III secolo avanti cristo dedica il suo poema "Argonautica" ai prodi avventurieri e offre una dettagliata descrizione del regno di Colchide, abitato dalle tribù dei Calibi, Tibareni e Mossineci (culture reali). 

Per spiegare la figura mitologica del vello d’ oro varie ipotesi sono state proposte nel tempo – tra cui un simbolo o stemma reale, oppure la memoria di una sconosciuta razza di pecora (con manto giallo), ma l' ipotesi più accreditata è che si tratta di una iconografia ispirata da una antica tecnica di estrazione dell’ oro con l' aiuto di pelli d’ animale.


Fig.1. Figurina in bronzo di un “montone-uccello”, scoperto in scavi archeologici nei pressi del villaggio di Khalde, Caucaso. Questo ibride forse si basa sa una iconografia ancora più antica, una pelle di montone (con testa e corna) usata per l’ estrazione dell’ oro (immagine da OKROSTSVARIDZE et al. 2014).


Tuttora delle pelli d’ animale vengono usate per l’ estrazione d’ oro nelle montagne del Caucaso. L' erosione nelle montagne del Caucaso è molto forte, dato che si tratta di una zona tettonicamente ancora molto attiva. I fiumi trasportano perciò grandi quantità di sedimento aurifero, per estrarre l’ oro l’ acqua viene versata su una pelle d’ animale e le piccole, ma pesanti, pepite d’oro si impigliano nella lana, mentre i ciottoli e la sabbia, materiale leggermente più leggero, vengono lavate fuori

Una tecnica che data indietro nel tempo, cosi scrive lo storico Strabo (44 a.Chr. - 23 d.Chr.) 

"Nei fiumi montani di questa regione ci sono grandi quantità d' oro, raccolto dai barbari tramite contenitori perforati e pelle di pecora". 

Anche se il vello d’ oro in un certo senso è reale, non è chiaro se davvero fu mai organizzata una spedizione greca per recuperare l’ oro o la tecnica d’ estrazione usato nel Caucaso. Dal tempo in cui viene collocato il leggendario viaggio – circa XI secolo a.Chr. – non esistono reperti archeologi che testimoniano una estrazione industriale del metallo prezioso che avrebbe potuto fare gola alle culture del mediterraneo. Nientedimeno racconti o descrizioni delle tecniche usate nel Caucaso a livello locale avrebbero potuto raggiungere anche l' antica Grecia e essere tramandate poi in tempi classici tramite racconti mitologici.


Bibliografia:


OKROSTSVARIDZE, A.; GAGNIDZE, N. & AKIMIDZE, K. (2014): A modern field investigation of the mythical “gold sands”of the ancient Colchis Kingdom and “Golden Fleece” phenomena. Quaternary International, In Press: 9

16 novembre 2014

Vivere tra le rocce - il camoscio alpino

Fin dall´antichità le zone alpine furono semplicemente identificate come le montagne di ghiaccio.
Le vette innevate, i desolati ghiaioni e le parete di roccia nuda d´alta montagna - erano ambiente contrapposto ai fiumi, laghi e fertili vallate alpine. Mentre gli ultimi facevano parte del regno umano, le zone d´alta quota erano terra di nessuno, o al massimo regno di animali reali e spiriti sovrannaturali. Un essere, che in certi casi era una via di mezzo tra questi due regni, era il camoscio alpino.


Il camoscio é un ungulato con aspetto tozzo e compatto, con mantello brunastro d´estate e scuro-nero d´inverno - caratteristico sono i disegni del muso con le redine nere (le fasce facciali) - tipico dell´ambiente montano. I camosci si trovano spesso al di sopra del limite del bosco, in ambienti ripidi e ricchi di rocce o con pareti rocciosi, che in caso di pericolo fungono da sicuro rifugio. Gli zoccoli robusti, larghi e divaricabili, con bordi duri e pianta di consistenza gommosa, facilitano l´arrampicata. Una plica cutanea tra le due dita aumenta la superficie d´appoggio e agevola lo spostamento su neve e ghiaccio d´inverno.
 
Il nome camoscio deriva probabilmente dal greco "kemas", che indicherebbe una capra selvatica (anche se non é chiaro se si riferiva all'odierno camoscio), termine che deriva a sua volta dal sanscritto "kamp", che significa saltellare, balzare. Il termine si evolve poi da camutium a camoccia nel medioevo a chamossius a chamosslus negli ultimi secoli al moderno camoscio. Il nome del genere Rupicapra - letteralmente capra delle rocce - fu ripreso da Carlo Linneo nel 1758 e il genere descritto scientificamente dallo zoologo francese Henri-Marie Ducrotay de Blainville nel 1816, anche se stranamente il camoscio fu considerato una peculiare specie di antilope europea invece che un animale imparentato con le capre vere e proprie.
 
Nella mitologia delle Alpi il camoscio gioca un ruolo come accompagnatore delle Saligen - le donne spirito, custode delle ricchezze e delle forze della natura alpina. Erano animali, in particolare individui bianchi, sacri alle Saligen e il cacciatore sprovveduto avrebbe pagato a caro prezzo il sacrilegio di abbatterne uno.


Comunque il camoscio era una preda troppo ambita e ricercata, dato che la caccia era difficile, per via dell´abitudine dell´animale di rifugiarsi in pareti rocciose, ma poteva essere molto redditizia. Il sangue del camoscio appena ucciso, cosi il grande naturalista Svizzero Conrad Gesner (1516-1565) "veniva consumato da alcuni cacciatori come fresco sgorga dalla ferita, come peculiare medicina contro ogni forma di vertigine." La bile era considerata medicina contro ogni problema della vista, anzi, era cosi efficace che rendeva possibile la visione notturna. Il trofeo più ambito era di gran lungo la roccia bezoar. Nello stomaco di questo ruminante i resti vegetali non digeriti, insieme a capelli, resina e sali, possono formare una palla dura. Al bezoar, recuperato dallo stomaco del camoscio, veniva attribuito un potere magico e curativo contro ogni male delle viscere. 


Fig. 2.& 3. Il camoscio e rocce bezoar, tratti da Lebenwaldt, A. von (1730): Damographia: oder Gemsen Beschreibung.

Si narra che il camoscio in fuga usava le sue corna ricurve per arrampicarsi sulle pareti più ripide e se non c'era più possibilità di fuga, preferiva la morte, buttandosi nel dirupo… (la scienza moderna sembra non confermare questa abitudine).

 


Bibliografia:

TRAAß, V. & LIECKFELD, C.-P. (2005): Mythos Berg - Götter, Gipfel und Geschichten. BLV-Verlag: 208

24 ottobre 2014

Il Granito di Bressanone - Un'indagine petrografica

"Noi abbiamo rapiti i fulmini al cielo, ma quel che è a poca profondità sotto questa terra che tutti calpestano è ancora un gran mistero"
 

Macedonio Melloni (1798-1854), primo direttore dell´Osservatorio del Vesuvio

La teoria della differenziazione magmatica spiega anche le osservazioni pratiche in campo.
 
Il Granito di Bressanone é stato descritto per la prima volta dal geologo Adolf Pichler, che includeva anche un ammasso tonalitico, denominato da lui "Schisto oligoclasico", in questa unita geologica. Oggigiorno vengono suddivise nel Granito/Plutone di Bressanone e la Lamella Tonalitica di Mules, dato che separate sia tettonicamente che temporalmente (Il granito è datato al Permiano, mentre la tonalite all'Oligocene).
 
Il Granito di Bressanone è petrograficamente prevalentemente un Granodiorite. Datato a circa 200 milioni di anni, è l'equivalente plutonico (cioè raffreddatosi e cristallizzato in un profondità di 12 chilometri) dell'Ignimbrite di Bolzano (raffreddatosi, cristallizzato e depositato in superficie). L'intrusione magmatica appare a prima vista molto omogenea, partendo dai dintorni di Brunico nella Val Pusteria, raggiunge il suo massimo spessore apparente nella conca di Bressanone, per poi proseguire in direzioni Merano. Verso nord è delimitata tettonicamente dalla Faglia Periadriatica, mentre verso ovest e nord si può osservare un contatto metamorfico, dove la roccia magmatica incandescente ha alterato le Fillade di Bressanone.

Un' osservazione più attenta rivela che questo plutone e composto da diversi tipi di rocce ignee, che si differiscono sopratutto nel loro contenuto di cristalli mafici (di colorazione scura, come pirosseni, anfiboli e miche) - si possono trovare granito a due miche, granodiorito biotico-anfiboliche, locali varietà di graniti leucocratici e gabbri, pegmatiti e apliti.
 
Fig.1. Diagramma di Streckeisen, in onore del geologo Svizzero Albert Streckeisen (1901-1998), a cui si devono importanti contribuiti per la classificazione petrologica moderna. In questo diagramma triangolare, delimitato dai minerali principali  - quarzo - plagioclasio - feldspato potassico -  si possono inserire tutte le rocce ignee supersature di silicio (cioè rocce acide, in cui si può formare del quarzo cristallino libero).
 
Il Granodiorito, tipo di roccia dominante, si presenta composto da quarzo, feldspati, mica chiara e scura, da grana media o medio-grossa, variamente disarticolato da giunti e fratture.


Il Gabbro a grana media è caratterizzato dalla dominanza dei feldspati, la pressoché assenza di quarzo che viene rimpiazzato da pirosseni di colorazione grigio-verdi.


La Quarzo-diorite è composta da feldspati, anfiboli e quarzo libero, che danno alla roccia un colore grigio-chiaro.


Le diverse litologie sono state generate in fasi successive, con diversi gradi di differenzazione e in diversi episodi di intrusione-magmatica, anche se non è ben chiaro l'origine del magma primario.

L'intrusione del Granito di Bressanone coincide con il formarsi del supercontinente di Pangea. Questo avrebbe, come una coperta isolante, causato un aumento delle temperature alla base della crosta continentale e la fusione del mantello. Il mantello comunque si sarebbe fuso solo incompletamente, generando diverse tipologie di magma primario, da basaltico a grano-dioritico. 

In alternativa il mantello avrebbe potuto produrre solo magma di composizione basaltica, che risalendo si sarebbe differenziato per via di cristallizzazione frazionata o essere stato contaminato dalla fusione parziale di rocce della crosta continentale.

Bibliografia:
 
BARBARIN, B. (1999): A review of the relationships between granitoid types, their origins and their geodynamic environments. Lithos 46: 605-626
BISTACCHI, A.; DAL PIAZ, G.V.; DAL PIAZ, G.; MARTINOTTI, G.; MASSIRONI, M. ; MONOPOLI, B. & SCHIAVO, A. (2003): Carta Geologica e Note illustrative del transetto Val di Vizze - Fortezza (Alpi Orientali). Memorie di Scienze Geologiche Vol.55: 169-188
CLERICI, A. (2013): Passeggiate Geologiche in Valle Isarco. Casa Editrice A. Weger, Bressanone: 363
SANDER, B. (1906): Geologische Beschreibung des Brixner Granits. Jahrbuch d. k.k. geol. Reichsanstalt. Bd. 56 (3+4): 707-743
STINGL, V. & MAIR, V. (2005): An introduction to the geology of South Tyrol. Office of Geology and Material Testing, Cardano (BZ-Italy): 80
YOUNG, D.A. (2002): Norman Levi Bowen (1187-1956) and igneous rock diversity. From OLDROYD, D.R. (ed.); The Earth Inside and Out: Some Major Contributions to Geology in the Twentieth Century. Geological Society, London, Special Publications Nr. 192: 99-111

11 agosto 2014

Come Darwin sbufalo la Sirenetta

"Le sirene esistono ma ce lo nascondono"
Una politica italiana nel 2013

Ha fatto il giro dei soliti siti di fuffa la recente notizia del ritrovamento di un corpo di sirenetta sulle spiagge di Lampedusa. Nel miglior caso la solita bufala d´estate (si tratta di foto del 2011 riprese sul set di "Pirati dei Caraibi"), nel peggiore caso un esempio del pessimo gusto dei fuffologi, poiché alla notizia è stata data "veracità" affermando che la scoperta è stata fatta durante il recupero di naufraghi al largo della costa italiana!
 
Ma non sarebbe la prima volta che il grande pubblico rimane incantato da una sirena.
 
Da sempre l´uomo è affascinato da presunti mostri, ma solo nel 17° secolo la scienza comincio a occuparsi di questo fenomeno. Nel 1792 il naturalista inglese Robert Plot scrive nella sua "Natural History of Oxfordshire"
 
"Devo considerare, come primo, oggetti naturali, qualora abbiano ritenuti la loro forma primaria o nell´ambito del loro sviluppo siano rimasti normali, come animali, pianti e strutture del mondo naturale. Come secondo, l´estravagante e con difetti, causato sia dalla deformazione del tessuto o limitazioni o malformazioni, come visto nei mostri."
 
Lo zoologo Étienne Geoffroy Saint-Hilaire é ancora più preciso a riguardo, le malformazioni dei mostri non sono casuali, ma rispecchiano certe regole - studiando mostri e le loro deformazioni si può scoprire le regole naturali che governano lo sviluppo della vita sulla terra.
 
"I mostri non sono scherzi della natura; la loro organizzazione e sottoposta a regole; a precisi leggi, e queste regole, questi leggi, sono identiche a quelle che controllano il sviluppo della serie animale; in una parola, i mostri sono creature comune, o meglio, non esistono mostri, dato che la natura e tutt'una."
 
Per Saint-Hilaire certe deformazioni individuali rispecchiavano semplicemente un passo più primitivo della linea evolutiva di una specie. Un individuo di tetrapode nato senza arti rispecchia semplicemente una presunta "fase di pesce", che in un tempo remoto la linea evolutiva in soggetto aveva dovuto passare.
 
Non sorprende, conoscendo l´interesse dei naturalisti per questo soggetto, che anche il grande pubblico ne rimase affascinato.
 
L´Inghilterra vittoriana era ossessionata dai mostri e fiere e collezioni di strane creature abbondavano nella Londra di quei tempi. I mostri più celebri erano strani ibridi tra uomo e animale, come la sirena - meta donna e per meta un pesce. Ritenute creature inverosimili da taluni, altri naturalisti, forse meno esperti in anatomia, consideravano la loro esistenza possibile e anche il grande pubblico era abbastanza ottimista (o abbastanza interessato alla cosa da pagare per visitare le rispettive esposizioni nei "freak shows").
 
Nel 1822 a Londra in una piccola esposizione apparve quello che fu ritenuto la più tangibile prova per l´esistenza delle sirene.  In una vetrinetta era esposto un essere con una lunga coda di pesce e le braccia e il cranio dall´aspetto antropomorfico, con tanto di lunghi capelli e piccoli capezzoli sul petto. Il reperto era stato acquistato dal capitano Samueal Barrett Eades per una cifra equivalente a una nave mercantile (aveva venduto la nave che gestiva per comprarlo) in Batavia (Indonesia). Per rifarsi del denaro investito, fu allestita un'esposizione con tanto di annunci pubblicitari in diversi giornali londinesi. 

Fig.1. La sirenetta del capitano Eades in una stampa pubblicitaria del 1822.

E curioso notare che Eades si mise in contatto con un noto chirurgo per confermare la veracità del reperto come nuova specie, questo confermo solo che si trattava di un falso composto da parti di salmone e orango! 
Eades non si arrese e ben presto in un giornale inglese apparve un articolo che, basandosi anche sulla lunga lista di avvistamento di sirene nel passato e l´apparente mancanza di linee di sutura nel reperto (nascosto dai falsi seni), dichiaro che si trattava di una scoperta scientifica genuina. La discussione continuò fino al 1823, ma il pubblico perse rapidamente l´interesse nel reperto, sta di fatto che per quasi venti anni non si seppe quasi più nulla, a parte periodiche affermazioni che qualcuno aveva scovato uno strano essere tra le curiosità esposta in diverse fiere locali.
Nel 1842 riappare negli Stati Uniti, ora venduto dal famoso imprenditore Phineas Taylor Barnum come sirenetta delle Feejee, con tanto di naturalista fasullo che l´aveva raccolta durante una delle sue avventurose spedizione nel Pacifico. La sirenetta, cosi la pubblicità, era l´anello mancante tra uomo e pesce, come il pesce volante era l´anello mancante tra uccelli e pesci !
 
La pubblicazione della teoria sull´evoluzione di Darwin nel 1859 fu un duro colpo per questa credenza. Darwin spiegava che l´evoluzione era un processo lento e che occorreva tramite minuscoli cambiamenti degli organismi - ma le creature mostrate nei "freak show" erano quelle più deformati e inverosimilmente sarebbero potuti sopravvivere in natura tanto a lungo da trasmettere le loro deformazioni alla prole. Inoltre erano organismi ibridi tra diverse linee evolutive, come pesci e mammiferi, linee evolutive che si erano separate in tempi geologici troppo remoti e non potevano perciò più incrociarsi.
 
Ma ucciso un mostro ne appare subito un altro. Ben presto le rispettive esposizioni presentavano al pubblico pagante un nuovo mistero della scienza, il presunto "missing link" - un strano ibrido tra uomo e scimmia, con postura bipede e grande cervello, ma sembianze scimmiesche.

Fig.2. "Cos´é ?", una stampa pubblicitaria dell´American Museum, pubblicata nel 1860. "È un essere inferiore dell´uomo, o il prossimo passo evolutivo della scimmia? oppure é entrambi in combinazione?"

L´uomo scimmia sembrava un concetto supportato dalla teoria dell´evoluzione, almeno un´evoluzione vista come predefinita e lineare, in cui le odierne scimmie e l´uomo moderno formano i punti terminali. Già Darwin riconobbe l´errore in questo mito popolare e ripetutamente nelle edizioni del suo "Origin of Species" ricorda che l´antenato comune di due specie non deve necessariamente assomigliare a una di queste o apparire come una loro combinazione. 

Purtroppo il concetto prevale anche ai tempi nostri… continua ….

Bibliografia:

ASMA, S.T. (2001): Stuffed Animals and Pickled Heads. The Culture and Evolution of Natural History Museums. Oxford University Press: 319
BLUMBERG, M.S. (2009): Freaks of Nature. What anomalies tell us about development and evolution. Oxford University Press: 341
BONDESON, J. (1999): The Feejee Mermaid and other Essays in Natural and Unnatural History. Cornell University Press: 315
DA COSTA, P.F. (2000): The understanding of monsters at the Royal Society in the first half of the eighteenth century. Endeavour Vol. 24(1): 34-39
GOODALL, (2005): Performance and Evolution in the Age of Darwin. Out of the Natural Order. Routledge edition: 288

8 agosto 2014

Il mistero del Granito II - La nascita delle Rocce Ignee

Dopo l'avvento del Plutonismo (una teoria geologica che assume che le rocce ignee si formano dalla cristallizzazione del magma) nel 19° secolo ben presto si cerco di capire l' esatto meccanismo della formazione dei componenti/cristalli che compongono le rocce solidificate. È chiaro che il magma, la roccia fusa, deriva dal mantello terrestre, che dovrebbe (per motivi termodinamici) essere chimicamente molto uniforme. Questo pone un grande problema, da un mantello cosi monotono si potrebbero - in teoria - derivare solo un limitato numero di rocce, più precisamente:
 
- Le rocce plutoniche, formandosi dalla lenta cristallizzazione del magma in profondità  sono caratterizzate da cristalli di grandi dimensioni.
- Le rocce effusive, raggiungono velocemente la superficie terrestre, dove il rapido raffreddamento forma materiale vetroso o solo piccoli cristalli.

Fig.1. Un singolo cristallo di feldspato in una matrice composta da cristalli molto piú piccoli e meno sviluppati - plutone di Terlano.
 
Ma le rocce ignee terrestri non mostrano solo una variazione della loro tessitura, ma anche una notevole varietà nei minerali che le compongono.
 
Nel 1851 il chimico Robert Wilhelm E. Bunsen (1811-1899) propose che di fatto esistono almeno due varietà di magma nella crosta terrestre - le "pirrosseniti", con una composizione basica (con un basso contenuto di silice), e le "trachiti", con una composizione acida (alto contenuto di silice). Tutte le restanti rocce ignee terrestri si formano quando queste due varietà si mescolano nella crosta terrestre. Bunsen comunque non riuscì a spiegare come queste due riserve di magma potevano restare separate nel mantello terrestre.
 
Il giovane geologo Charles Darwin propose una teoria alternativa -  un magma uniforme e primario perdeva o acquistava dei minerali grazie al loro peso specifico variabile. Darwin basa quest´idea intrigante sulle sue osservazioni geologiche effettuate durante il viaggio attorno al mondo a bordo del "Beagle", soprattutto dopo aver visitato l' isola di origine vulcanica La Ascension.
 
"Credo che non vi possano essere dubbi che in questi casi i cristalli decantino in ragione del loro peso. Il peso specifico del feldspato varia da 2,4 a 2,58, mentre l'ossidiana sembra essere di solito tra 2,3 e 2,4; in una condizione di fluidità il suo peso specifico sarebbe probabilmente minore, il che dovrebbe facilitare la sedimentazione dei cristalli di feldspato. … La decantazione dei cristalli all'interno di una sostanza viscosa come quella delle rocce fuse, come è avvenuto in maniera inequivocabile nel caso dell'esperimento di Drée, merita un esame più attento, perché il fenomeno chiarisce il problema della separazione delle serie laviche trachitiche e basaltiche."
 
Ma solo grazie agli esperimenti sulla cristallizzazione condotti dal geologo Norman Levi Bowen (1887-1956) si riuscì a spiegare l'esatto meccanismo della formazione delle rocce ignee.
Nel 1913 Bowen pubblicò uno dei più famosi diagrammi nelle scienze della terra - la reazione continua tra i due termini estremi dei plagioclasi - Anortite - Albite, che avviene durante la cristallizzazione di un magma. 

Fig.2. Il diagramma della cristallizzazione dei feldspati, da Bowen "The Melting Phenomena of the Plagioclase Feldspars" (1913).

Raffreddandosi, da un magma si differenziano continuamente cristalli, la cui composizione varia rispetto al fluido primario (il meccanismo funziona in entrambi le direzioni, cioè se si fonde un cristallo si possono formare diverse fluidi). Se sia il magma, sia i cristalli rimangono in contatto a fine cristallizzazione la roccia risultante avrà la stessa composizione sommaria del magma primario. Se pero i cristalli sono esportati dal sistema, il magma restante avrà una composizione impoverite di certi elementi (che si trovano ora nei cristalli) e sarà a sua volta arricchito relativamente di altri elementi. Da questo magma residuo si potranno generare altri minerali e cosi anche nuovi tipi di rocce ignee.

Primo passo: Generazione di un magma, tramite fusione parziale delle rocce del mantello, se questo magma primario risale nella crosta terrestre, comincia a raffreddarsi e cristallizzarsi

Secondo passo: I meccanismi della differenziazione magmatica successiva, che separano cristalli e fluido, comprendono:
 
-    Segregazione tramite gravità e peso specifico (come proposta in parte da Darwin)
-    Segregazione tramite correnti di convenzione nei corpi magmatici
-    Segregazione di magma non mescolabili tra di loro

Possibile terzo passo: A questi si aggiungono successivi meccanismi che possono contaminare il magma primario e residuo:

-    Se magma già in parte differenziati si mescolano, possono formarsi nuove variazioni di magma, da cui si possono cristallizzare nuove rocce ignee
-    Assimilazione e contaminazione con rocce preesistenti
 
Continua…
 
Bibliografia:
 
CHIESURA, G. (2013): Isole di Darwin - Un curioso in mezzo al mare. CD-Rom
YOUNG, D.A. (2002): Norman Levi Bowen (1187-1956) and igneous rock diversity. From OLDROYD, D.R. (ed.); The Earth Inside and Out: Some Major Contributions to Geology in the Twentieth Century. Geological Society, London, Special Publications Nr. 192: 99-111
YOUNG, D.A. (2003): Mind over Magma - The Story of Igneous Petrology. Princeton University Press, Princeton - Oxfordshire: 693

6 giugno 2014

La Grande Guerra nelle Dolomiti

"Poiché quando, siano in tempi antichi o moderni, sono stati raggiunti tali grandi prodezze da parte di cosi pochi contro cosi tanti,...[]"
Hernando e Pedro Pizzarro, 1532
 
La conformazione di un paesaggio può influenzare notevolmente sulle strategie da adottare durante una campagna militare.
Fiumi e paludi rallentano un esercito in avanzamento e profonde gole o falesie possono fermare perfino l´avanzamento delle truppe.
Punti prominenti - come montagne o ammassi rocciosi - possono fungere da punti d´osservazione e con l' avvento della mitragliatrice e artiglieria pesante un singolo punto situato abbastanza in alto e fortificato poteva fermare una intera armata.
 
Nel 1915 la Grande Guerra raggiunse uno dei campi di combattimento più estremi dal punto geologico  - gli atolli fossili delle Dolomiti. Mai prima d'ora la guerra meccanizzata era stata combattuta in un ambiente cosi estremo - difatti a fine conflitto valanghe, freddo e frane avranno causato più vittime che le stesse operazioni di guerra. La conformazione topografica rese impossibile attacchi diretti, come si era abituati nelle pianure.

Le creste delle montagne sovrastanti le valli e i passi tra il regno d' Italia e l' impero Austro-Ungarico  erano di vitale importanza strategica, e ben presto si adottò la guerra di trincea e le montagne furono trasformate in roccaforti naturali.  Una di queste fu il massivo del  Lagazuoi (2.700m), la cui ripide parete sovrasta il passo di Falzarego (2.105m). Il passo si sviluppa nei sedimenti marnosi e facilmente erodibili della formazione di San Cassiano, mentre il Lagazuoi e formato dalla Dolomia di Cassiano, un' antica struttura di reef che progradà nei sedimenti di bacino.
 
Fig.1. Il massiccio del Lagazuoi, le trincee austriache erano situate sulla piattaforma sommitale, le postazioni italiane a circa meta parete, sopra il passo di Falzarego.

Le linee di difesa della armata austriaca erano situate sulla cresta del monte, mentre gli italiani attaccarono dal basso, riuscendo ad installarsi a meta parete sulla cinta di Martini, formata da una faglia di sovrascorrimento che spacca in due il nucleo del reef. Questa spaccatura naturale fu scavata e ampliata dagli italiani per stabilirci una linea di attacco, mentre gli austriaci cercarono di stanare gli soldati avversari con granate e bombe gettate dall' alto - ma invano, nessuna delle parti riuscì nell' intento e
 
Fig.2. Trincea austriaca sopra il precipizio della parete del Lagazuoi.

Per sbloccare la situazione di stallo tra le due armate si cerco di causare delle frane artificiali oppure di scavare delle galleria fino al di sotto delle rispettive trincee nemiche, per poi farle saltare in aria. Nel luglio 1916 gli austriaci iniziarono a scavare una galleria per raggiungere la cinta di Martini, ma gli italiani risposero con due gallerie proprie, è riuscirono ad avanzare più velocemente. In risposta gli austriaci cominciarono a scavare in direzione di queste due galleria di attacco e nel gennaio del 1917 brillarono una mina, che fece  franare le due linee scavate dagli italiani.
Gli austriaci ripresero gli scavi alla galleria principale, che era alta 1,8 - e ampia 0,8 metri, il minimo indispensabile per far passare e lavorare i minatori. I minatori riuscirono ad avanzare 0,3 a 1,7 metri al giorni, in parte con trapani meccanici e più lentamente con scalpello e martello. Il 22 maggio dell' anno 1917 la mina di 24.000 chilogrammi di esplosivo fu brillata, la risultante esplosione e frana distrusse completamente la posizione nemica.

Fig.2. La fotografia, scattata dal maggiore Karl von Raschin, cinque minuti dopo l´esplosione della mina austriaca il 22 maggio 1917 al Lagazuoi.

Fig.4. La cicatrice - alta 200 metri e ampia 136 - sul Piccolo Lagazuoi causata dall' brillamento della mina nel 1917.
 
Ancora per settimane dalla montagna sventrata materiale continuerà a  franare, portando con se i resti dei soldati caduti …

La guerra d´alta montagna combattuta nelle Dolomiti non sarà decisiva per il fato della Prima Guerra Mondiale, che termina 1918 - resta la memoria e la cicatrice sulla montagna, silenzioso monito della follia umana.
 
Bibliografia:
 
LANGES, G. (2012): Die Front in Fels und Eis - 1915-1918. Verlagsanstalt Athesia, Bozen: 232
ROSE, E.P.F. & NATHANAIL, C.P. (eds.) (2000): Geology and Warfare: Examples of the Influence of Terrain and Geologists on Military Operations. The Geological Society : 501
TROMBETTA, G.L. (2011): Facies analysis, geometry and architecture of a Carnian carbonate platform: the Settsass/Richthofen reef system (Dolomites, Southern Alps, northern Italy). Geo.Alp, Vol.8: 56-75

2 giugno 2014

Alla Ricerca del Serpente marino

Nel corso del 19° secolo nessun altro presunto criptide raggiunse tale fama quanto il "Serpente marino". L' atteggiamento possibilista non solo del pubblico e i media, ma anche dei naturalisti, verso l' esistenza di una grande rettile marino ancora sconosciuto alla scienza fu alimentato dalla scoperta dei primi rettili marini fossili nell' Inghilterra vittoriana. Nel 1812 la giovane Mary Anning insieme a suo fratello Joseph scopri uno dei più completi scheletri di Ittiosauro, seguito nel 1821 dal fossile di un Plesiosauro.

Fig.1. La descrizione di un' strano incontro con un serpente marino nel 1817 nel porto di Gloucester (Massachusetts), 5 anni dopo la descrizione dei primi rettili fossili dell' Inghilterra- la divulgazione della notizia sarà seguita da un improvviso  picco di presunti avvistamenti di mostro marini nei mari americani…

Nel 1827 il botanico e amico di Darwin, Sir William Hooker, riferendosi ai Ittiosauri e Plesiosauri, conclude in una nota:
 
"le recenti scoperte di Plesiosaurus e Megalosaurus hanno richiesto ben più grande fede che quella del serpente, la descrizione dell' ultimo ha ricevuta poca credibilità, perfino ridicolizzata..."
 
Nell' opera del geologo Robert Bakewell "Introduction to Geology" (1833) viene introdotta una idea che diverrà molto popolare per spiegare un presunto criptide 100 anni più tardi:
 
"la congettura intrigante di Mr. Bakewell, che potrebbe trattarsi di un sauro, coincide ben meglio con l' assunzione che si tratti di un Plesiosauro che non di un Ittiosauro, dato che il corto collo del secondo non coincide con il generale aspetto del serpente marino."
 
L' ipotesi Plesiosauro fu anche applicata ad un dei più spettacolari e noti incontri con un mostro marino - il presunto serpente avvistato dalla ciurma del "HMS Daedalus", che risulto in una disputa furiosa nel  "The Times", in cui alzo la sua voce perfino il grande zoologo Richard Owen.
 
Nel 1849 l' editore del giornale "The Zoologist" - Edward Newman  - pubblico un resoconto di seconda mano di un avvistamento di mostro la cui descrizione coincide con la ricostruzione di Plesiosauri popolare al tempo :
 
"Capitano George Hope afferma, che quando a bordo del HMS Fly, nel golfo della California, il mare era perfettamente calmo e trasparente, vide in fondo un grande animale marino, con la testa di generale conformazione di alligatore, eccetto che il collo era molto più lungo e invece di arti la creatura aveva quattro grandi pinne, simili a quelle delle tartarughe.. la creatura era ben visibile, e i movimenti poterono essere osservati con gran' facilità, sembra che facesse caccia a delle prede sul fondo del mare."

Fig.2. Ricostruzione in vita di Plesiosauro e Ittiosauro, da TOULA "Lehrbuch der Geologie" (1900), curioso che questi rettili marini sono mostrati come animali terrestri nell' immagine, sta di fatto che nel 1933 fu descritto un presunto incontro con Nessie sulla terra ferma ! - il primo avvisatmento moderno del presunto mostro di Loch Ness, che fu descritto come sauro e che una generò un ondata di avvistamenti di "Plesiosauri d' acqua dolce"...
 
 Nel 1845 il geologo Charles Lyell, durante un viaggio negli Stati Uniti, si imbatté in un strano cartello che pubblicizzava la scoperta ed esposizione di un scheletro di serpente marino lungo quasi 30 metri. Lyell era molto interessato ai racconti ed avvistamenti di mostri marini - perfino include una serie di presunti avvistamenti nella sua opera "Second Visit to the United States of North America", pubblicata nel 1849. Lyell oggigiorno è famoso per la formulazione dell' uniformatismo - cioè la teoria che le forze naturali che scolpiscono la terra oggigiorno sono le stesse che operavano nel passato geologico.
Basandosi su questa premessa per Lyell era anche impossibile l' estinzione di una specie, dato che anche oggigiorno non si osserva l' improvvisa apparizione di nuove specie (Darwin pubblicherà il suo libro sulle origine delle specie appena nel 1859), cosi doveva essere in passato. La presunta esistenza di mostri marini - identificati come sopravvissuti rettili marini - sarebbe una prova biologica indipendente che avvallerebbe la sua teoria geologica.
 
Il presunto scheletro di serpente marino - "descritto scientificamente" come Hydrarchos sillimani - ben presto sarà esposto come falso composto dai resti fossili di vari animali preistorici. Senza alcuna prova biologica e tangibile, alla fine dei conti Lyell rinuncerà di includere mostri marini nelle sue restanti opere geologiche.
 
A fine secolo l' interesse del pubblico per serpenti marini velocemente diminuisce, anche se vengono pubblicati ancora alcuni interessante opere che riassumono molti  casi o cercono di spiegare gli avvistamenti con incontri con squali o calamari giganti (GOULD 1886; OUDEMANS 1892; LEE 1883).
 
Solo dal 1930 in poi inizierà una nuova ondata di avvistamenti - con il Cadborosaurus willsi negli Stati Uniti e Nessiteras rhombopteryx nella Scozia - anch' essi interpretati come sopravissuti relitti del passato… sopratutto Nessie com Plesiosauro...
 
Bibliografia:
 
LOXTON, D. & PROTHERO, D.R. (2013): Abominable Science! - origins of the Yeti, Nessie, and other Famous Cryptids. Columbia University Press, New-York: 368