1 marzo 2015

La Geologia di Star Trek: II. Vita come Non la Conosciamo o Comprendiamo

Può sorprendere che non esiste una definizione inequivocabile per il concetto di vita – una possibile definizione lo caratterizza come un sistema complesso, non in equilibrio termodinamico con l´ambiente circostante e perciò costretto a ricercare, incorporare e trasformare materia e energia per sostenersi e capace di creare copie di se stesso. Ma alcuni di questi caratteri possono essere riscontrati anche in sistemi inorganici, come cristalli, e alcune forme di vita, come i virus, non possiedono tutti i requisiti descritti.
 
Non é vita come la conosciamo o comprendiamo!

Ma qualunque cosa sia, la vita é tenace. Sul pianeta terra forme di vita sono state scoperte in pressoché tutti gli ambienti estremi, come sorgenti idrotermali, laghi tossici o bollenti e anche nel poco liquido intrappolato in un´ghiacciaio.
Esistono batteri (Bacillus infernus) fino a una profondità di 5.278 metri, che consumano le rocce per il loro metabolismo e secondo stime ottimistiche potrebbero esistere fino a una profondità di 5 a 12 chilometri nella crosta terrestre.
 
Una forma di vita necessità della presenza di complesse molecole. Sulla terra queste molecole sono perlopiù composte da carbonio, in grado di produrre complesse molecole stabile nel tempo. Le molecole di carbonio hanno due grandi vantaggi: Per primo sono stabili in un ampio raggio di temperature. Il batterio Pyrolobus fumarii é stato rinvenuto in prossimità di sorgenti idrotermali nell´Oceano Atlantico, a 3.650 metri sotto il livello del mare e resiste almeno fino a 115 gradi. In rocce dell´Antartide sopravvivono batteri della specie Polaromonas vacuolata fino a temperature di  meno 50 gradi. Le molecole a base di carbonio sono anche molto resistente contro l´impatto destabilizzante di ossigeno e idrogeno. Esistono batteri capaci di sopravvivere in acque acide, fino a un pH di 5 e in acque altamente alcaline (con pH superiore a 9).
 

Perciò il carbonio e un elemento molto propenso per la vita e Mister Spock nell´episodio  “il mostro dell'oscurita” riassume la questione nelle parole seguenti:
 
“La nostra vita, come noi la conosciamo é basata su una certa  combinazione di composti di carbonio, ma che ne dice se fosse basato su un altro elemento, per esempio silicone.”

In questo episodio l´Enterprise viene chiamata per una emergenza sulla colonia mineraria su Janus VI, planetoide (?) ricco di uranio, platino, pergium e altri metalli. Diversi casi di incidenti mortali portano alla scoperta di una creatura sotterranea e  sconosciuta e – fatto più affascinante – non basata sul carbonio, ma sul metallo elementare silicio: una specie che si autodefinisce “Horta”.
 
“Ma é una raritá geologica a dir poco..., silene puro!... Vi abbiamo chiamato per qualcosa di molto più importante che una collezione di sassi", tipica reazione alla passione del geologo.
 
Già nel 1891 l´astrofisico Julius Schreiner propose che il silicio potrebbe sostituire il carbonio in forme di vita extraterrestri. In teoria anche altri elementi, come boro, azoto, silice, fosforo e zolfo, sono in grado di formare catene molecolari e polimeri, necessari per un metabolismo. Questi elementi possono formare molecole anche tra di essi e - interessante per una forma di vita in ambienti extraterrestri - possono formarle anche in liquidi alternativi all´acqua, che sulla terra agisce come soluzioni in cui avvengono le reazioni chimiche necessarie alla vita. Possibili alternativi liquidi includono l´azoto, metano, diversi tipi di alcool, ammonio e composti di carbonio e azoto, sostanze abbastanze diffuse nell´universo.
 
La Horta scava delle gallerie nella roccia viva di Janus VI grazie a delle secrezioni di acido altamente corrosivo, curioso da notare che degli acidi come acido solforico e acido cianidrico potrebbero fungere anche come solubili per un metabolismo alternativo.
 
Un vantaggio del silicio é la sua particolare affinità verso altri metalli, ma anche verso carbonio, fosforo, ossigeno, zolfo e allogeni, formando composti complessi. Di fatti silicati formano la maggioranza della diversità mineralogica del pianeta terra, ma comunque si tratta di strutture cristallini, regolari e perfette ma comunque troppo semplici per definirle “vive”. 

Un grande svantaggio e che complessi e irregolari polimeri di silice, i silani, sono poco effettivi e stabili sotto condizioni terrestri. Ma su un mondo esotico e extraterrestre potrebbero esistere le condizioni particolari necessarie per una vita basata sul silicone. Silani complessi potrebbero esistere in una atmosfera priva o povera di ossigeno, asciutta e molto fredda, con un solvente liquido tipo metano. Sotto queste circostanze potrebbero formare membrani e cavità, al cui interno si potrebbero sviluppare una chimica adatta alla vita – in modo analogo le cellule umane sono protette da uno strato di lipidi.
Ulteriore svantaggio del silicio e il suo problematico smaltimento. Le forme di vita superiore sulla terra usano l´ossigeno per sostenere il loro alto tasso di metabolismo, producendo come scarto ossido di carbonio, un gas. Ma ossido di silice avrebbe una forma solida, una forma di vita al silicone dovrebbe produrre “mattoni” durante la sua respirazione e possedere un´particolare sistema per liberarsene – forse sotto forma di guscio esterno, simile a quello prodotto dalle diatomee? 

Kirk VS Alieno

In ogni caso il metabolismo e tasso di riproduzione di di questa creatura ipotetica sarebbe bassissima e noi forse neanche capaci di identificarla come forma di vita… il che ci riporta a Spock, che nell´episodio “Pianeta Deneva” filosofizza: "Non é vita come la conosciamo o comprendiamo!"

Bibliografia:

PICKOVER, C.A.(1999): The Science Of Aliens. Basic Books: 240
SCHULZ-MAKUCH, D. & IRWIN, L.N. (2006): The prospect of alien life in exotic forms on other worlds. Naturwissenschaften. Vol.93: 155-172

28 febbraio 2015

La Geologia di Star Trek: I. Minerali, Cristalli e Forme Aliene

Star Trek é sicuramente una delle più conosciute serie fantascientifiche in assoluto, con una trama ottimistica, dove la conoscenza spesso prevale sopra la forza bruta; considerata anche dal punto strettamente scientifico una delle più intriganti produzioni televisive, anche grazie alle dettagliate analisi del scienziato-ufficiale dell´USS Enterprise, il signor Spock, che era anche un po´ geologo...
 
Il vulcaniano Mr. Spock intento nel campionamento di tritanium... (dall´episodio "L´ossessione").

Nell´universo di Star Trek geologi sembrano una razza abbastanza diffusa, per esempio il primo contatto dell´umanità con una specie aliena avviene quando una spedizione geologica di Vulcaniani deve atterrare sulla terra degli anni ´50 del secolo scorso per un guasto alla loro astronave (trama in un episodo della recente serie televisiva Enterprise e accenata nel film "Star Trek: Primo Contatto"). Sembra logico che una civiltà spaziale abbia bisogno di grandi quantità di materia prima e combustibili, se non disponibile sul proprio pianeta sara necessario una industria mineraria spaziale e specialisti qualificati per la ricerca di rocce e minerali extraplanetari.
 
Miniere di minerali conosciuti e sconosciuti vengono spesso citate nella serie TV e di tanto in tanto i membri dell´Enterprise si teletrasportano sulla superficie di un pianeta per scannerizzare i componenti mineralogici e raccogliere alcuni campioni (anche se il tritanium é talmente resistente che é campionabile solo grazie a un phaser).
 
Camicia rossa intenta a cercare minerali, muore dopo 32 secondi sulla superfìcie... (dall´episodio "Una prigione per Kirk e Co.").

Spock riesce ad analizzare grazie al suo tricorder geologico una grande varietà di sostanze, siano essi elementi puri o minerali. Per convenzione terrestre il nome di un minerale finisce con il suffisso di “-ite” mentre un elemento termina con "-ium" oppure "-um", "-on", "-gen" o "-ine". Purtroppo sembra che questa nomenclatura non viene sempre applicata con il rigore scientifico necessario nell´universo di Star Trek (un comportamento che appare altamente illogico). Ma dato che si tratta di sostanze sconosciute alla scienza terrestre ci si può chiudere un occhio. 

Di fatti possono esistere degli elementi pesanti  (con un peso atomico superiore al 184, la scienza terrestre si é fermata a atomi con un peso non superiore a 118) ancora sconosciuti sulla cosiddetta´isola di stabilità, una zona in cui il rapporto tra le particelle subatomiche che compongono un atomo é tale che la materia rimane stabile e non radioattiva.
 
Piú di 125 minerali vengono nominati nel corso della trama di Star Trek (serie televisiva, film, animazione), perlopiù solo di passaggio, ma alcuni giocano un´importante ruolo come materia prima. Il lithium o dilithium, essenziale per i reattori di energia e la propulsione, il silicone e silicio, come sostanza alternativa al carbonio in forme di vita, il tritanium, elemento 21.4 volte più resistente del diamante e per questo probabilmente molto utile nella costruzione di astronavi. In un´episodio il capitano Kirk si salva contro il terribile Gorn solo grazie all´utilizzo di zolfo, carbonio e nitrato di potassio per creare polvere da sparo e dei diamanti come pallottole ad alto effetto d´impatto. 

Comunque sono solo 23 i minerali realmente conosciuti usati nella saga, di cui solo uno – l´olivine – é stata realmente trovata in materiale extraterrestre. Curiosamente il quarzo, uno dei minerali più comuni sulla terra, non viene quasi mai menzionato nella serie, ma un cristallo, di cui Kirk contempla la bellezza, é stato usato come controfigura del  dilithium. Il dilithium é l´unica materia capace, per via della sua struttura cristallina, di interagire con l´antimateria e per questo viene usata in tutti i reattori materia-antimateria in uso nella federazione. 

Mr. Spock e l´ingeniere M. Scott durante la delicata operazione di implementazione di cristalli di dilithium nel convertitore energetico della USS Enterprise (dall´episodio "Elaan of Troyius").

Il comune salgemma, gioca un ruolo nell´episodio  "trappola umana" con una creatura aliena che per sopravvivere deve cibarsi dei sali sciolti nel sangue umano. L´unico modo di sconfiggere questa creatura é di procurarsi una manciata di halite (il termine mineralogico del salgemma) per attirare il mostro in una trappola.

Kirk VS Alieno (dall´episodio "Trappola umana").

La geologia di un remoto pianeta e sopratutto il silicone gioca un´intrigante ruolo nell´episodio “il mostro dell´oscurità”, in cui una colonia mineraria viene attaccata da una forma di vita, ma non come la conosciamo noi...(continua)

Bibliografia:

FOURESTIER, J.de (2005): The Mineralogy of Star Trek. Axis, Vol.1(3): 1 - 24

25 febbraio 2015

REPTILICUS !

"REPTILICUS" é un film di coproduzione americana e danese (l´unico del suo genere) che esce il 25 febbraio 1961 in Danimarca, e in una versione pesantemente rimontata nel 1962 negli Stati Uniti.
La locandina del film, ritenuti da molti la parte migliore, é stata disegnata dall´artista Reynold Brown.
 
La trama: Da una trivellazione nella ghiacciata terra della Lapponia esce quello che sembra essere una enorme coda di rettile. Viene portata in un laboratorio di Copenaghen (Danimarca), dove si scopre che il tessuto possiede l´abilità di rigenerarsi spontaneamente. Nasce cosi "Reptilicus", un mostro a forma di serpente alato, con una corazza impenetrabile e capace di sputare un veleno verde (almeno nella versione americana del film). Gli effetti speciali si limitano a gente che corre all´impazzata e il mostro che viene rappresentato da una marionetta con tanto di fili - nella versione originale la scena in cui il mostro pure vola é stata tagliata dato che ritenuta "troppo fasulla"!!
 

Alla fine Reptilicus viene sconfitto con del veleno e bombe di profonditá, ma una zampa viene persa nel mare, e si sa, mostri raramente accettano una sconfitta definitiva. Nel 2001 Sydney W. Pink, direttore della versione americana, tentó di organizzare la produzione di un sequel, ma morte prematura fermo il progetto.
 

Il film ispiro anche un fumetto di breve durata tra il 1961 al 1962, a cui dopo due numeri il titolo fu cambiato in " Reptisaurus the Terrible", e seguito nel 1963 da un numero speciale: la "Reptisaurus Special Edition".

7 febbraio 2015

Bigfoot come il "Missing Link" ?

"…Schlockthropus or Schlock, considered by us scientists as the missing link, I believe it's the greatest scientific discovery of the last eight weeks."
Professor Shlibovitz, in "Schlock" (1973)

Una mattina fredda pochi giorni prima della festa di ringraziamento americana del 1969 un gruppo di residenti della cittadina di Colville (Washington, U.S.A.) si era recata alla discarica di Bossburg nei pressi del confine con il Canada.
Strane storie circolavano di questo luogo, l’anno prima una donna aveva affermato di avere visto una strana creatura e di tanto in tanto si avevano rinvenuto enormi impronte di piedi nudi, ma lunghi 43cm.
E davvero quella mattina il gruppo di visitatori scopri nella neve delle nuove tracce, e ulteriori ricerche da parte di naturalisti amatoriali nei prossimi giorni rilevarono più di 1.000 impronte. Alcune di queste impronte, un piede sinistro, mostravano una peculiare deformazione, a tal punto che la traccia divenne nota sotto la denominazione di “Cripplefoot” - o piede zoppo.

Cosa fa di questo tipico avvistamento di “bigfoot” - un presunto primate mezzo uomo e mezzo scimmia, alto fino a 2 metri e con un peso stimato di mezza tonnelata - un caso notevole, e proprio le peculiarità anatomiche di queste tracce. L’antropologo americano Grover Sanders Krantz (1931-2002) alcune settimane dopo la faccenda esamino alcuni calchi prelevati dalle impronte. Autorità nel suo campo, i dati anatomici della deformazione convinsero Krantz che non si poteva trattare di un’impronta artificiale, o in alternativa il truffatore possedeva conoscenze anatomiche straordinarie.

Sulle tracce di Krantz ben presto segui il suo collega Jeffrey Meldrum.
 

L’antropologo Meldum della Idaho State University si è specializzato sulla dinamica e locomozione dei primati. Allo stesso tempo si dedica alla ricerca con rigore scientifico delle tracce attribuite a bigfoot, una passione che li ha procurato una fama controversa. Meldrum afferma anche di avere avuto un contatto indiretto con il presunto criptide. Durante una escursione al lago canadese di Snelgrova la capanna in cui i ricercatori dormivano fu colpita da alcune pietre lanciate da una misteriosa creatura.

Ma la strana storia del bigfoot o abominevoli uomo delle nevi comincia con altre tracce e alcuni anni prima. Nel 1951 l’alpinista (e burlone) Eric Shipton fotografo un’impronta che suscito grande interesse nei media e tra il pubblico generale. In un articolo sulla rivista Nature, Wladimir Tschernezky, professore di zoologia al Queen Mary College in Londra, pubblico un breve articolo sulla pista del presunto Yeti, concludendo che l’abominevole cammina come un´umano e fosse simile nella sua anatomia al primate fossile Gigantopithecus. L´ipotesi si basa in parte su una errata ricostruzione di questo enigmatico primate del Pleistocene asiatico, di cui esistono solo pochi resti fossili. Il paleontologo Franz Weidenreich (1873-1948), che aveva studiato alcuni di questi resti, considerava l´evoluzione dell´uomo una linea diretta, da antenati piú scimmieschi alla specie moderna di Homo sapiens.  Gigantopithecus, per lui, era una forma intermedia, perciò bipede, ma con corporatura massiva e densa pelliccia (le ricostruzioni moderne vedono Giganto come specie affine al moderno orango). 


 
Fig.1. La copertina della rivista ARGOSY del febbraio 1968, in cui viene presentato al pubblico delle immagini di bigfoot tratte dal controverso  film di Roger Patterson and Robert Gimlin, girato nel ottobre del 1967. Krantz al primo momento rimase deluso , a parere suo “assomigliava a un uomo vestito da gorilla”.

L´ipotesi che i presunti avvistamenti di bigfoot si basavano su gigantesche specie di scimmie antropomorfe, scampate miracolosamente all´estinzione di fine Pleistocene, fu promossa dal giornalista John W. Green (1927-) nei suoi libri su bigfoot e anche Krantz ne fu un sostenitore.

Ma Renè Dahinden (1930-2001), un ricercatore di bigfoot amatoriale, mosse molti dubbi sulla veracità delle impronte di Boosburg, dato che nessuno aveva osservato una creature durante il periodo di scoperta di centinaia di orme fresche, inoltre le prime segnalazioni del sito erano arrivate da Ivan Marx, un dilettante reduce di alcune escursioni senza successo sulle orme di bigfoot, e che un anno dopo la faccenda di Boosburg produsse e promosse un filmato palesemente falso della presunta creatura.

Questa breve deviazione nel campo criptozoologico mostra che tutt'oggi l´uomo-scimmia é una immagine potente e popolare e non sorprende che predata il nostro secolo di centinaia di anni.

Le prime descrizioni anatomiche di primati  apparsero  nella seconda meta del 17° secolo, con il lavoro dei medici Nicholas Tulp (1641) e Edward Tyson (1699). Per mancanza di osservazioni in natura, i scimpanzé – classificati al tempo come „Homo Sylvestris“ - studiati furono raffigurati in modo eretto, avvicinandoli all´uomo e facendoli apparire come una sorta di anello mancante tra l´animale quadrupede e l´uomo bipede.

Nel 1863 il geologo Charles Lyell pubblico il suo rivoluzionario  "Geological Evidences of the Antiquity of Man" in cui argomentava una origine della stirpe umana  in tempi geologici remoti, introducendo anche il concetto di "scala naturae" nel pensiero evoluzionistico moderno ( la scala naturae predata di molto la scienza vittoriana, ma su base filosofica, mentre nel 19° secolo si cerco di darle veracità tramite la scienza moderna).
Anche dopo Darwin e la pubblicazione di  "Descent of Man" (1871), l´idea dell´uomo scimmia non perse popolarità, anzi, sembrava essere avvalorata dalle ultime scoperte in campo paleontologico. L´uomo di Neanderthal, scoperto nel 1856, fu ricostruito difatti come un bruto, coperto da una densa pelliccia e con tratti scimmieschi - un missing link tra bestia e studioso vittoriano.

 
Fig.2. L´uomo di  La Chapelle-aux-Saints (Homo neanderthalensis), una dettagliata ricostruzione dell´cavernicolo scoperto nel dipartimento di Correze. Ricostruzione di  Frantisek Kupka, pubblicata nel “L´Illustration" (1909). Questa raffigurazione influenzerà per decenni la nostra immagine collettiva dell´uomo preistorico.

È curioso notare che presunti avvistamenti di bigfoot in passato parlavano di uomini selvatici, ciò almeno con una base culturale, anche se primitiva. Dopo l´avvento della teoria dell´evoluzione, che spiegava l´evoluzione umana come un fatto biologico e non necessariamente culturale, improvvisamente appaiono le classiche descrizioni di bigfoot, come una scimmia di notevole dimensioni, più bestia che uomo…

L´antropologo John Napier (1917-1987), prima sostenitore di bigfoot, poi convinto scettico, riassume la questione:

“Postulando che un mostro sia una forma relitta – scampata al passato – gli entusiasti di mostri si liberano dalla necessità di spiegare come una creatura talmente inverosimile si sia evoluto nell´ambito della moderna ecologia.”

Bibliografia:

DELISLE, R.G. (2012): Welcome to the Twilight Zone: a forgotten early phase of human evolutionary studies. Endaevour Vol.36 (2): 55- 64
KJAERGAARD, P.C. (2011): 'Hurrah for the missing link!': a history of apes, ancestors and a crucial piece of evidence. Notes Rec. R. Soc. 65: 83-98
LOZIER, J.D.; ANIELLO, P. & HICKERSON, M.J. (2009): Predicting the distribution of Sasquatch in western North America: anything goes with ecological niche modelling. Journal of Biogeography: 1- 5
MELDRUM, J. (2007): Sasquatch: Legend Meets Science. Forge-Publishing: 297
REGAL, B. (2008): Amateur versus professional: the search for Bigfoot. Endaevour Vol.32 (2): 1- 5
REGAL, B. (2009): Entering dubious realms: Grover Krantz, science, and Sasquatch. Ann. Sci. Vol.66(1): 83-102
REGAL, B. (2011): Searching for Sasquatch – Crackpots, Eggheads, and Cryptozoology. Palgrave Macmillian Publisher: 249

24 gennaio 2015

La disastrosa Ipotesi dell´Impatto cosmico

Sembra che i sostenitori dell´"Impatto cosmico del Dryas recente" non si danno facilmente per vinti, anche dopo l´ennesima "sbufalata" dei loro "risultati" (poiché le presunte gocce di materiale fuso scoperte nell'odierna Siria sono state identificate come scorie di focolai…)
 
L´ipotesi é stata resa popolare a seguito di una presentazione scientifica durante l´assemblea dei geologi americani nella primavera 2007, ma uno degli autori - il fisico Richard Firestone - è dal 1990 che cerca di promuove questa sua idea (anche con la pubblicazione di libri a tema).

I ricercatori dell´istituzione di Richard Firestone e del Lawrence Berkeley National Laboratory nel 2007 affermarono di avere scoperto delle inusuali concentrazioni dell´elemento Iridio, grani irregolari di metallo, nanodiamanti e fullereni in uno strato ricco di componenti organici - i residui di un bolide extraterrestre mischiato ai residui di animali e piante carbonizzati dall´impatto. A detta dei ricercatori avevano scoperto perfino dei resti di mammut e bisonti, che mostrerebbero tracce dirette dell´impatto. Piccoli fori nelle ossa (con diametri di 2-3 mm), un alone bruciato e frammenti magnetici con un alto contenuto di ferro e nickel - i frammenti del bolide che come delle cartucce a pallettoni avrebbero sterminato intere specie. Poco importa che nessun ricercatore al di fuori del gruppo di lavoro di Firestone è mai stato in grado di verificare le analisi, sembra mancare anche la prova più convincente - il cratere d´impatto. Per spiegare la mancanza i ricercatori proposero che il bolide era esploso nell´atmosfera (verosimilmente anche l´esplosione di Tunguska può essere spiegata in modo simile) - l'assenza di prove non è prova di assenza...
 
Il calore dell´impatto avrebbe fuso anche le calotte glaciali é prodotto una grande quantità di acqua dolce che affluendo nel Nordatlantico avrebbe interrotto la corrente del golfo - l´abbassamento delle temperature sul continente europeo (dal periodo glaciale del Dryas, circa 8.000 anni fa,  l´ipotesi prende anche il nome) avrebbe alla fine portato ad una estinzione di massa anche in Europa e Asia.
 
Ma l´intera ipotesi crolla se si analizzano i dati cronologici a disposizione, che mostrano un graduale declino della specie di mammiferi dopo la fine dell´ultima glaciazione. Una ricerca condotto su 4.532 siti archeologici in Europa e Siberia, e 1.177 resti di Mammut e Mastodonte in Europa, Siberia e America settentrionale hanno mostrato delle età comprese tra 45.000 a 12.000 anni. Il mammut lanoso raggiunse un massimo nella popolazione, seguito da un declino, tra i 16.000 e 15.500 anni, in Europa e Siberia tra i 14.500 e 13.500 anni, e in America dopo i 13.000 anni - in concordanza con la fine dell´era glaciale e un netto cambio climatico e ambientale. Invocare un impatto extraterrestre per spiegare l´estinzione della fauna pleistocenica - senza alcune prove e 5.000 anni troppo tardi - sembra abbastanza inutile (si aspetta la prossima pubblicazione...).

Bibliografia:

BECKER (2007): Abstract: The End Pleistocene Extinction Event – What Caused It? Eos Trans. AGU, Abstract PP41A-03
BECKER (2007): Ice Age Impact. mp3 (4MB). (Interview by the Canadian Broadcast)
FIRESTONE, R.B.; WEST, A.; KENNETT, J.P.; BECKER, L.; BUNCH, T.E. et al. (2007): Evidence for an extraterrestrial impact 12,900 years ago that contributed to the megafaunal extinctions and the Younger Dryas cooling. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 104(41): 16016-16021You
HAYNES, C.V. (2007): Younger Dryas ”black mats” and the Rancholabrean termination in North America. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 105(18): 6520-6525
KENNETT, D.J.; KENNETT, J.P.; WEST, A.; WEST, G.J.; BUNCH, T.E. et al . (2009): Shock-synthesized hexagonal diamonds in Younger Dryas boundary sediments. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 106(31): 12623-12638
KERR, R.A. (2007): Mammoth-Killer Impact Gets Mixed Reception From Earth Scientists. Science 316: 1264-1265
KERR, R.A. (2008): PLANETARY IMPACTS: Did the Mammoth Slayer Leave a Diamond Calling Card? Science 323: 26
LEVY, S. (2006): Clashing with Titans. BioScience 56(4) : 292-298
PINTER, N.; SCOTT, A.C.; DAULTON, T.L.; PODOLL, A.; KOEBERL, C.; ANDERSON, R.S.; ISHMAN, S.E. (2011): The Younger Dryas impact hypothesis: A requiem. Earth Science Reviews. Article in Press
UGAN, A. & BYERS, D. (2007): Geographic and temporal trends in proboscidean and human radiocarbon histories during the late Pleistocene. Quaternary Science Reviews.26: 3017-3440

17 gennaio 2015

Sauropodi sopravissuti in Africa?

L´idea di grandi dinosauri non aviani ancora vivi fu resa celebre per la prima volta dal commerciante tedesco e (noto eccentrico) direttore del giardino zoologico di Amburgo Carl Hagenbeck nel 1909-12, ispirato da presunti avvistamenti di strane creature in Africa. Hagenbeck scrive di uno sconosciuto animale della Rhodesia, meta elefante e meta drago, che identifica come specie di sauropode. L´idea di uno brontosauro superstite fu presa abbastanza seria cosicché l´esploratore tedesco, Freiherr von Stein zu Lausnitz, che nel 1913-14 condusse un'esplorazione nel Congo, in una nota non pubblicata riferisce anche di aver raccolto alcuni aneddoti sul Mokele-mbembe.

Fig.1. Un dinosauro nel mondo moderno? - ricostruzione del sauropode Europasaurus holgeri.

I pigmei Bantu - secondo von Stein - raccontano di una creatura che infesterebbe le paludi di Likouala nello Congo - chiamata Mokele-mbembe, colui che ostacola il corso del fiume. Le descrizioni di questa creatura non sono unanimi e spesso vengono confuse con altrettanto mitiche creature. Generalizzando si parla di un´animale con corpo massiccio con una dimensione collocata tra l´ippopotamo ed l´elefante (5-10m), con lunga coda e collo, colore scuro marrone, coperto secondo alcuni da una pelliccia molto corta, secondo altri senza peli, con una pelle con aspetto scaglioso e di colore nero-marrone. Sarebbe una creatura acquatica, che preferisce starsene nascosta immersa nell'acqua. Come cibo preferisce le foglie e frutti del malombo (genere Landolphia), una specie di rampicante con frutti abbastanza grandi che cresce sulle sponde di fiumi e laghi.
 
L´ipotesi che questa descrizione si basa su avvistamenti di dinosauri sauropodi che sarebbero scampati miracolosamente alla grande estinzione a fine Cretaceo suscito poco interesse durante il periodo tra le due grandi guerre, ma fu rianimata grazie ad un articolo con il titolo "There Could be Dinosaurs" scritto dallo zoologo Ivan T. Sanderson (1911-1973) e pubblicato nel 1948 nel Saturday Evening Post; e ancora più tardi dal zoologo Bernard Heuvelmans (1916-2001) col suo libro "Les Derniers Dragons d´Afrique", pubblicato nel 1978.
 
È difficile valutare l´antichità del mito di Mokele-mbembe. Il biochimico e grande appassionato di criptozoologia Roy P. Mackal (1925-2013) riporta la nota di arte rupestre, scoperta in una grotta nei pressi di Nachikufu (Rhodesia) e Kuppenhöle (Tanganica), che mostrerebbe degli animali con quattro zampe, ma lungo e sinuoso corpo, coda appuntita e testa rotonda  - comunque queste raffigurazioni potrebbero riportare anche solo un coccodrillo o una giraffa. 
 
Il missionario Lievain Bonaventure descrive nel 1776 nella sua storia naturale del Congo delle gigantesche impronte di una creatura mostruosa sconosciuta, ma la descrizione si esaurisce qua e non fornisce successivi dettagli utili per l´identificazione. Alfred Aloysius Smith, mercante inglese nel Camerun, nella sua autobiografia riporta che nel 1870 avrebbe sentito la storia di una creatura mostruosa, tramandata da generazione in generazione, inoltre avrebbe anche visto delle grandi impronte con solo tre dita (una impronat di elefante dovrebbe averne cinque). Purtroppo sono solo i racconti di seconda mano e di misteriose tracce che abbondano, ma nessuna impronta indubbia è mai stata documentata.
 
Mackal nel suo libro "A living Dinosaur? In Search of Mokele-Mbembe" riporta anche le testimonianze di una caccia a questa creatura nelle paludi di Likouala e di alcuni avvistamenti avvenuti alcuni decenni prima della sua visita - solo una persona, il maestro David Mambamlo, affermo di aver visto l´animale con i propri occhi nel rio Likouala-aux-Herbes quando era ancora un bambino. Un'investigazione nella zona del presunto incontro non trovò niente, a parte una presupposta tana, che poteva essere anche di coccodrillo. 
Mackal incontrò una barriera del silenzio con gli indigeni della foresta, che si spiego con la credenza che vedeva la creatura come un dio della pioggia, oppure spirito iracondo che può anche nuocere e uccidere le persone o testimoni troppo loquaci. A questo punto è importante notare che le paludi sono di fatto aree molto mistificate. Il lago Tele, altro presunto luogo che ospita almeno un Mokele-Mbembe, è considerato zona stregata, in cui apparecchi elettronici smettono di funzionare e la cui acqua ha poteri magici. Molti ricercatori ribadiscono che i locali considerano il Mokele-Mbembe un´animale reale, non un mito - resta però il fatto che non esiste nessun tipo di prova biologica e che il presunto animale non è mai stato avvistato da uno straniero.
 
Inoltre negli ultimi anni Mokele-Mbembe è diventato un "marchio" della regione, riportato nei giornali e canali televisivi locali e molte persone sono a conoscenza della ricerca da parte di "esperti" (che troppo spesso si reclutano da ambienti con motivazione religiosa e creazionistica e perciò sono poco scettici a riguardo) di dinosauri superstiti. In parte per non deludere il visitatore, in parte per i soldi (l´accesso al lago Tele avviene anche a pagamento), sembra che i locali sono più che pronti a identificare tra diverse immagine presentate il "brontosauro". "Brontosauro" comunque è la ricostruzione obsoleta di Apatosauro ed è sintomatico che i presunti dinosauri sopravvissuti del passato ricordano più l´immagine popolare propagata da film e libri che delle moderne ricostruzioni scientifiche. Interessante nota storica: la descrizione più dettagliata, fornita dagli appunti di von Stein, è anche la prima che definisce l´aspetto "sauropode" del Mokele-Mbembe, ma l´originale è perso ed esiste solo una presunta traduzione pubblicata da Willy Ley, un autore di fantascienza!
 
Che cosa rimane alla fine della storia? Presunti avvistamenti con dinosauri sono stati segnalati dal Sudafrica, Angola Tanzania, Uganda, Congo e perfino dal deserto dal Niger - un'area vastissima che implicherebbe un grande numero d'individui - ma mai sono state trovate delle prove biologiche concrete. I racconti di dinosauri dell'inizio del 20° secolo sono da prendere con cautela, di origine dubbia, e i racconti moderni influenzati dalle aspettative di chi vuole credere al Mokele-Mbembe.

Qualunque cosa sia - animale reale (forse una grande varano, come ipotizzato da Mackal) o elemento di una religione animista (che crede nella personificazione delle forze della natura), l´idea che il Mokele-Mbembe sia un dinosauro sopravissuto sembra essere più una leggenda del nostro mondo moderno che dell´Africa antica.

Bibliografia:

EMMER, R. (2010): Creature Scene Investigation - Mokele-Mbembe-fact or Fiction? Chelsea House Publishers: 104
HEUVELMANS, B. (1995): On the Track of Unknown Animals. Kegan Paul International, London: 677
LOXTON, D. & PROTHERO, D.R. (2013): Abominable Science! - Origins of the Yeti, Nessie, and other Famous Cryptids. Columbia University Press, New-York: 368
MACKAL, P.R. (1987): A living Dinosaur? In Search of Mokele-Mbembe. E.J.Brill Publisher: 224

14 gennaio 2015

Lo scrigno dei tesori delle Alpi - Gli Alti Tauri

Tanto tempo fa un contadino dovette condurre un toro sopra gli Alti Tauri, dal mercato ai pascoli. Ad un tratto l´animale infuriato inizio a buttare terra e sassi in aria con le sue corna. Il contadino noto un luccichio su alcune pietre dissotterrate e sperando di aver trovato dell´oro consegno alcuni campioni al fabbro - anche se non si trattava di oro comunque la scoperta valeva qualcosa - il contadino aveva scoperto un filone di rame. Un´altra versione della leggenda narra che il bestiame che veniva portato a certe sorgenti regolarmente moriva avvelenato e che nel tratto superiore del Torrente Aurino non si trovavano dei pesci, e quando fu esaminata l´acqua si scopri l´alto contenuto di metalli. Leggende di questo tipo sono abbastanza diffuse nell´arco alpino e le vere origini delle miniere della Val Aurina si sono perse nel tempo. La proposta di alcuni storici che il nome deriva da "Vallis Aurea", cioè la valle d´oro, non é sopportata da alcuna attività mineraria durante l´epoca romana. 
L´attività d´estrazione é documento solo dal 1426 in poi, quando il rame della Val Aurina era ambito metallo per la costruzione di possenti cannoni.
 
I depositi di rame della Val Aurina sono legate alle "pietre verdi" metamorfiche - in pratica grandi corpi di anfibolite, prasinite e raramente serpentinite (ofioliti), intercalati negli calcescisti che compongono l´involucro della Finestra dei Tauri - sotto forma di solfuri di rame e ferro che si trovano come vene nell'anfibolite. 

 
Fig.1. Affioramento delle "pietre verdi" (anfibolite) con scavo di prospezzione di etá medieviale.

L´origine di questa concentrazione di minerali non é completamente chiara - si potrebbe trattare di depositi di origine idrotermale, depositati in un tempo remoto intorno a sorgenti sul fondo dell'oceano. In alternativa i minerali si potrebbero essere formati grazie a circolazione di fluidi nelle rocce durante l´orogenesi. I metalli estratti nella Valle Aurina nei secoli includono rame, piombo, argento, zinco e mercurio.
 
Nel medioevo lo sfruttamento di questi giacimenti metalliferi rese la valle, e soprattutto il paese di Predoi nei pressi dei giacimenti, ricca - ma a un alto prezzo. Nel 16° secolo la domanda per legna da ardere, per costruzione e per alimentare i forni per fondere il metallo fu cosi grande che la valla fu quasi spogliata del tutto dei suoi alberi, con gravi conseguenze per il clima locale. Il cartografo Staffler scrive "gli immensi depositi di ghiaccio dei tauri incombano e le dense foreste [che proteggevano dai gelidi venti] ... sono quasi scomparse e nuovi alberi non vogliono crescere" - un contadino, cosi narrano le cronache, si mise a piangere quando vide che furono tagliati gli ultimi alberi.
 
Con la scoperta di ricchi depositi metalliferi nelle Americhe ben presto l´estrazione difficile in alta montagna perse d´importanza e nel 1893 l´ultima miniera di Predoi fu chiusa. Ma comunque l´area rimane ambita meta per molti collezionisti di minerali. La Valle Aurina è famosa per il ritrovamento dei tipici "minerali di fessura", cioè minerali cresciuti in cavità che si sono aperte durante la deformazione delle rocce, deformazione molto intensa, causata dal sollevamento della Finestra dei Tauri.

Fig.2. Ricostruzione originale di una fessura.

La Valle Rossa (Röttal) e Valle del Vento (Windtal) ha restituito campioni di titanite, calcite, clorite, ematite e adularia, ai corpi di anfibolite sono associati minerali come titanite, ematite, epidoto, quarzo, clorite, muscovite, tormalina  e periclino.

Fig.3 & 4. sopra, cristalli di calcite e sotto campione di datolite e calcite, entrambi i campioni ritrovati nella Valle del Vento
Bibliografia:

INNERHOFER, J. (1982): Taufers-Ahrn-Prettau-Die Geschichte eines Tales. Athesia-Verlag: 507