7 febbraio 2015

Bigfoot come il "Missing Link" ?

"…Schlockthropus or Schlock, considered by us scientists as the missing link, I believe it's the greatest scientific discovery of the last eight weeks."
Professor Shlibovitz, in "Schlock" (1973)

Una mattina fredda pochi giorni prima della festa di ringraziamento americana del 1969 un gruppo di residenti della cittadina di Colville (Washington, U.S.A.) si era recata alla discarica di Bossburg nei pressi del confine con il Canada.
Strane storie circolavano di questo luogo, l’anno prima una donna aveva affermato di avere visto una strana creatura e di tanto in tanto si avevano rinvenuto enormi impronte di piedi nudi, ma lunghi 43cm.
E davvero quella mattina il gruppo di visitatori scopri nella neve delle nuove tracce, e ulteriori ricerche da parte di naturalisti amatoriali nei prossimi giorni rilevarono più di 1.000 impronte. Alcune di queste impronte, un piede sinistro, mostravano una peculiare deformazione, a tal punto che la traccia divenne nota sotto la denominazione di “Cripplefoot” - o piede zoppo.

Cosa fa di questo tipico avvistamento di “bigfoot” - un presunto primate mezzo uomo e mezzo scimmia, alto fino a 2 metri e con un peso stimato di mezza tonnelata - un caso notevole, e proprio le peculiarità anatomiche di queste tracce. L’antropologo americano Grover Sanders Krantz (1931-2002) alcune settimane dopo la faccenda esamino alcuni calchi prelevati dalle impronte. Autorità nel suo campo, i dati anatomici della deformazione convinsero Krantz che non si poteva trattare di un’impronta artificiale, o in alternativa il truffatore possedeva conoscenze anatomiche straordinarie.

Sulle tracce di Krantz ben presto segui il suo collega Jeffrey Meldrum.
 

L’antropologo Meldum della Idaho State University si è specializzato sulla dinamica e locomozione dei primati. Allo stesso tempo si dedica alla ricerca con rigore scientifico delle tracce attribuite a bigfoot, una passione che li ha procurato una fama controversa. Meldrum afferma anche di avere avuto un contatto indiretto con il presunto criptide. Durante una escursione al lago canadese di Snelgrova la capanna in cui i ricercatori dormivano fu colpita da alcune pietre lanciate da una misteriosa creatura.

Ma la strana storia del bigfoot o abominevoli uomo delle nevi comincia con altre tracce e alcuni anni prima. Nel 1951 l’alpinista (e burlone) Eric Shipton fotografo un’impronta che suscito grande interesse nei media e tra il pubblico generale. In un articolo sulla rivista Nature, Wladimir Tschernezky, professore di zoologia al Queen Mary College in Londra, pubblico un breve articolo sulla pista del presunto Yeti, concludendo che l’abominevole cammina come un´umano e fosse simile nella sua anatomia al primate fossile Gigantopithecus. L´ipotesi si basa in parte su una errata ricostruzione di questo enigmatico primate del Pleistocene asiatico, di cui esistono solo pochi resti fossili. Il paleontologo Franz Weidenreich (1873-1948), che aveva studiato alcuni di questi resti, considerava l´evoluzione dell´uomo una linea diretta, da antenati piú scimmieschi alla specie moderna di Homo sapiensGigantopithecus, per lui, era una forma intermedia, perciò bipede, ma con corporatura massiva e densa pelliccia (le ricostruzioni moderne vedono Giganto come specie affine al moderno orango). 


 
Fig.1. La copertina della rivista ARGOSY del febbraio 1968, in cui viene presentato al pubblico delle immagini di bigfoot tratte dal controverso  film di Roger Patterson and Robert Gimlin, girato nel ottobre del 1967. Krantz al primo momento rimase deluso , a parere suo “assomigliava a un uomo vestito da gorilla”.

L´ipotesi che i presunti avvistamenti di bigfoot si basavano su gigantesche specie di scimmie antropomorfe, scampate miracolosamente all´estinzione di fine Pleistocene, fu promossa dal giornalista John W. Green (1927-) nei suoi libri su bigfoot e anche Krantz ne fu un sostenitore.

Ma Renè Dahinden (1930-2001), un ricercatore di bigfoot amatoriale, mosse molti dubbi sulla veracità delle impronte di Boosburg, dato che nessuno aveva osservato una creature durante il periodo di scoperta di centinaia di orme fresche, inoltre le prime segnalazioni del sito erano arrivate da Ivan Marx, un dilettante reduce di alcune escursioni senza successo sulle orme di bigfoot, e che un anno dopo la faccenda di Boosburg produsse e promosse un filmato palesemente falso della presunta creatura.

Questa breve deviazione nel campo criptozoologico mostra che tutt'oggi l´uomo-scimmia é una immagine potente e popolare e non sorprende che predata il nostro secolo di centinaia di anni.

Le prime descrizioni anatomiche di primati  apparsero  nella seconda meta del 17° secolo, con il lavoro dei medici Nicholas Tulp (1641) e Edward Tyson (1699). Per mancanza di osservazioni in natura, i scimpanzé – classificati al tempo come „Homo Sylvestris“ - studiati furono raffigurati in modo eretto, avvicinandoli all´uomo e facendoli apparire come una sorta di anello mancante tra l´animale quadrupede e l´uomo bipede.

Nel 1863 il geologo Charles Lyell pubblico il suo rivoluzionario  "Geological Evidences of the Antiquity of Man" in cui argomentava una origine della stirpe umana  in tempi geologici remoti, introducendo anche il concetto di "scala naturae" nel pensiero evoluzionistico moderno ( la scala naturae predata di molto la scienza vittoriana, ma su base filosofica, mentre nel 19° secolo si cerco di darle veracità tramite la scienza moderna).
Anche dopo Darwin e la pubblicazione di  "Descent of Man" (1871), l´idea dell´uomo scimmia non perse popolarità, anzi, sembrava essere avvalorata dalle ultime scoperte in campo paleontologico. L´uomo di Neanderthal, scoperto nel 1856, fu ricostruito difatti come un bruto, coperto da una densa pelliccia e con tratti scimmieschi - un missing link tra bestia e studioso vittoriano.

 
Fig.2. L´uomo di  La Chapelle-aux-Saints (Homo neanderthalensis), una dettagliata ricostruzione dell´cavernicolo scoperto nel dipartimento di Correze. Ricostruzione di  Frantisek Kupka, pubblicata nel “L´Illustration" (1909). Questa raffigurazione influenzerà per decenni la nostra immagine collettiva dell´uomo preistorico.

È curioso notare che presunti avvistamenti di bigfoot in passato parlavano di uomini selvatici, ciò almeno con una base culturale, anche se primitiva. Dopo l´avvento della teoria dell´evoluzione, che spiegava l´evoluzione umana come un fatto biologico e non necessariamente culturale, improvvisamente appaiono le classiche descrizioni di bigfoot, come una scimmia di notevole dimensioni, più bestia che uomo…

L´antropologo John Napier (1917-1987), prima sostenitore di bigfoot, poi convinto scettico, riassume la questione:

Postulando che un mostro sia una forma relitta – scampata al passato – gli entusiasti di mostri si liberano dalla necessità di spiegare come una creatura talmente inverosimile si sia evoluto nell´ambito della moderna ecologia.”

Bibliografia:

DELISLE, R.G. (2012): Welcome to the Twilight Zone: a forgotten early phase of human evolutionary studies. Endaevour Vol.36 (2): 55- 64
KJAERGAARD, P.C. (2011): 'Hurrah for the missing link!': a history of apes, ancestors and a crucial piece of evidence. Notes Rec. R. Soc. 65: 83-98
LOZIER, J.D.; ANIELLO, P. & HICKERSON, M.J. (2009): Predicting the distribution of Sasquatch in western North America: anything goes with ecological niche modelling. Journal of Biogeography: 1- 5
MELDRUM, J. (2007): Sasquatch: Legend Meets Science. Forge-Publishing: 297
REGAL, B. (2008): Amateur versus professional: the search for Bigfoot. Endaevour Vol.32 (2): 1- 5
REGAL, B. (2009): Entering dubious realms: Grover Krantz, science, and Sasquatch. Ann. Sci. Vol.66(1): 83-102
REGAL, B. (2011): Searching for Sasquatch – Crackpots, Eggheads, and Cryptozoology. Palgrave Macmillian Publisher: 249

24 gennaio 2015

La disastrosa Ipotesi dell´Impatto cosmico

Sembra che i sostenitori dell´"Impatto cosmico del Dryas recente" non si danno facilmente per vinti, anche dopo l´ennesima "sbufalata" dei loro "risultati" (poiché le presunte gocce di materiale fuso scoperte nell'odierna Siria sono state identificate come scorie di focolai…)
 
L´ipotesi é stata resa popolare a seguito di una presentazione scientifica durante l´assemblea dei geologi americani nella primavera 2007, ma uno degli autori - il fisico Richard Firestone - è dal 1990 che cerca di promuove questa sua idea (anche con la pubblicazione di libri a tema).

I ricercatori dell´istituzione di Richard Firestone e del Lawrence Berkeley National Laboratory nel 2007 affermarono di avere scoperto delle inusuali concentrazioni dell´elemento Iridio, grani irregolari di metallo, nanodiamanti e fullereni in uno strato ricco di componenti organici - i residui di un bolide extraterrestre mischiato ai residui di animali e piante carbonizzati dall´impatto. A detta dei ricercatori avevano scoperto perfino dei resti di mammut e bisonti, che mostrerebbero tracce dirette dell´impatto. Piccoli fori nelle ossa (con diametri di 2-3 mm), un alone bruciato e frammenti magnetici con un alto contenuto di ferro e nickel - i frammenti del bolide che come delle cartucce a pallettoni avrebbero sterminato intere specie. Poco importa che nessun ricercatore al di fuori del gruppo di lavoro di Firestone è mai stato in grado di verificare le analisi, sembra mancare anche la prova più convincente - il cratere d´impatto. Per spiegare la mancanza i ricercatori proposero che il bolide era esploso nell´atmosfera (verosimilmente anche l´esplosione di Tunguska può essere spiegata in modo simile) - l'assenza di prove non è prova di assenza...
 
Il calore dell´impatto avrebbe fuso anche le calotte glaciali é prodotto una grande quantità di acqua dolce che affluendo nel Nordatlantico avrebbe interrotto la corrente del golfo - l´abbassamento delle temperature sul continente europeo (dal periodo glaciale del Dryas, circa 8.000 anni fa,  l´ipotesi prende anche il nome) avrebbe alla fine portato ad una estinzione di massa anche in Europa e Asia.
 
Ma l´intera ipotesi crolla se si analizzano i dati cronologici a disposizione, che mostrano un graduale declino della specie di mammiferi dopo la fine dell´ultima glaciazione. Una ricerca condotto su 4.532 siti archeologici in Europa e Siberia, e 1.177 resti di Mammut e Mastodonte in Europa, Siberia e America settentrionale hanno mostrato delle età comprese tra 45.000 a 12.000 anni. Il mammut lanoso raggiunse un massimo nella popolazione, seguito da un declino, tra i 16.000 e 15.500 anni, in Europa e Siberia tra i 14.500 e 13.500 anni, e in America dopo i 13.000 anni - in concordanza con la fine dell´era glaciale e un netto cambio climatico e ambientale. Invocare un impatto extraterrestre per spiegare l´estinzione della fauna pleistocenica - senza alcune prove e 5.000 anni troppo tardi - sembra abbastanza inutile (si aspetta la prossima pubblicazione...).

Bibliografia:

BECKER (2007): Abstract: The End Pleistocene Extinction Event – What Caused It? Eos Trans. AGU, Abstract PP41A-03
BECKER (2007): Ice Age Impact. mp3 (4MB). (Interview by the Canadian Broadcast)
FIRESTONE, R.B.; WEST, A.; KENNETT, J.P.; BECKER, L.; BUNCH, T.E. et al. (2007): Evidence for an extraterrestrial impact 12,900 years ago that contributed to the megafaunal extinctions and the Younger Dryas cooling. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 104(41): 16016-16021You
HAYNES, C.V. (2007): Younger Dryas ”black mats” and the Rancholabrean termination in North America. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 105(18): 6520-6525
KENNETT, D.J.; KENNETT, J.P.; WEST, A.; WEST, G.J.; BUNCH, T.E. et al . (2009): Shock-synthesized hexagonal diamonds in Younger Dryas boundary sediments. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 106(31): 12623-12638
KERR, R.A. (2007): Mammoth-Killer Impact Gets Mixed Reception From Earth Scientists. Science 316: 1264-1265
KERR, R.A. (2008): PLANETARY IMPACTS: Did the Mammoth Slayer Leave a Diamond Calling Card? Science 323: 26
LEVY, S. (2006): Clashing with Titans. BioScience 56(4) : 292-298
PINTER, N.; SCOTT, A.C.; DAULTON, T.L.; PODOLL, A.; KOEBERL, C.; ANDERSON, R.S.; ISHMAN, S.E. (2011): The Younger Dryas impact hypothesis: A requiem. Earth Science Reviews. Article in Press
UGAN, A. & BYERS, D. (2007): Geographic and temporal trends in proboscidean and human radiocarbon histories during the late Pleistocene. Quaternary Science Reviews.26: 3017-3440

17 gennaio 2015

Sauropodi sopravissuti in Africa?

L´idea di grandi dinosauri non aviani ancora vivi fu resa celebre per la prima volta dal commerciante tedesco e (noto eccentrico) direttore del giardino zoologico di Amburgo Carl Hagenbeck nel 1909-12, ispirato da presunti avvistamenti di strane creature in Africa. Hagenbeck scrive di uno sconosciuto animale della Rhodesia, meta elefante e meta drago, che identifica come specie di sauropode. L´idea di uno brontosauro superstite fu presa abbastanza seria cosicché l´esploratore tedesco, Freiherr von Stein zu Lausnitz, che nel 1913-14 condusse un'esplorazione nel Congo, in una nota non pubblicata riferisce anche di aver raccolto alcuni aneddoti sul Mokele-mbembe.

Fig.1. Un dinosauro nel mondo moderno? - ricostruzione del sauropode Europasaurus holgeri.

I pigmei Bantu - secondo von Stein - raccontano di una creatura che infesterebbe le paludi di Likouala nello Congo - chiamata Mokele-mbembe, colui che ostacola il corso del fiume. Le descrizioni di questa creatura non sono unanimi e spesso vengono confuse con altrettanto mitiche creature. Generalizzando si parla di un´animale con corpo massiccio con una dimensione collocata tra l´ippopotamo ed l´elefante (5-10m), con lunga coda e collo, colore scuro marrone, coperto secondo alcuni da una pelliccia molto corta, secondo altri senza peli, con una pelle con aspetto scaglioso e di colore nero-marrone. Sarebbe una creatura acquatica, che preferisce starsene nascosta immersa nell'acqua. Come cibo preferisce le foglie e frutti del malombo (genere Landolphia), una specie di rampicante con frutti abbastanza grandi che cresce sulle sponde di fiumi e laghi.
 
L´ipotesi che questa descrizione si basa su avvistamenti di dinosauri sauropodi che sarebbero scampati miracolosamente alla grande estinzione a fine Cretaceo suscito poco interesse durante il periodo tra le due grandi guerre, ma fu rianimata grazie ad un articolo con il titolo "There Could be Dinosaurs" scritto dallo zoologo Ivan T. Sanderson (1911-1973) e pubblicato nel 1948 nel Saturday Evening Post; e ancora più tardi dal zoologo Bernard Heuvelmans (1916-2001) col suo libro "Les Derniers Dragons d´Afrique", pubblicato nel 1978.
 
È difficile valutare l´antichità del mito di Mokele-mbembe. Il biochimico e grande appassionato di criptozoologia Roy P. Mackal (1925-2013) riporta la nota di arte rupestre, scoperta in una grotta nei pressi di Nachikufu (Rhodesia) e Kuppenhöle (Tanganica), che mostrerebbe degli animali con quattro zampe, ma lungo e sinuoso corpo, coda appuntita e testa rotonda  - comunque queste raffigurazioni potrebbero riportare anche solo un coccodrillo o una giraffa. 
 
Il missionario Lievain Bonaventure descrive nel 1776 nella sua storia naturale del Congo delle gigantesche impronte di una creatura mostruosa sconosciuta, ma la descrizione si esaurisce qua e non fornisce successivi dettagli utili per l´identificazione. Alfred Aloysius Smith, mercante inglese nel Camerun, nella sua autobiografia riporta che nel 1870 avrebbe sentito la storia di una creatura mostruosa, tramandata da generazione in generazione, inoltre avrebbe anche visto delle grandi impronte con solo tre dita (una impronat di elefante dovrebbe averne cinque). Purtroppo sono solo i racconti di seconda mano e di misteriose tracce che abbondano, ma nessuna impronta indubbia è mai stata documentata.
 
Mackal nel suo libro "A living Dinosaur? In Search of Mokele-Mbembe" riporta anche le testimonianze di una caccia a questa creatura nelle paludi di Likouala e di alcuni avvistamenti avvenuti alcuni decenni prima della sua visita - solo una persona, il maestro David Mambamlo, affermo di aver visto l´animale con i propri occhi nel rio Likouala-aux-Herbes quando era ancora un bambino. Un'investigazione nella zona del presunto incontro non trovò niente, a parte una presupposta tana, che poteva essere anche di coccodrillo. 
Mackal incontrò una barriera del silenzio con gli indigeni della foresta, che si spiego con la credenza che vedeva la creatura come un dio della pioggia, oppure spirito iracondo che può anche nuocere e uccidere le persone o testimoni troppo loquaci. A questo punto è importante notare che le paludi sono di fatto aree molto mistificate. Il lago Tele, altro presunto luogo che ospita almeno un Mokele-Mbembe, è considerato zona stregata, in cui apparecchi elettronici smettono di funzionare e la cui acqua ha poteri magici. Molti ricercatori ribadiscono che i locali considerano il Mokele-Mbembe un´animale reale, non un mito - resta però il fatto che non esiste nessun tipo di prova biologica e che il presunto animale non è mai stato avvistato da uno straniero.
 
Inoltre negli ultimi anni Mokele-Mbembe è diventato un "marchio" della regione, riportato nei giornali e canali televisivi locali e molte persone sono a conoscenza della ricerca da parte di "esperti" (che troppo spesso si reclutano da ambienti con motivazione religiosa e creazionistica e perciò sono poco scettici a riguardo) di dinosauri superstiti. In parte per non deludere il visitatore, in parte per i soldi (l´accesso al lago Tele avviene anche a pagamento), sembra che i locali sono più che pronti a identificare tra diverse immagine presentate il "brontosauro". "Brontosauro" comunque è la ricostruzione obsoleta di Apatosauro ed è sintomatico che i presunti dinosauri sopravvissuti del passato ricordano più l´immagine popolare propagata da film e libri che delle moderne ricostruzioni scientifiche. Interessante nota storica: la descrizione più dettagliata, fornita dagli appunti di von Stein, è anche la prima che definisce l´aspetto "sauropode" del Mokele-Mbembe, ma l´originale è perso ed esiste solo una presunta traduzione pubblicata da Willy Ley, un autore di fantascienza!
 
Che cosa rimane alla fine della storia? Presunti avvistamenti con dinosauri sono stati segnalati dal Sudafrica, Angola Tanzania, Uganda, Congo e perfino dal deserto dal Niger - un'area vastissima che implicherebbe un grande numero d'individui - ma mai sono state trovate delle prove biologiche concrete. I racconti di dinosauri dell'inizio del 20° secolo sono da prendere con cautela, di origine dubbia, e i racconti moderni influenzati dalle aspettative di chi vuole credere al Mokele-Mbembe.

Qualunque cosa sia - animale reale (forse una grande varano, come ipotizzato da Mackal) o elemento di una religione animista (che crede nella personificazione delle forze della natura), l´idea che il Mokele-Mbembe sia un dinosauro sopravissuto sembra essere più una leggenda del nostro mondo moderno che dell´Africa antica.

Bibliografia:

EMMER, R. (2010): Creature Scene Investigation - Mokele-Mbembe-fact or Fiction? Chelsea House Publishers: 104
HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677
LOXTON, D. & PROTHERO, D.R. (2013): Abominable Science! - Origins of the Yeti, Nessie, and other Famous Cryptids. Columbia University Press, New-York: 368
MACKAL, P.R. (1987): A living Dinosaur? In Search of Mokele-Mbembe. E.J.Brill Publisher: 224

14 gennaio 2015

Lo scrigno dei tesori delle Alpi - Gli Alti Tauri

Tanto tempo fa un contadino dovette condurre un toro sopra gli Alti Tauri, dal mercato ai pascoli. Ad un tratto l´animale infuriato inizio a buttare terra e sassi in aria con le sue corna. Il contadino noto un luccichio su alcune pietre dissotterrate e sperando di aver trovato dell´oro consegno alcuni campioni al fabbro - anche se non si trattava di oro comunque la scoperta valeva qualcosa - il contadino aveva scoperto un filone di rame. Un´altra versione della leggenda narra che il bestiame che veniva portato a certe sorgenti regolarmente moriva avvelenato e che nel tratto superiore del Torrente Aurino non si trovavano dei pesci, e quando fu esaminata l´acqua si scopri l´alto contenuto di metalli. Leggende di questo tipo sono abbastanza diffuse nell´arco alpino e le vere origini delle miniere della Val Aurina si sono perse nel tempo. La proposta di alcuni storici che il nome deriva da "Vallis Aurea", cioè la valle d´oro, non é sopportata da alcuna attività mineraria durante l´epoca romana. 
L´attività d´estrazione é documento solo dal 1426 in poi, quando il rame della Val Aurina era ambito metallo per la costruzione di possenti cannoni.
 
I depositi di rame della Val Aurina sono legate alle "pietre verdi" metamorfiche - in pratica grandi corpi di anfibolite, prasinite e raramente serpentinite (ofioliti), intercalati negli calcescisti che compongono l´involucro della Finestra dei Tauri - sotto forma di solfuri di rame e ferro che si trovano come vene nell'anfibolite. 

 
Fig.1. Affioramento delle "pietre verdi" (anfibolite) con scavo di prospezzione di etá medieviale.

L´origine di questa concentrazione di minerali non é completamente chiara - si potrebbe trattare di depositi di origine idrotermale, depositati in un tempo remoto intorno a sorgenti sul fondo dell'oceano. In alternativa i minerali si potrebbero essere formati grazie a circolazione di fluidi nelle rocce durante l´orogenesi. I metalli estratti nella Valle Aurina nei secoli includono rame, piombo, argento, zinco e mercurio.
 
Nel medioevo lo sfruttamento di questi giacimenti metalliferi rese la valle, e soprattutto il paese di Predoi nei pressi dei giacimenti, ricca - ma a un alto prezzo. Nel 16° secolo la domanda per legna da ardere, per costruzione e per alimentare i forni per fondere il metallo fu cosi grande che la valla fu quasi spogliata del tutto dei suoi alberi, con gravi conseguenze per il clima locale. Il cartografo Staffler scrive "gli immensi depositi di ghiaccio dei tauri incombano e le dense foreste [che proteggevano dai gelidi venti] ... sono quasi scomparse e nuovi alberi non vogliono crescere" - un contadino, cosi narrano le cronache, si mise a piangere quando vide che furono tagliati gli ultimi alberi.
 
Con la scoperta di ricchi depositi metalliferi nelle Americhe ben presto l´estrazione difficile in alta montagna perse d´importanza e nel 1893 l´ultima miniera di Predoi fu chiusa. Ma comunque l´area rimane ambita meta per molti collezionisti di minerali. La Valle Aurina è famosa per il ritrovamento dei tipici "minerali di fessura", cioè minerali cresciuti in cavità che si sono aperte durante la deformazione delle rocce, deformazione molto intensa, causata dal sollevamento della Finestra dei Tauri.

Fig.2. Ricostruzione originale di una fessura.

La Valle Rossa (Röttal) e Valle del Vento (Windtal) ha restituito campioni di titanite, calcite, clorite, ematite e adularia, ai corpi di anfibolite sono associati minerali come titanite, ematite, epidoto, quarzo, clorite, muscovite, tormalina  e periclino.

Fig.3 & 4. sopra, cristalli di calcite e sotto campione di datolite e calcite, entrambi i campioni ritrovati nella Valle del Vento
Bibliografia:

INNERHOFER, J. (1982): Taufers-Ahrn-Prettau-Die Geschichte eines Tales. Athesia-Verlag: 507

9 gennaio 2015

Terremoti e Mostri: Il caso di Loch Ness

Non c´e dubbio che terremoti hanno influenzato miti e leggende del passato, in Giappone i terremoti erano associati al leggendario pesce gatto namazu e nel Mediterraneo era il dio Poseidone ad agitare il mare e la terra con il suo tridente.

Ma possono spiegare terremoti anche mostri moderni?

Il 28 giugno 2001 il quotidiano “La Repubblica” pubblico in sintesi l´ipotesi del geologo Luigi Piccardi, proposta durante la conferenza sugli Earth Systems Processes in Edimburgo, riguardante uno dei miti moderni più classici: il mostro di Loch Ness (Scozia).

Secondo Piccardi la descrizione storica della prima apparizione del mostro – con grandi scuotimenti della terra e tremori nell´aria – potrebbe essere spiegata con bolle di gas provenienti dal fondo del lago e associata all´attività sismica del sistema di faglie di Great Glen.

Loch Ness si trova lungo la linea di faglia di Great Glen, "molto grande e molto attiva" e i movimenti sismici sono in grado di provocare quel ribollire di acque e quei tremori di terra che accompagnano i racconti delle apparizioni di Nessie. Del resto nella "Vita di Columba", scritta dal biografo medievale Adamnano, si racconta di una bestia "che viveva nelle profondità del fiume" e che a volte appariva "con grandi tremori…[]…Ci sono numerosi fenomeni sulla superficie dell'acqua che possono essere collegati alle attività della faglia" dice Piccardi che con questa analisi ha risolto un mistero agli scozzesi ma anche assestato un bel colpo alla leggenda…[]…Se si prende in considerazione il latino che usa Adamnano la bestia appare 'con grandi tremori' e quando scompare lo fa 'scuotendosi'. Penso sia una descrizione piuttosto chiara di quel che stava in realtà accadendo…[]…Sappiamo che quello fu un periodo di particolare attività della faglia [il 1920-1930 furono un periodo con molte apparizioni di Nessie segnalato] - ha spiegato Piccardi all'uditorio scozzese - quanti pensarono di aver visto un mostro in realtà avevano visto sull'acqua gli effetti provocati dalle scosse telluriche.”

Fig.1. Probabilmente la più famosa di tutte le foto del mostro di Loch Ness, pubblicata dal quotidiano Daily Mail e ripresa presumibilmente dal Dr. Kenneth Wilson nel mese di aprile 1934 (nota per questo anche come foto del chirurgo) - versione integra, ripresa da Darren Naish ~1987. Da questo angolazione si nota che il presunto mostro appare essere sorprendentemente piccolo...un "mostro modello".

Secondo la biografia di San Colombiano (Vita Sancti Columbae), compilato da Adammano nel 690, la scena descritta da Piccardi accade nel 565. Durante il tentativo di attraversare il fiume Ness (e non il lago) San Colombiano incontro un gruppo di abitanti intenti a seppellire un uomo ucciso, cosi vuole la leggenda, dal mostro. Colombiano prosegui il suo viaggo e ordino a uno dei suoi accompagnatori di recuperare una barca sulla riva del fiume. Improvvisamente la bestia attacco, ma Colombiano imploro l´aiuto di dio e la bestia si ritiro. Il testo originale (messo a disposizione da Lorenzo Rossi sul sito di Criptozoo) è comunque molto vago e afferma soltanto che si trattava di una “bestia sconosciuta” che si avvicinava con le fauci aperte e un forte ruggito.

La descrizione dell´animale come bestia sconosciuta fa pensare che si trattava di un evento unico e non esisteva nessuna tradizione riguardante un possibile mostro del lago. La descrizione nella storia da più importanza all´impressione lasciata da San Colombiano sui testimoni pagani cha al mostro vero e proprio.
Questo sembra avvalere l'interpretazione che il passo della leggenda che descrive questo incontro non è mai stato inteso come una cronaca reale, ma come rappresentazione di Colombiano da grande "Sant´Uomo" con tanto di assistenza divina.

A parte queste considerazioni del contesto storico anche i fatti geologici sono problematici. L´intensità media dei terremoti nella regione di Loch Ness si aggira tra le magnitudo 3-4, eventi più forti sono stati registrati nel 1816, 1888, 1890 e 1901, comunque troppo deboli per causare degli effetti visibili sulla superficie del lago. Questi terremoti inoltre non coincidono con il periodo del maggiore numero di avvistamenti di Nessi, cioè tra il 1920-1930.
Fig.2. Raffigurazione della feroce lotta tra plesiosauro, mosasauro e pterodattili (!) tratto da Jules Verne "Voyage au centre de la Terre" (1867), curioso da notare che i presunti avvistamenti di mostri preistorici descrivono le bestie sempre come raffigurate in stampe popolari, anche le ondate di avvistamenti seguono spesso la uscita di popolari film, come "Lost World" nel 1925  e "King-Kong" nel 1933.

Bibliografia:

PICCARDI, L. (2001): Seismotectonic Origins of the Monster of Loch Ness. Poster Session G5. Earth System Processes – Global Meeting (June 24-28, 2001)

29 dicembre 2014

Il Marmo di Hochstegen e la Geologia Strutturale dei Tauri

"Ho il desiderio, che taluni, che proseguiranno con l´investigazione della struttura delle Alpi, possano provare una simile o più profonda gioia, che questa ricerca ha suscitato in me,…[]"
AMPFERER, O. (1924): Über die Tektonik der Alpen. Die Naturwissenschaften, Heft 47:1007-1014

La finestra dei Tauri fu per lungo tempo una delle più intriganti curiosità geologiche delle Alpi. Con le prime carte geologiche delle Alpi centrali ben presto geologi notarono una struttura simmetrica, composta da una successione di mica-scisti, scisti carbonatici con anfiboliti e un nucleo centrale composto da gneiss.
 
Il geologo austriaco Christian Leopold von Buch (1774-1853) fu uno dei primi a formulare una spiegazione per questa successione. Secondo Buch i strati (metamorfizzati poi in scisti) erano stati depositati orizzontalmente, ma poi innalzati a forma di cipolla da una intrusione magmatica (il gneiss centrale).
 
Fig.1. Carta e sezione geologica dei Pirenei, immagine ripresa dall´opera "Kosmos" (1845-1862) del naturalista Alexander von Humboldt. Humboldt era un Plutonista, cioè geologo che considerava intrusioni e movimenti magmatici i fattori più importanti nella formazione delle catene montuose - il granito centrale ha sollevato e deformato la successione stratigrafica, formando come una bolla la montagna. In modo simile il gneiss centrale avrebbe sollevato e deformato le Alpi.

Lo gneiss centrale é il nucleo della finestra dei Tauri è formato da Meta-graniti (Carbonifero-Permiano in età), intruso e inglobato in dei sedimenti paleozoici (il cosiddetto vecchio tetto). 

Una formazione caratteristica di questo tetto è il marmo di Hochstegen, composto da una transizione da marmo dolomitico a marmo carbonatico impuro, con colorazione biancastra a giallognola.
 

Fig.2. Marmo di Hochstegen

Fig.3. Contatto tra Marmo di Hochstegen e Gneiss Centrale.

L'età di questa formazione era per lungo tempo un mistero geologico e variava a secondo dell´autore tra Paleozoico a Triassico - in ogni caso la successione sedimentaria sembrava completa, cioè sul Paleozoico seguiva il Mesozoico.
 

Il marmo di Hochstegen (dalla località austriaca di Hochstegen nella valle di Ziller) è stato intensamente deformato e metamorfizzato durante una prima fase dell´orogenesi alpina, in seguito innalzato per più di trenta chilometri ed esposto dall'erosione. La tettonizzazione era cosi intensa che quasi tutte le strutture sedimentarie e fossili macroscopico furono distrutti. 

Fig.4. Marmo intensamente deformato e foliato.

Di fatti fino al 1957 esiste solo un fossile di ammonite Perisphinctes sp., molto deformato e scoperto dal geologo R. v. Klebelsberg per caso in un blocco usato per la costruzione di una strada, che suggeriva una età Giurassica. Solo più tardi furono scoperti un rostro di belemnite e una microfauna (radiolari e spicule di spugne) che confermarono questa posizione stratigrafica. Questa scoperta pose un grosso problema, secondo il modello di innalzamento magmatico i strati non dovevano essere stati deformati notevolmente (il modello ammetteva solo locali dislocamenti) e non doveva esistere una tale lacuna (l´intero Triasssico sembra mancare). A complicare l´osservazione era la successiva scoperta che i scisti monotoni del "vecchio cristallino" che racchiudono la finestra dei Tauri su tutti i lati erano databili al Paleozoico inferiore - cioè sedimenti piú giovani, del Giurassico superiore, erano a loro volta coperti da sedimenti metamorfosati più antichi, secondo il principio di successione stratigrafica formulata da Steno una impossibilità.

Fig.5. Vista verso la finestra dei Tauri (successione più giovane) dall´unità del vecchio cristallino (successione più antica).

Continua...
 

Bibliografia:

KIESSLING, W. (1992): Palaeontological and facial features of the Upper Jurassic Hochstegen Marble (Tauern Window, Eastern Alps). Terra Nova, 4: 184-197

8 dicembre 2014

La Caccia al Moa

I primi europei avvistarono la Nuova Zelanda in 1769 e quattro anni più tardi il grande capitano Cook esplora le due isole. Cook era molto interessato alla natura dei luoghi visitati e raccolse anche delle strane storie di  grandi uccelli, che si nascondevano nelle paludi e foreste e che venivano cacciati con un strano metodo: grandi sassi venivano scaldati nel fuoco - l' uccello li ingeriva e cotto dall'interno, era facile preda dei cacciatori!
 
Poi nel 19° secolo furono scoperte delle grandi ossa, che in parte mostravano ancora dei tessuti molli attaccati a esse. I reperti sembravano cosi freschi che si pensava che provenissero dai misteriosi uccelli. Il geologo Ernst Dieffenbach (1811-1855), che studiò la storia naturale della Nuova Zelanda, ritenne pero che si trattava di materiale sub-fossile. Nel 1839 un osso fu consegnato al naturalista vittoriano Richard Owen, che per primo lo ritenne di cavallo o bovino, ma notando la struttura spugnosa lo descrisse alla fine come fossile di un grande "uccello terribile" - il genere Dinornis (oggigiorno il termine Moa comprende varie specie di uccelli terricoli, con dimensioni che variano tra grandezza tacchino a giganti di quasi 2 metri d'altezza).
 
Walter Mantell, figlio del famoso paleontologo Gideon Mantell, nel 1847 scopre un gigantesco giacimento di questi fossili. Motivato da questa straordinaria scoperta e dalle leggende Maori si mise alla ricerca - se un Moa vivente ancora esisteva, l' avrebbe scoperto. Mantell, pur recuperando molti altri fossili e degli artefatti Maori prodotti da ossa e piumaggio di Moa, ben presto si arrese.
 
Il primo naturalista amatoriale che attivamente promosse l'idea che i Moa erano ancora presenti sull' isola era il missionario William Colenso. Comunque Colenso non poté presentare null'altro che alcuni aneddoti di presunti avvistamenti per supportare quest'affermazione.
 
È curioso notare che la descrizione dei presunti incontri con uccelli giganti non corrisponde alle sembianze di diverse specie di Moa, ricostruiti basandosi sui resti sub-fossili disponibili. Nelle classiche stampe del 19° secolo il Moa viene rappresentato come grande uccello, con collo lungo ed eretto, coperto completamente dal suo piumaggio. Molte classiche storie di presunti incontri rispecchiano esattamente questa immagine - grandi uccelli, collo eretto, stranamente tranquilli alla vista di uomini (pur essendo sennò animali cosi elusivi) e completamente silenziosi!
 
Fig.1. Ricostruzione di Moa da parte del zoologo Bernard Heuvelmans (1916-2001), basandosi sulle descrizioni di presunti avvistamenti e arte rupestre dei Maori. Heuvelmans immaginava l´animale coperta da un fitto piumaggio, che copriva anche le grandi zampe, inoltre una sorta di cresta di piume in testa. Moderne ricostruzioni limitano l´area coperto dal piumaggio, che appariva anche più corto, inoltre il collo eretto dell´animale e stato rimpiazzato da una andatura più orizzontale dell´intero animale.

Ricostruzioni moderne vedono invece il Moa come uccello che teneva il collo basso, anche per spostarsi più agilmente tra la fitta vegetazione del sottobosco.
 
Dai reperti disponibili emerge il seguente scenario: I primi coloni polinesiani arrivarono, secondo recenti datazioni, sull'isola sud della Nuova Zelanda verso il 1300-1314. In poco meno di 150 anni (le ultime ossa datate di Moa risalgono al 1435) i grandi uccelli si estinsero, con gli ultimi rifugi collocati sulla parte orientale dell'isola. Il modello mostra anche che un relativamente piccolo gruppo di coloni, da 400 ad appena 2.500 persone, era più che sufficiente per spingere nove specie di uccelli terricoli oltre l'orlo d' estinzione - tramite caccia, raccolta uova e distruzione di habitat.

Bibliografia:

HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677